Racconto a più mani – 5

Gli impreparati alla vita, come Giulio. Anna, che di professione fa l’assistente sociale, ma se facesse altro, tipo rappresentante di tanga e ragazza cubo sarebbe meglio, mi ha detto: “Tina, cosa credi, guarda che Giulio ha quarantatré anni”. Quarantatré, ma come quarantatré, ne dimostra più di sessanta, pensavo io. Giulio ha dentro secoli, ma questo io non lo sapevo. Io volevo sapere chi fosse, ringraziarlo, per questo avevo chiesto di lui a quell’oca di Anna.
(incipit, mio)

”Ha avuto un trauma, sai?” Aveva l’aria soddisfatta, mentre lo diceva. Appagata da questa sua diagnosi spicciola. Un trauma spiega tutto, no? Anche i serial killers ne hanno avuto di certo uno. E bello grosso. Ma Giulio non è un assassino. Non quel tipo di assassino, almeno.
(Gea Polonio)

Non uno che avesse scelto di ammazzare qualcuno insomma, ma uno che ci si era trovato perché la vita, chissà perché, ce lo aveva portato, proprio lì, in quella famiglia, in quella cucina, quella sera. Perché di un ragazzino sconvolto, che afferra il coltello della cucina e che, con un colpo solo, uccide il padre che da una vita ammazza di botte moglie e figli, tutto si può dire, ma non che sia un assassino.
(Elena del blog motivixalzarsialmattino.splinder.com/)

Dove fosse poi sparito per tutti quegli anni dopo l’Istituto, non era stato possibile saperlo con certezza, aveva detto Anna. Di sicuro si era comunque tenuto lontano dai guai, perché di lui non si era più saputo niente, e per una vita iniziata in quel modo, non era cosa da poco. Che poi avesse dentro tante altre vite, accumulate confusamente, una sopra l’altra, lo si capiva guardandolo negli occhi, per chi avesse avuto voglia di guardare negli occhi un uomo come Giulio. Uno che faceva del suo meglio per passare inosservato e che però, quella sera, nel parco, non aveva esitato a correre in mio aiuto.
(Elena del blog motivixalzarsialmattino.splinder.com/)

Primo contributo.

Sono stati quelli a fermarmi, gli dissi indicando la polizia.
Perché avevano trovato Anna. Folgorata con l’asciugacapelli nella vasca da bagno.
E l’ultimo numero in entrata sul suo cellulare, manco a dirlo, era il mio, continuai. Un avvocato, mi hanno detto. E io non ce l’ho. E volevo solo compagnia. Tu mi fai compania, ecco.
Giulio andò a parlare con quello in borghese, probabilmente era il capo. Gli disse due parole, ma bastarono a fare piazza pulita. Smobilitarono in quattro e quattr’otto come se avesse parlato il presidente della Repubblica.
Accesi una sigaretta, la spensi subito contro un albero. Ne accesi un’altra, spensi anche quella. Non sapevo quello che facevo.
Anna è morta, dissi a Giulio prendendolo per il bavero. Quasi mi arrestano. Poi arrivi tu e se ne vanno a testa bassa come se li avesse sgridati il preside. Chi cazzo sei tu? Dimmelo Giulio, chi cazzo sei
!

Secondo contributo

E pensare che, passeggiando, inizialmente lo avevo schivato: il passo un po’ sghembo, quel camminare con le spalle un po’ insaccate e le mani in tasca, la barba lunga un dito…mi avevano intimorito. L’abito fa sempre il monaco, anche se si sostiene, per retorica buonista, il contrario. Avevo allungato il passo per allontanarmi proprio da Giulio, avvicinandomi invece, indifferente, al tipo che pareva aspettare tranquillamente qualcuno, forse una ragazza ( ne aveva tutta l’aria tra il tronfio e il circospetto), guardando la prima pagina del quotidiano. Lo stesso che mi scippò, assestandomi una giornalata sulla spalla, nell’intento di far scivolare la tracolla della borsa. Persi l’equilibrio e la borsa e caddi malamente, le lacrime annebbiarono gli occhi e smisi di piangere quando proprio la mano di Giulio si strinse al mio braccio per aiutarmi ad alzarmi da terra. Accettai il suo aiuto e ricambiai con un sorriso stentato il suo, incerto e sdentato.

Terzo contributo.

Era corso in mio aiuto d’istinto, quei ragazzi mi avevano circondata ridendo, visibilmente alterati, si palleggiavano la mia borsa, che m’avevano strappato di mano, gingillandosi e sfottendomi: “guarda la signora, che prima camminava così sicura, muovendo bene il culo , come trema, ora…!”. Erano visibilmente alterati, forse, oltre che ladri, su di giri per l’assunzione di qualche sostanza stupefacente o soltanto un po’ ubriachi, chissà. Sudavo freddo. Non mi riusciva un gesto deciso, la fuga, anche la parola mi si ghiacciava in gola. Giulio, che seduto su una panchina a consumare un magro pasto nella carta, aveva assistito alla scena ed era corso urlando, mettendo in fuga i balordi, forse stupiti che qualcuno fosse tanto disperato da sembrare più balordo di loro, m’aveva soccorsa e salvata, che senza lui sarei stata tra i sommersi dalla paura.

Quarto contributo

Anna non si era accorta dell’errore. Guardarlo negli occhi, aveva detto. Proprio a me.
Con le mani gli avevo toccato il volto quel giorno che mi raccolse da terra che avevo perso il bastone. Barcollavo senza riferimenti.
E che potevo saperne dei suoi quarantatre anni, dei suoi occhi da assassino, se le dita rimandavano al cervello rughe di cartapesta. Solo il tempo di accarezzarlo, solo un attimo, per capire a chi dire grazie.
Ma Giulio era già scappato via, ombra nell’ombra che mi avvolge.

Quinto contributo.

Delle volte d’estate lui ci dormiva lì al parco, mi avrebbe poi raccontato, perché quando faceva troppo caldo nella sua stanza che affacciava in uno dei vicoli lì intorno, usciva a fare due passi, a fumarsi una sigaretta, e finiva che si addormentava su qualche panchina.

Così, quella sera, aveva appena preso sonno, quando lo scricchiolio dei miei passi sul ghiaino del vialetto, gli aveva fatto socchiudere gli occhi, e per un attimo mi aveva intravista, veloce, la maglietta rossa, sotto il cono di luce del lampione. Poi, poco più in là, voci soffocate, confuse, concitate, un rumore di passi, di lotta, le grida.

Le mie grida, il mio terrore sentendomi di colpo il peso di un uomo addosso, e un dolore lancinante alla tempia, alla faccia, il respiro mozzato, il sangue che mi riempiva la bocca, le mie mani che afferravano il niente e le sue, forti, feroci, che mi premevano addosso. Finchè, dietro le spalle di quell’uomo, avevo visto arrivare Giulio, lo sguardo lucido di rabbia e di forza.

“All’inizio pensavo di sognare, ” mi aveva detto poi, in ospedale, quando per un momento mi si era avvicinato, dopo la deposizione al posto di polizia “sa, dormivo, non capivo cosa stesse succedendo. Mi dispiace. Mi dispiace, avrei potuto arrivare prima.” Lo avevo guardato, senza capire bene cosa mi stesse dicendo. Stavo solo pensando che quello che mi stava parlando non sembrava lo stesso uomo che mi aveva salvato da quella bestia. Ma era stato un attimo. Mi aveva fatto un cenno di saluto, e lento, guardandomi, come se non volesse strapparsi da lì, si era girato e se n’era andato.

chi vuol continuare mandi a raccontiaquattromani@gmail.com

Possibili varianti. Supponiamo che qualcuno scriva una buna continuazione del racconto.
Si potrebbe anche fare come a poker, si dice passo e si va avanti.
E poi. Sono ammessi anche due contributi per volta di una stessa persona.
E comunque.
Chunque, anche chi dovesse passare per caso qui per la prima volta, può partecipare .
E infine: domani avviso quando si vota.
Dipende dalle cose che mi arrivano, dipende dai commenti.
Chiunque – purché abbia un’entità riconoscibile – può votare.

quando si andrà avanti?
vediamo.

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Informazioni su remo

scrivo. Ultimi libri pubblicati: Lo scommettitore (Fernandel 2006); La donna che parlava con i morti (Newton Compton 2007, fuori catalogo); Bastardo posto (Perdisa Pop 2010); Vicolo del precipizio (Perdisa Pop 2011); Buio assoluto (Historica, 2015); Vegan. Le città di dio (Tlon, 2016); La notte del santo, Time crime

4 thoughts on “Racconto a più mani – 5

  1. mica per essere fiscali ma, orientativamente, esiste un numero approssimativo di battute per l’intero racconto?
    o si va avanti a esaurimento di personaggi, esaurimento di contributi, esaurimento nervoso, esaurimento di pernod?
    :-)

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