povertà

Fino a pochi mesi fa, mi piaceva andare a fare la spesa al supermercato.
Ogni tanto, lì, rivedo le ragazze della mia età, ma questo è un altro discorso…
Ogni tanto, lì, alle casse, si incontra la povertà.

Due, tre mesi fa.
Una signora arriva alla cassa, ha preso due o tre cose, Fa quattro euro e tot centesimi dice la cassiera, la signora guarda nel borsello, non vede bene, tira fuori tutta la moneta che ha, la mostra alla cassiera che, pazientemente, conta tutto quel che c’è nella mano tesa della signora anziana e poi, dopo aver contato, emette il verdetto, Mi spiace, non bastano.
La mano tesa della donna anziana, ora, non è più tesa, ma indecisa: deve scegliere, la mano, a cosa rinunciare, e fare in fretta; c’è gente coi carrelli pieni, che aspetta.

E avevo incontrato la povertà un anno, o due fa, e lo scrissi nell’altro blog. Una donna giovane, in pasticceria, che chiede, quante paste vengono con due euro?

E arrivano, al giornale, storie di povertà.
E’ passato tanto tempo…
Mi telefona una donna. Le voglio raccontare perché voglio che sappia, ma non potrà scrivere mai.
Ci vediamo.
Un bar. Non mi dice né come si chiama né dove vive.
Vuole solo raccontare.
Io conosco lei, ma lei non mi chieda chi sono, mi dice.
E mi racconta.
La storia di un’aziendina, condotta dal marito e che dà lavoro a un po’ di gente. Lui coordina, lei tiene la contabilità e gli fa da segretaria. Decidono di ingrandirsi. Con cautela. Ma chiedono un finanziamento. Succede quel che non deve succedere. Lui, improvvisamente, sta male; ha bisogno di cure, lunghe, di assistenza anche; e lei, da sola, non è in grado di mandare avanti l’azienda.
Poi succede che piove sul bagnato.
Un malessere anche del figlio che hanno, pare epilessia, poi forse no, ma intanto i debiti aumentano, le banche non fanno credito, e loro, dopo aver venduto tutto, hanno una strada obbligata: rivolgersi agli usurai.
La donna mi vuol parlare, sfogarsi. Non ha soldi per fare la spesa, non ha futuro. Mi diche che ha chiesto aiuto ad a e ad a.
Ce l’ha col mondo. Banche, partiti, amici, parenti.
Brancola. Tra rabbia, sfiducia, povertà.
Mi saluta.
(Mi ritelefonerà, tempo dopo, per raccontarmi che qualcosa, poco, è migliorato).

Al giornale, a un piccolo giornale di provincia, alla reception arrivano anche quelli che dicono d’essere poveri, alzano la voce, dicono che le assitenti sociali son delle merde e le case popolari e il lavoro vengono dati solo agli extracominitari eccetera, e che non è giusto, che faranno lo sciopero della fame e telefoneranno al Gabibbo, qualcuno di loro, per restare in tema, dice, Se scrivo un libro e racconto la mia vita di sicuro divento ricco, e ci fanno anche un film ci fanno.
Spesso chiedono dieci euro, spesso se ne vanno sbattendo la porta. A volte minacciano.
Hanno cellulari nuovi di zecca, fumano Marlboro.
Ma ci sono anche quelli che chiedono un colloquio privato: e raccontano.
Chissà chi era quella signora anziana che al supermercato ha dovuo restituire, perché non aveva soldi?
E la donna della pasticceria?
Non sono mai venute, loro.
Le riconoscerei: avevano gli stessi occhi.

Ci sono commenti interessanti nel post sugli scrittori stranieri d’oggi.

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15 pensieri su “povertà

  1. qualche settimana fa ho visto un vecchio intascare un pezzo, piccolo, di grana.
    quello in offerta, mica il parmigiano.
    non ho avuto il coraggio di dire niente.
    ho distolto gli occhi per non metterlo in imbarazzo.
    avrei dovuto parlargli, forse. offrirmi di pagarlo io, alla cassa. non è giusto rubare.
    ma non è giusto nemmeno morire di fame.
    di onestà e bei gesti è facile riempirsi la bocca quando lo stomaco è pieno.
    è un lusso, il grana? sono un lusso le dieci ms al giorno quando non hai nulla?
    non so.
    io non sono saggia.

  2. io son cresciuto che eravamo poveri.
    c’erano regole precise, in casa.
    acqua calda solo il sabato e la domenica.
    guai a sciupare il cibo.
    attenzione a non lasciare la luce accesa.
    il pane avanzato veniva comunque riutilizzato, eccetera.
    e quando rovinavo le scarpe giocando al pallone, o perdevo biroe ombrelli (e perdevo birop e ombrelli) erano culi assicurati.
    mia madre era così.
    poi, la domenica avevo i soldi per il cinema, quando si andava in ferie non si badava a spese e, sempre la domenica, certe volte andavamo in trattoria…
    ma i miei avevano una cultura contadina.
    non si fanno mai debiti.
    per certe cose non si spende, per altre sì.
    per la scuola i soldi c’erano sempre.
    oggi è cambiato.
    ma non è colpa dei ragazzi che comprano telefonini e cose firmate, pur avendo le pezze al culo.
    son cresciuti così.
    molti di loro, insomma.
    discorso lungo,complesso, e si rischia di cadere nei luoghi comuni.

  3. Tre figli, un solo stipendio (da operaio), io all’università… tante rinunce ma anche tanta dignità, e poi l’attesa, la certezza “collettiva” di “un domani migliore”.
    La povertà vera la si vede appena ci si guarda bene intorno e l’altra povertà, quella delle speranze, che si fatica oggi a riconoscere come tale.

  4. non mi è mai andata male. il massimo del sacrificio che conobbi fu il periodo della fanciullezza quando bisognava stare attenti, ma comunque non mancava nulla. poi andò meglio, decisamente meglio. ma lo “starci attenti” mi ha insegnato a non buttare nulla dalla finestra e, soprattutto a non sperperare nel superfluo o, peggio ancora, nella ostentazione.
    Ciò premesso, almeno a Roma, ci sono molti aspetti della povertà. Uno, per esempio, fino a qualche anno fa impensabile ma diventato ormai usuale.
    Si fa un salto alla mensa dei poveri della Caritas e, tra clochard, diseredati e disoccupati, si vedono persone curate e ben vestite.
    Sono impiegati, lavoratori vari che oggi, con lo stipendio da 1.200/1.500 euro al mese, non ce la fanno a mantenere loro stessi, la moglie e un figlio.
    Quel piatto di spaghetti, quel pezzo di formaggio e quella mela spuntati alla Caritas sono ossigeno per chi già a metà mese è alla canna del gas.
    Quando (rarissamente) uno dei miei figli chiede “perché non posso mangiare un’altra cosa se la carne non mi va?”. La risposta è “perché lo dico io”. Mai stato molto democratico, del resto.

  5. Sono stato fortunato, mio padre e mia madre lavoravano bene e insieme nel commercio.
    Avevamo un negozio, una piccola sartoria.
    Nel dopoguerra era dura, per di più mio padre aiutava pure i fratelli meno fortunati, però non si sprecava nulla, nel pattume finivano solo le bucce di patate, di pane secco non ce n’era mai; si andava tuttavia in vacanza, magari in una specie di tugurio montano, ma era vacanza e montagna.
    E mi fanno pena infinita queste storie, qualche volta ho compensato, alla cassa del minimercato qui vicino, alla lira mancante all ‘anziano/a. Quello che fa veramente tristezza è che siano sempre di più i casi pietosi tra gli anziani, specie soli.
    Non è solo la crisi economica presente e non solo strisciante da tempo.
    C’è la grave reponsabilità, in questo paese, anche, di governi di tutti i colori, ormai distanti dal cittadino povero che non fa notizia, forse non va a votare, non interessa più, che crepi.
    Interessano i “creativi” della politica economica, la classe dei Produttori & Dirigenti come disse l’esimio boiardo Maxìm Dalemìc, gli svegli, gli intraprendenti, i ruffiani di regime.
    Mi si rivoltano le budella.

  6. visto che se ne parla.
    la mia era una famiglia di eccessi.
    in pochi anni siamo passati dall’estrema ricchezza al nulla. a tre anni vivevo in hotel a venezia e venivo parcheggiata all’harry’s (dell’epoca a casa mia rimangono tutt’ora quadri di artisti vicini a peggy guggenheim e dischi di brel), a sette facevo i compiti a lume di candela perchè ci avevano tagliato la luce per morosità. sono cresciuta con l’idea che se i soldi ci sono, ok. sennò pazienza, si tira la cinghia. dalle stelle alle stalle senza grandi drammi.
    i miei figli però fin da piccoli hanno capito molte cose. e quando si trattava di scegliere, ad esempio, uno zaino, scartavano di default le cose ”firmate” e più care. spesso tuttora devo insistere per comprargli una maglietta o qualunque cosa.
    ”non ne ho bisogno, ma’..”
    è una bella frase da sentire da due adolescenti.

  7. Io arrivo da fame, fatica e sacrifici, molti, per cui anche ora non lascio nulla nel piatto e non butto via nulla e spengo ogni luce che mi lascio dietro, anche a casa d’altri se non sto attenta. Non tollero rubinetti e scarichi che perdono, a costo di passarci una notte ma li devo riparare. Va bene così. E’ utile e sto benissimo, perchè mi ritengo una privilegiata: ho un appartamento, un lavoro e un’auto e riesco a mantenermi da sola e so dire di no a molte cose senza che mi venga l’ulcera perchè anche io vengo dalla cultura che compro se me lo posso permettere altrimenti lo lascio dov’è. Non avrò miliardi di cose ma così limito il rischio di trovarmi con le pezze al culo, perchè c’è sempre l’imprevisto dietro l’angolo e bisogna pensare anche a quello, nel limite del possibile.
    Da molto tempo sento gli anziani che fanno di conto prima di mettere nel carrello per non fare brutte figure alla cassa. Ho preso l’abitudine di farlo anch’io, per rispetto e cosi’ compro meno schifezze.

  8. CIAO, hai ricevuto un simpatico premio che potrai ritirare PERSONALMENTE su quarantacinqueblog.blogspot.com/

    Un salutone, TI ASPETTO!!

  9. Io appartengo al proletariato urbano, che non aveva neppure il beneficio di un posto al sole…dell’orto! Nasco tuttavia in un periodo di italica prosperità ed è un crescendo economico nella vita dei miei genitori, nati entrambi da famiglia indigente e per di più che s’era giocata anche un minimo di serenità, con prese di posizione politiche assai decise ( dall’inseguimento della squadraccia al confino politico, per intenderci, da un lato e all’emigrazione dall’altro), per forte senso di dignità. Figlia unica, perché la fame era già stata fatta nelle famiglie numerose materna e paterna e andava scongiurata. Un periodo di benessere crescente fino alla metà degli Anni Settanta e poi a contare la lira, penosamente, finché non arrivò il mio stipendio a
    “drissè ‘l costi” (raddrizzare le costole, ovvero poter stare in piedi). Con quello, che è poi della categoria descritta da gregori, vivo sola con dei compromessi. A volte rinuncio al cosiddetto necessario per amore del “lusso”. Non lo stretto necessario, ovvio. Piccoli lussi, altrettanto pacifico. La povertà ha diversi aspetti sociologici da considerare, è relativa ai tempi, per cui si esprime in differenti modalità. La povertà d’un tempo era accettata da chi c’incorreva, ora viene respinta. O sfruttata, come hai ben descritto nei piccoli atti di ordinario teatrino, da te abilmente narrato ,tra chi si presenta al giornale. Per alcuni è una curiosità pittoresca della vita altrui, per altri una realtà tangibile in atto o incombente.

  10. da piccola avevo una ‘paghetta’ che custodivo gelosamente e prima di spenderla facevo mille conti su cosa mi piaceva e come potevo prendere più cose possibili (la paghetta erano 500 lire, comunque), ma a volte la mamma veniva a chiederla in prestito per fare la spesa, perché debiti non se ne facevano da noi.
    quindi mi sono abituata ‘bene’ fin da piccola e sprechi cerco di non farne neanche ora. e così ho pure insegnato a mia figlia e sono sicura che lei avrebbe fatto altrettanto.
    pranzo benissimo in trattoria ma non mi troverei male neanche a pasteggiare con brunello di montalcino. insomma, mi so adattare :-)
    certo che oggi si assiste a un ritorno alla povertà che è preoccupante.
    d’altronde, come tante altre cose che dovrebbero preoccupare chi di dovere, anche questa non sembra trovare soluzione.

  11. io nemmeno mi cimento…quello che racconterei sarebbe di un patetico alla dickens…
    ma mi sono rimasti addosso tutti i ritagli di una vita difficile da dimenticare, che però sono anche la chiave per comprendere le avversità degli altri, per averne cum passio.
    ciao, remo

  12. Dalle parti in cui sono cresciuta io la povertà era un fatto abituale. Molta della gente che frequentava il chiosco di nonno, contraeva sempre debiti e lui li segnava su un quaderno che col tempo divenne sempre più grande e pieno. Secondo nonna lui gli affari non li sapeva fare. Secondo me, piuttosto, non gli fregava nulla di guadagnare fior di quattrini. Era più bello consentire a una famiglia di far colazione, almeno una volta, al bar. Oggi il locale non c’è più, venduto a gente strana. Nonno se n’è andato da tre anni e a me è rimasta la nostalgia di un periodo infantile in cui il denaro era solo denaro e non fonte primaria di “gioia” per i più.

  13. Siamo tutti un po’ più poveri, non solo nelle tasche. Vorrei tornare a dare valore a quelle monetine che ho perso tante volte nelle borse, che non ho mai speso utilmente, per tornare ad essere ricca di piccoli centesimi di vita.

  14. Più si è poveri e meno si inquina: meno sprechi, meno consumi, vita più breve.
    E morire è l’unico modo che l’uomo moderno ha per lasciare alle generazioni future un mondo meno guasto.
    Cmq ci sarebbe molto da insegnare a questi presunti poveri per arrivare alla fine del mese invece che andare a mangiare schifezze chissà dove.
    Non basta inseguire l’offerta promozionale, serve più educazione alimentare, per spendere meno e vivere di più.

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