Scrittura e suicidi

Non dimenticare il lettore. Non il lettore massa da accudire nel suo legittimo bisogno di qualche ora di distrazione, né il lettore snob da accontentare nelle sue piccole voglie da gravidanza isterica. Non si scrive per sé, come ti dice l’esordiente quando ti porge il manoscritto, né si scrive per gli altri, come dicono gli apologeti della letteratura commerciale o i missionari della letteratura sociale. Si scrive per quel sé che coincide idealmente con gli altri.
(Pontiggia)
L’intero decalogo di Pontiggia è qui.

Poi, cose di vita quotidiana.
Nelle grandi città si disperdono, credo. Ma in quelle piccole no, restano nell’aria parole e silenzi quando qualcuno si toglie la vita.
Uno dice magari dipende da.
L’altro dice che non si fa, e che e che.
E ci si interroga sul fatto che erano mesi che non ce n’erano stati di suicidi e che poi, nell’arco di pochi giorni, ce ne sono stati due più un altro, tentato.
E tutto resta sospeso, come altre volte. Come sempre.
Chissà dove si posa il loro ultimo pensiero.

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8 pensieri su “Scrittura e suicidi

  1. Tra aprile e maggio dalle mie parti ci sono stati sei casi di suicidio in meno di tre settimane. Troppi per dire alcunché di sensato.
    Ma la solitudine, quella che deve essere totale e totalizzante, quella che ti fa confondere in mezzo a tanti senza che nessuno la veda, quella solitudine che c’è e che uccide, che fa gridare al vento dopo la terrorifica constatazione che a nessuno è importato del tuo dolore, quella solitudine esiste, REsiste e alla fine, a volte, vince. E’ la solitudine che alla fine ammazza, più dei casi della vita: ecco cos’è, per me.

    Non posso non pensare a Pavese: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono, va bene?. Non fate troppi pettegolezzi”.

  2. Purtroppo tante volte si posa dove vivono i sensi di colpa di coloro che rimangono. Un suicidio genera morti a catena, anche se le altre non le si vedono ad occhio nudo. Praticamente una strage.

  3. quando iniziai a fare il cronista di nera (nel paleolitico), il suicidio faceva notizia anche a Roma. Ora non più, salvo casi eclatanti.
    Ricordo, però, il suicidio di un pittore abbastanza conosciuto. Lasciò un biglietto nel quale, più o meno, c’era scritto così: “dite e scrivete quello che vi pare ma vi prego, non parlate di insano gesto”

  4. Pavese scrisse ( più o meno):
    perdono tutti, perdonatemi e non fate pettegolezzi.
    Ha ragione Silvia, chi si uccide uccide, ma chi si lascia ammazzare. Anche in questo caso è una questione di sensibilità individuale.Un suicidio puù passare inosservato o creare una voragine, o entrambe le cose nel medesimo contesto di famiglia, individuo per individuo.
    La dotta citazione di Pontiggia è puntualissima. Sì, chi scrive per sé e qualche altro snob fa esercizio accademico, chi scrive strizzando l’occhiolino al lettore fa pratica retorica, resta chi scrive alla reale ricerca d’identità d’intenti. Cerca “anime gemelle” tra i lettori. O ha ormai rinunciato a cercarle e le immagina. Il testo scritto è tuttavia un prodotto compiuto, è materia sensibile. Non può esimersi dagli aspetti “produttivi” del caso.E’ cosa. Nel momento in cui lo è…addio all’iperuranio del nostro intimo. Ed è il suo bene. E’ cosa che smette d’essere astratta per una concretezza fatta di parole e regole che le governano.

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