autori stranieri… conosciuti

“E lei, come si chiama, già?”
(Così è la vita: ci sono i conosciuti e gli sconosciuti. I conosciuti ci tengono a farsi riconoscere, gli sconosciuti vorrebbero rimanere tali, e a tutti e due va male.)
“Malaussène,” dico, “Banjamin Malaussène”.
“Di Nizza?”
“Almeni di nome, sì”. 

da La fata carabina di Daniel Pennac, Feltrinelli.

Dagli italiani agli stranieri. Grandi autori d’oggi. Parlando degli italiani, ho visto che c’era interesse per questo argomento.
Scrivete quel che volete, i migliori cinque, i migliori tre, uno solo, dieci.
Ma forse forse quel che occorre è un perché?
Perché Saramago?
Perché La strada, perché Espiazione?
E i giallisti nordici?
E Qiu Xiaolong?
L’importante è cercare di incuriosire, far leggere cose buone, se possibile.
Un po’ di sano passaparola, in rete (così da non sprecare soldi quando si va in libreria).
E buona domenica.

PS Ho come il sospetto che il racconto collettivo sia destinato a fare una brutta fine.

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38 pensieri su “autori stranieri… conosciuti

  1. amo molto Pennac, ma la Fata Carabina è proprio il mio preferito tra i tanti del ciclo Malaussène.
    (cito a memoria, senza libro davanti): entrò la segretaria ed era lunga come una giornata senza pane.
    e la storia? la storia è pazzesca a sufficienza per farci desiderare di conoscere tutta la famiglia Malaussène al completo.

    Comunque io adoro Stephen King e (non è tra gli ultimi, ma è uno dei miei preferiti) Dolores Claiborne è eccezionale. Quando Dolores passa l’aspirapolvere sul preziosissimo Aubusson della signora Vera Donovan e sa che lei al piano di sopra le sta preparando uno dei suoi scherzetti, allora posa in terra l’aspirapolvere acceso, ma Vera riconosce il rumore differente e… (beh, mica vi posso raccontare tutto, no?). King scrive così bene che certe volte quando passo l’aspirapolvere ho il terrore che Vera sia dietro di me… ;)

    per il racconto collettivo, Remo, mi scuso, ma io non ho capito come si svolgeva la cosa. A volte mi devono spiegare tutto chiaro, come ai bambini :-)

  2. Ecco, almeno per il momento ne cito soltanto uno. Se non altro per evitare di fare un elenco dal quale (inevitabilmente) resti fuori qualche nome. Quindi

    dolore+
    ironia+
    amore+
    morte+
    sangue+
    thriller+
    poesia+
    scrittura+
    paesaggi+
    sentimenti+
    crudeltà+
    denuncia+
    confini+
    metropoli=
    Cormac McCarty

    Di questo autore, non incline a compromessi, ho letto tutto tranne “Il guardiano del frutteto”.
    Per me (giocando alla Anobii), i suoi romanzi vanno da tre stelle e mezzo a quattro.

    Posso citare anche un “bidone”? (secondo me ovviamente). Premesso che gli auguro di vincere il Nobel, ma “Il cacciatore di aquliloni” l’ho abbandonato a pagina 40…per caparbietà. Perché a pagina 20 già mi giravano

  3. Vivi? Mi piacciono molto di più i morti, tra gli stranieri leggo quasi soltanto stramorti. Questo il guaio. Facciamo che Vàsquez Montalbàn è “quasi vivo”, essendo morto da poco?
    Se questo post sta all’altro in un’equazione, allora vuoi degli scriventi.Più ci penso e mi ritrovo necrofila ( quando non so che cosa leggere di piacevole e consolante vado in cerca di Sandor Màrai e George Simenon, che per me sono stravivi).
    Barbery, Mc Court,Mc Carthy,Houellebecq, Pérez-Reverte, Yoshimoto, Lessing ( è ancora viva?)…a caso e non in ordine di preferenza.

  4. Alcune opere d’Arte vanno nel dimenticatoio soltanto dopo secoli, talvolta millenni.
    Stanno lì a vivere, loro.
    Che importa se gli autori sono morti.
    Hanno vita autonoma le opere,
    una: nella persistenza della materia,
    due: nell’interpretazione dei fruitori.

    Uno, per dire, si legge Boccaccio e ride per l’ennesima volta per le furberie e le cazzate di Andreuccio da Perugia.
    Boccaccio, si sa, è morto, Andreuccio mai esistette, però è lì viva, nell’immaginazione della nostra crapa, la sua figura, pure il suo farsetto e la puzza di merda che aveva addosso;
    e il fulgore delle parole che furono usate riprende nuova vita ogni volta.
    MarioB.

  5. Quoto Mario Bianco. Sentimentalmente la penso come lui. D’altra parte si scrive come far meglio che figli, creare chi ci sopravviva. Una ragione in più per trovare vivi e corroboranti Flaiano e Campanile e per continuare a tenere sul comodino “Sale & Tabacchi” di Piero Chiara ( per tornare in Italia) e aprirlo addirittura a caso e chiedergli: Pierino da Luino, dammi una dritta per prendere dritti i rovesci di oggi. Se espatriamo personaggi immortali mi fanno compagnia. Vivissima. Non potrei vivere senz’aver letto Flaubert e Balzac (prediligo i francesi), ad esempio,ma anche Wilde, o i grandi russi. L’elenco sarebbe infinito, ti riempirei il blog. Come tutti, credo, tra i tuoi lettori. Resto ai contemporanei viventi. Citati, altri saranno altre persone a ricordarmeli.

    Oliver Sacks è ancora vivo?:-)
    Mi è presa la nevrosi di citarti qualcuno che magari mi è morto così, senz’avvisarmi.

  6. Bel post per me che imparo:)

    Sempre senza meroria e che degli autori non so se sono ancora vivi oppure no, è così importante?
    segnalo 3 libri che hanno lasciato il segno:

    “Lasciami andare madre” di Helga Schneider, è un cazzotto nello stomaco che fa piacere ricevere.
    Doloroso ma necessario per comprendere di più uno dei periodi più bui della nostra epoca.

    “E allora siamo andati via” di Michael Kimball a mio avviso un capolavoro. Un viaggio straordinario che parla di polvere e bagagli stipati ma che in reltà scava nelle pieghe della pelle e dell’anima.

    “Il sogno di mia madre” di Alice Munro. Va letto perchè è scritto divinamente, perchè racconta del quotidiano, del femminino e della tragedia, così, come il mondo femminile si porta dietro da sempre.

    Ma voi questi li conoscete già presumo:)

    Ho letto “Il cacciatore di aquiloni” per curiosità. Mi è piaciuta molto la parte iniziale dell’amicizia tra i ragazzi, poi la storia ha perso di intimità e sentimento per ridursi ad un elenco di avvenimenti. L’ho letto tutto ugualmente però:) e di McCarty non ho letto altro.

  7. José Saramago
    Philip Roth
    Gabriel García Marquez
    Abraham Yehoshua
    Ian McEwan
    (i primi due con un bel distacco)

    Marías, Auster, Oz, De Lillo e McCarty assediano molto da vicino la classifica, anche perché qualcuno dei cinque ha dei peccati sulla coscienza.

  8. Arimane, pensavo che Pennac rientrasse nei tuoi gusti (ma è sempre difficile ipotizzare: mi hai anche sorpreso con Nori, avrei ipotizzato Benni).

  9. – Gabriel Garcia Marquez (il realismo magico può piacere o meno, ma lui ne è il più grande esponente vivente)
    – Stephen King (finissimo psicologo, grandissimo nello svelamento dei rapporti umani e del quotidiano, insuperabile nell’acchiappare il lettore, ecc, ecc…)
    Sarei tentata da altri tre o quattro nomi ma mi baserei solo su tre/quattro titoli e forse non sono sufficienti. Però azzarderei Saramago, Michael Cunnigham e forse la Munro.

  10. (E’ destino che debba sempre fare due invii)

    Nel mio commento precedente, nell’elenco degli “assedianti”, è saltato il nome della Munro.

  11. Di tutti gli americani recenti
    ho preferito tre favolosi ebrei:
    Bernard Malamud
    Saul Bellow
    Philip Roth

    Per me Malamud è uno dei più grandi scrittori di racconti di tutti i tempi,
    esagererò, ma mi sta molto a cuore
    MarioB.

  12. Remo:
    Pennac è nei gusti sì, ma non nella classifica.
    Anzi, propongo – per le prossime volte, ché mi sa ce ne saranno, eh? – una soluzione all’equivoco e all’imbarazzo di ogni votazione: due classifiche, quella dei propri preferiti e quella di coloro che “oggettivamente” si riconoscono come top (qui, ad esempio, ho riflettuto a lungo se scambiare i posti di McEwan e DeLillo e forse ho ceduto alla passione per l’algida e crudele lucidità dell’inglese rispetto alla complessità corale dell’americano. E lo stesso potrebbe dirsi per McCarty. Invece: Auster è un grande amore, per me, ma non mi sentirei di proporlo a tutti come uno dei cinque “grandi”).
    Sarebbe un gran sollievo per non sentire l’imbarazzo di tradire le proprie passioni (o debolezze;), e una spinta a non confondere i due piani.
    Molto interessante sarebbe, poi, osservare scarti e differenze.

    Quanto a Nori sì, Benni no:
    un omaggio ai Diavoli, che è un piccolo capolavoro; un insostenibile refrattarietà a certi ammiccamenti e compiacimenti che mi “guastano” Benni.

    Un saluto,
    a.

  13. Philip Roth, Ian McEwan, Agota Kristof, Paul Auster, Richard Ford. Alice Munro, Joyce Carol Oates, Haruki Murakami, Georges Simenon.
    In ordine sparso che son tutti grandi.
    (Simenon è morto ma lo metto lo stesso).

  14. sì, Pamuk, con “il mio nome é rosso”
    é fiaba e poesia, é come un fiume che ti trascina via…
    Collins
    Richler
    Simenon (unico nel suo genere), cito qua una sua massima: ” se ogni essere umano riuscisse a rendere felice un altro, il mondo intero conoscerebbe la felicità”.
    E poi Vladimir Nabokov e ancora, ancora…
    Vi lascio con la penna, ma non con il cuore.Ora devo andare a Pavia…

  15. Mi sono resa conto ora leggendo gli altri commenti che i nomi che ho tralasciato (perché non penso di conoscere ancora questi autori a sufficienza) sono tutti di scrittori israeliani: Oz, Grossman e Yehoshua. “Espiazione” mi è piaciuto moltissimo, ma penso che un solo libro non possa bastare. Ho notato anche che latitano le donne…

  16. E’ che mi appassiono, e rischio di eccedere.
    Ma mi viene in mente un’ulteriore osservazione: ci sono autori grandi – ma grandi – per un solo libro. Poi, il resto è in tono minore, o routine (si parla sempre di qualcosa sopra la media, comunque). Così è per me la Kristoff (la Trilogia è un’esplosione violenta e definitiva, il resto o iterazione o disperato disagio); così ad esempio la Hart, che prometteva con Il danno una vera grandezza e poi si è assestata su (poche) cose che lasciano poca traccia. E potremmo continuare a lungo (Franzen, sommo nelle Correzioni e poi in calo; o Ruiz Zafon, con L’ombra del vento rimasto un felicissimo hapax)…
    Adesso taccio, eh?

  17. Mi sono accorta che con gli italiani faccio più fatica, infatti non mi sono pronunciata. Perché leggo a volo di farfalla: oggi questo domani quello, senza organizzazione, e perciò conosco poco.

    Con gli stranieri mi viene più facile.

    Saramago, e mi potrei anche fermare qui. Perché? Perché nessuno scrive come lui: so che può anche non piacere, ma oggettivamente è originale. E poi ha scritto dei capolavori assoluti come “Cecità” e “Saggio sulla lucidità”.

    E poi Christa Wolf, anche lei ottimo stile, personalissimo, originale, anche difficile, volendo. Per esempio, “Trama d’infanzia” vale dieci altri libri.

    E poi non so. Pennac va bene, mi piace moltissimo, ma non sono del tutto sicura che fra cento anni qualcuno si ricorderà davvero di lui.

    Ci penso ancora un po’.

  18. Ciao Remo! Dopo tanti racconti, finalmente un post dove ho qualcosa da dire :-)
    Di stranieri viventi amo e consiglio:

    – Jonathan Coe (in particolare per “La famiglia Winshaw”: perché è un vero narratore (cioè la trama, sempre piena di colpi di scena e di eventi, resta sempre in primo piano, ha qualcosa – anzi, molto! – da raccontare); perché il suo stile è complesso (abbasso la paratassi!), pieno di incisi, di storie che s’intrecciano e si rincorrono, e al tempo stesso scorrevole, difficile staccarsi dal libro finché non lo hai finito; è serio, umoristico, realistico e lievemente surreale tutto nello stesso tempo.

    – Philip Roth, perché amo Woody Allen e molti romanzi di Roth (es. “Lamento di Portnoy”, letto quest’estate) me lo ricordano; perché affronta sempre gli stessi temi riuscendo a renderli ogni volta più ricchi e interessanti; perché sa essere spesso tremendamente “irritante”, mai compiacente, spesso “scorrettissimo” e dunque non lascia indifferenti: a volte leggendolo mi sembra di stare lottando ;-)

    – Nathan Englander: anche qui ritrovo quel tipico umorismo dei grandi autori ebrei-americani, è divertente e ti lascia qualcosa nell’anima

    -Stephen King: perché ti rapisce e ogni volta non sai se riemergerai da tutte quelle pagine; sa descrivere la realtà quotidiana in un modo strabiliante.

    (mi fermo qui!)

  19. Per fortuna grandi autori ce ne sono, più di cinque e più di dieci. Molti fra i tanti citati sopra sono anche i miei. Aggiungo alla lista Marguerite Duras che ho imparato ad apprezzare solo recentemente.
    Mi fa sorridere che qualcuno abbia provato a leggere “il cacciatore…”, un bidone annunciato, come i vari Coelho, Marc Levy, Moccia. Spero solo che glielo abbiano prestato!
    A me hanno regalato il secondo “mille splendidi soli”e l’ho letto per mostrare a chi me lo aveva regalato, con precisione, il perché e il per come era un enorme bidone, perché a volte si passa per intellettuali con la puzza sotto il naso quando invece si cerca soltanto, e con fatica, di non esser presi per il culo da scribacchini mediocri che confezionano l’equivalente per l’editoria del McDonald!

    Ho fatto un giretto per le strade del porto di Marsiglia qualche giorno fa.Perbacco! Alle otto del mattino fra tossici, dealers e prostituti di ogni genere c’era già un gran fermento!
    Una pute ha persino fatto l’occhiolino a L. poi quando ha visto la bambina in macchina s’è fatta una grassa risata.

  20. arimane,
    ogni tuo intervento ha arricchito la discussione, grazie. eccedi pure, a me fa solo piacere.
    grazie marina e grazie ilaria.
    voltandopagina, io penso che Oz sia un grandissimo scrittore, destinato a lasciare il segno.
    ho, invece, un problema personale con King: mi annoia.
    Sarina manca, per me Il cacciatore di aquiloni è un buon libro e – da quel che ho saputo – non si è trattato nemmeno di una furbata commerciale; se non sbaglio è stat grazie all’intuito di una giovane direttrice editoriale che la piemme lo pubblicò.
    e il successo del Cacciatore fu sancito dal passaparola, ché i critici per mesi e mesi lo ignorarono.

  21. La furbata non è nata in Italia ma negli Stati Uniti. I diritti del film da parte della dream works credo fossero già in opzione quando il libro non era finito. Cosi`mi sembra di aver letto. Che sia un buon libro, non lo so. Ho letto il suo secondo e mi è venuta la pelle d`oca. Personaggi tagliati con l`accetta, tutti buoni o cattivi come nei cartoni animati, gente sfigata sino all`inverosimile, due frasi sugli americani che la dicono tutta sull’impostazione del libro. Una diceva, più o meno che gli americani sono un popolo generoso e che è una gran fortuna poter emigrare laggiù…non credo esistano immigrati che possano parlare di favole belle quando parlano del loro paese di accoglienza.
    Non lo so. Farò un post a breve si Atiq Rahimi, un afghano rifugiato in Francia di cui ho letto un libricino splendido sull’Afghanistan durante i comunisti “terra e cenere”.

  22. Consentitemi: cose come il Cacciatore sono “bolle”, destinate a sgonfiarsi, molto probabilmente.
    E probabilmente in questa categoria vanno messi anche i libri di Ruiz Zafon e della Barbery (che mi meraviglia – e non negativamente – non avere visto citato).
    Non necessariamente si tratta di operazioni illeggittime o semplicemente editoriali e commerciali: c’è qualità, anche. Ma siamo lontani dall grande scrittura, credo.
    Il criterio della “tenuta” nel tempo di un autore (cioè della continuità di produzione e di livello) continuo a ritenerlo utilissimo.
    Sorprende, in assoluto, la relativa assenza di francesi (Pennac a parte): gli yankee vincono sui gauloises? ;))
    (Non è che mi vada male neanche questo. Peccato anche per il sopravvenuto vuoto nel noir, che era una punta di diamante, sia pure di genere: Manchette non c’è più, Izzo neanche (e prometteva). E la Vargas (noir?), quella sì che è pompata dall’editoria!
    (Questo è un caso non di un solo libro geniale, rimasto isolato, ma solo di una parte di libro: il livello dell’inizio di Parti presto, con il fantasma dell’abbanneur è straordinario, ma prometteva quello che poi non ha mantenuto, neanche nel romanzo stesso).

    (Remo, come vedi non è conveniente incoraggiarmi ;)))

  23. Elenco molto provvisorio:

    Daniel Pennac
    Marguerite Duras
    Isabel Allende (nessuno l’ha nominata???!)
    Gabriel Garcia Màrquez
    Jorge Amado

    Molto provvisorio perchè ho molte ma molte lacune da colmare, anche a causa del mio frequente “scappare” dai classici, per esempio non ho letto niente di Amos Oz, Alice Munro, Sandor Marai, Grossman, Yehoshua..

    Per gli italiani è dura eh…
    Umberto Eco
    Erri De Luca
    Dacia Maraini
    Alda Merini

    Ma anche qui come per gli stranieri: non ho ancora letto, e sto per farlo Vassalli, Camilleri (e non mi attira), Niffoi, Arbasino, Manganelli…

    Ne riparliamo fra qualche tempo
    Ciao
    Elena

  24. Una cosa.
    Anche io sono spesso tentata di utilizzare il criterio della tenuta nel tempo per valtuare uno scrittore, ma non sono assolutamente certa della validità di questo criterio. I criteri di valutazione cambiano anche loro, e mi sembra che la letteratura stia cambiando natura, moltissimo. Fra molti anni i classici che sono già classici per noi saranno ancora i classici, ma è veramente difficile stabilire chi saranno i nuovi classici, oggi nostri contemporanei.. Forse mi sono incartata, ma credo anche io che ci sia un problema di fondo nel valutare i contemporanei, non solo in letteratura. Nell’arte in generale. Da sempre.

  25. Juan Goytisolo, perché la sua è una scrittura complessa, ma se trovi la chiave ne vieni avvolto.
    Gabriel García Márquez, perché quelle pagine avrei voluto scriverle io.
    Juan José Millás, perché diverte in modo lieve e intelligente.

  26. Coupland non l’ha nominato nessuno?
    Nessuno meglio di lui osserva acutamente la società moderna, pop se vogliamo, il disfacimento dei valori morali tradizionali, la famiglia in primis.

  27. Se parliamo di scrittura “generazionale…”
    Be’, allora Palahniuk (il migliore, a mio parere), Welsh, o il sopravvalutatissimo Breton Ellis?
    Ma, sinceramente, chi si sentirebbe di mettere l’autore del pur bellissimo Fight Club in una cinquina con il Roth de La macchia umana o con Saramago?

    E se si considerasse anche chi ha fatto esplicitamente ed esclusivamente una scelta di genere, che dire di Ellroy o della Le Guin?
    E (in omaggio all’attenzione “iberica” di Aitan), la bravissima Alicia Jimenez Bartlett? Che peraltro tenta pure delle “uscite” dal mero genere.

    (A proposito – non di generi, ma si ispanici -, Aitan, di Marías che ne dici? Almeno due veri gioielli li ha scritti e la densità letteraria di quello che scrive è decisamente alta. Non sfigura certo accanto ai pur importanti Goytisolo e Millás).

  28. Adoro Xavier Marias e le sue digressioni che spesso sono libri dentro ai libri.
    Vi sono scene raccontate da lui che mi pare quasi di aver vissuto, come le prime pagine di “domani nella battaglia pensa a me” e l’hotel e lo sguardo che Luisa ne “un cuore così bianco” getta sulla strada intorno all’albergo. In “il tuo volto domani” c’è una parentesi che copre quasi l’intero libro e procura la sensazione di star leggendo due romanzi ugualmente affascinanti nel medesimo tempo.
    L’uomo sentimentale è “un classico” in senso buono.
    Insomma Marias è uno che non ha bisogno di inventarsi trame strampalate per tenerci incollati a un suo libro e farci riflettere un po’ più su noi stessi.

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