una scelta, a ogni capoverso

Ho scritto una dozzina di righe per la quarta di copertina dell’E-book, Raccontiaquattromani.
Ho scritto cose banali. Che c’è stato il mio invito, e che, in un mese e mezzo – grazie a internet – si è proceduto a fare quello che era impensabile fare.
Insomma, grazie alle mail (e con l’ausilio o della chat o del telefono) si è potuto scrivere un racconto nel modo più difficile: con una persona lontana.
E, in alcuni casi, con una persona lontana e anche sconosciuta.
Bene.
Provare a immaginare che ora quesi 24 racconti vengano sottoposti ad editing.
O revisione degli stessi autori: il prodotto, già buono, potrebbe diventare un signor prodotto.
Scrivere con un’altra persona non è facile, scrivere con un’altra persona che sta lontano è ancor più difficile, scrivere con una persona che sta lontano e che non si conosce è un’impresa ardua.
Ci siamo, ci siete riusciti però.

Ma cos’è un racconto?

Vado a rileggermi Tondelli (Under 25: presentazione, da Un wekend postmoderno).

Quel che comunque ritengo importante è una disponibilità alla riscrittura e al ripensamento del lavoro. Ho trovato qualche difficoltà a spiegare ai ragazzi cosa intendessi per “riscrittura”. Sinceramente non lo so con precisione. So che il segreto della scrittura è quello di buttar via e di riprovarci senza paura e senza noia; la consapovolezza che lavorare con le parole e i racconti è un gioco divertente ma anche faticoso, poiché a ogni capoverso devi fare una scelta e non sai mai, fino alla fine, dove questo ti potrà portare. Per questo, per scrivere un racconto non è importante pensare o avere tante idee. E’ importante buttare giù.

Già.

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30 pensieri su “una scelta, a ogni capoverso

  1. […] loupsos: Ho scritto una dozzina di righe per la quarta di copertina dell’E-book, Raccontiaquattromani. Ho scritto cose banali. Che c’è stato il mio invito, e che, in un mese e mezzo – grazie a internet – si è proceduto a fare quello che era … […]

  2. Permettimi di dire che è un risultato davvero eccellente, riuscire a creare armonia di accordi a quattro mani dove non c’è presenza fisica, non è facile. E i racconti che ho letto non hanno nulla da invidiare a certi altri di coloro i quali dicono autori affermati.
    Complimenti.

    Rino, rileggendo.

  3. Io non avrei problemi a revisionare “Vent’anni”, sempre che il mio compagno di scrittura sia d’accordo a farlo! ^__^

  4. Alle volte, certe ‘critiche’ a certi racconti mi sono venute perchè quando una cosa è già bella si vorrebbe che fosse perfetta. E, sì, è vero, riscrivere qualche cosa qui e là renderebbe alcuni dei racconti perfetti :-)

  5. ne sono convintissima, Remo, forse perchè scrivo poesie e so che per ognuna ne butto via più della metà, per farlo ci vuole coraggio, cosa che ho acquistito decisamente solo negli ultimi anni.
    Comunque il risultato di questa tua proposta è davvero encomiabile.
    cari saluti

  6. La riscrittura è operazione fondamentale. Anche buttare tutto a volte lo è. Le critiche a volte possono offrire suggerimenti validi. Trovo, comunque, che tutta questa operazione abbia avuto un ottimo risultato. Io sono molto soddisfatta della sintonia trovata con il mio socio e ripeto che ci siamo divertiti molto. La scrittura a quattro mani è anche uno stimolo per migliorarsi.

  7. E’ stata una bellissima iniziativa, grazie a te Remo, unica!
    Al di là del valore letterario dei racconti, oltre la narrativa:
    un esperimento di socializzazione, di comunicazione, di apertura, di conoscenza, di nuovi rapporti interpersonali.
    E’ questo il bello della rete ed è stato usato la suo meglio!

  8. complimenti a tutti e anche e soprattutto a Remo per la gemmazione di idee che ha avuto nel far nascere in poco tempo questi risultati. C’è ancora crede al potere immaginifico delle parole.

    Un racconto..eh, trovo che un racconto sia come una fotografia rubata come una scena interrotta e verbalizzata, un lasso di tempo e spazio talvolta sezionati chirurgicamente talvolta semplicemente messi in lemmi uno in fila all’altro, una libera associazione di idee, un piccolo nastro di Moebius interrotto prima di tornare a chiudersi su se stesso. Un racconto è un pezzo della torta che ci spartiamo quotidianamente ma può essere anche un inizio per qualcosa di più grande e per il lettore una risposta ad una sua domanda che lo scrittore non conosce.

    il potere della parola, il potere della letteratura, tutto questo, non mi stancherò mai di dirlo è magnifico.

  9. Faccio l’avvocato del diavolo ( come secondo lavoro): e quelli che non ri-correggono mai, sono presuntuosi o hanno la vista più lunga? Credo ce ne siano di esempi di scrittori non particolarmente amantio dell’editing, no? Ecco, quelli? … Nicola Pugliese di “Malacqua” disse agli editori”o così o niente”. Fu così. Boh? E’ che ci penso…

  10. @ Monia: io credo che non tutto, sempre, debba essere rivisto e riscritto. Nella scrittura, come nel giornalismo, ti viene insegnato che se un incipit ti viene di getto, riscrivilo. Me lo diceva sempre Vincenzo Mollica che, a mio parere, non è esattamente un esempio di creatività scoppientante e originalità nel suo lavoro. Ci sono casi e casi, nella scrittura cosiddetta creativa. Ci sono alle volte grandissimi margini di miglioramente, ma ci sono anche i momenti di grazia in cui ciò che nasce è assolutamente perfetto e non potresti scriverlo in modo diverso. In quel caso va bene così, non ha senso intervenire. Conosco uno scrittore in gamba, Maurizio de Giovanni, che scrive un romanzo in una ventina di giorni (ne ha già pubblicati due con la Fandango) e dice che gli escono a circuito stampato. La revisione riguarda ripetizioni o refusi, piccoli errori, ma mai lo stile, la sequenza degli avvenimenti, le scelte capoverso per capoverso. Ecco, io i suoi libri li ho letti e non credo che un lavoro di editing invasivo, fatto da lui o da qualche professionista, avrebbe potuto aggungere valore ad una scrittura che valore lo ha per come è scaturita all’origine. Quindi, per quanto mi riguarda, non credo che a riscrittura possa sempre essere un valore aggiunto.
    Laura

  11. Mah io sono una che rilegge quello che scrive fino alla nausea. A livello di romanzi la revisione la considero sempre necessaria, perchè riprendendo in mano il testo a distanza di tempo ci possono essere periodi che non vanno e quindi vanno corretti. Come racconti può capitare che quelli di getto, brevi, non richiedano particolari limature. Diciamo che dipende dal caso. Ma lasciare sempre il testo così com’è, boh, mi lascia un po’ perplessa. Forse perchè penso che se uno scrive una cosa e a distanza di un anno, mettiamo caso, la rivede e la reputa sempre ok, significa che non c’è stata crescita e non so quanto questo sia positivo. U___U

  12. io penso che da scritti, scrittori ed editor ho imparato – parlo della mia scrittura – che le storie son sempre imperfette.
    arrivati a un certo punto, però (ed è qui che sta il difficile) occorre dire basta, con la riscrittura, intendo.
    difficilmente chi scrive è un buon lettore di se stesso, in positivo e in negativo.
    e comunque. ci sono scrittori – penso a Mari – che scrivono di getto, altri, penso a Genna, possono farlo perché (mi pare) prima fanno una scaletta, precisa (come usava fate Scott Fitzgerald).
    penso insomma che non si finisca mai di imparare.
    e poi, sul tempo che si impiega.
    proprio ieri discutevo su Calvino.
    Calvino era uno scrittore a tempi pieno.La sua vita era fatta di lettura e scrittura.
    insomma: i 20 giorni di Calvino non erano i 20 giorni di Fenoglio.
    insomma: io vorrei, ma non è mai successo, avere 20 giorni per scrivere un libro (come fa la Vargas, che poi affida l’editing alla sorella).
    i miei venti giorni sono ore rubate al sonno, a tutto.
    mangio, lavoro, scrivo.
    un po’ come quando andavo all’università.
    seppi che era caduto il muro di Berlino: avevo un esame da preparare, lavorando.
    dissi: mi informerò poi. e non vidi nemmeno un minuto di televisione.

  13. Il weekend postmoderno non mi è andato giù, mai.
    Non lo finii.
    Per me paghiamo ancor’ora l’esagarato incensamento di Tondelli.
    Ma Canalini pubblicava Tondelli tale e quale
    o lo rifaceva tutto?

    Forse aveva bisogno di una riscrittura totale
    o
    forse io di cambiare gusti.

  14. Il libro è bellissimo.
    Mi sembra, leggendo qui, di poter imparare che non esistono scritture, ma solo riscritture. Ché quello che dovrei chiamare scrivere, quello che in me scrive la vita, mentre lei lo scriveva io lo chiamavo vivere. A leggervi capisco di essere l’umile riscrivàno di ciò che in me fu scritto quando fui foglio. ri-scrivere meglio, questo mi appunto, e lo metto vicino a vivere meglio.

  15. @ Elys: non ho detto di non riscrivere mai, ho detto che non sempre occorre riscrivere. E se un romanzo o un racconto è testimone di un periodo della tua creatività, modificarlo è un tradire il te stesso che eri a favore del te stesso che sei. Il cambiamento non è sempre sinonimo di miglioramento.
    @ Mariobianco: ho letto di Tondelli solo Rimini, mi dicono non sia il suo migliore. Ma non leggerò altro perché in quella sua scrittura non ho trovato niente che non fosse già in altri. Forse leggerlo quando sorse la sua stella aveva un altro senso, oggi non mi pare portatore di chissà quale insegnamento. Ovviamente parere mio da semplice e umile lettrice.

  16. La riscrittura è un’operazione ambigua, a volte è utilissima, in fase di correzione e revisione ed altre è invece distruttiva.Ho trovato alcune osservazioni fatte al racconto in concorso dai commentatori assolutamente perfette,più che giuste. Mi son chiesta infatti se entrambe, io e Gaja,non s’abbia avuto il coraggio di segnalare l’una all’altra per ritrosia e rispetto i punti deboli d’una scelta già difficile di per sé, fin dall’inizio e di cui sono colpevole, in quanto ho iniziato quel che la compagna ha finito. E’ un racconto da riscrivere, secondo me.
    Conocordo tuttavia anche con Laura. Mi è capitato di pubblicare su riviste racconti che, riletti più volte, ho corretto fino a mutarli totalmente. Insomma: ho scritto altre cose. Sto frenando, nel correggere bozze, attualmente, la tentazione di riscrivere. Perché? Perché finirei di badare più alla sintassi che al contenuto, più al messaggio che all’emozione, più a ciò che vogliono gli altri che a quello che volevo io scrivendo: sfogarmi, divertirmi, giocare bellamente. Io vivo d’altro. Non mi guadagno il cibo in punta di penna. Mi trastullo finché mi piace. Essere prigionieri del prodotto o del lettore? Non è il caso. Si diventa altro da sé. Supponiamo che nel messaggio ci sia la violenza sensibile dell’imperfezione, che faccia parte del personaggio o del contesto o della comunicazione stessa…rivedere e correggere significa farne altra realtà. Omologarsi. Uniformarsi. Vale sia per la forma che per i contenuti. Mai annusare l’aria per sapere che vento tira, ad esempio. I contenuti scelgono il target più della forma. Ecco una cosa che detesto: il riferimento ideologico, il gruppo, il branco, l’appartenenza. Più si rifinisce un racconto proprio e più ci si avvicina con la sedia sd un pensiero comune. Si va a morire in un cimitero ideologico degli elefanti.

  17. qualche giorno fa mi è venuta in mente questa cosa, che lancio, così: visto che siamo stati bravi a “criticare” i racconti altrui (non tutti, e io per prima) sarebbe carino prenderne ciascuno uno, magari quello che ci piace di meno e trasformarlo secondo i nostri criteri. Chissà che ne verrebbe fuori!

  18. (parzialmente fuori tema)
    “arrivati a un certo punto, però (ed è qui che sta il difficile) occorre dire basta, con la riscrittura, intendo” (Remo)
    “Io vivo d’altro. Non mi guadagno il cibo in punta di penna. Mi trastullo finché mi piace” (flaviablog)
    Mentre vi leggevo pensavo a come sia diverso essere “riscrittori di libri altrui” (è una bella definizione di noi traduttori coniata da un collega, Luca Fusari). Mi piacerebbe potermi trastullare col testo ma a un certo punto occorre dire basta, perché c’è una scadenza da rispettare, un pagamento da ricevere, un lavoro che non sarà mai, in nessun caso, perfetto. Un testo, lo stesso testo, può essere tradotto in decine di modi diversi e non necessariamente un modo sarà “migliore” dell’altro (eventuali strafalcioni a parte, s’intende).
    Non so se capita anche a chi scrive di suo, ma quando prendo in mano per la prima volta il volume che ho tradotto faccio fatica a rileggerlo (non lo rileggo quasi mai…) perché ogni due per tre mi viene da pensare “questo oggi lo riscriverei così, quest’altro non mi piace, non scorre come dovrebbe, questa cosa non si capisce…”.
    Poi qualcuno lo legge, mi telefona e mi dice: “che bello, come mi sta piacendo, che impatto, come scorre” (esperienza vissuta un paio d’anni fa).
    Con questa lunga premessa volevo dire: è vero, un testo è sempre teoricamente migliorabile, non è mai perfetto agli occhi di chi lo ha scritto (o riscritto…). Ma chi lo legge spesso non se ne accorge. Poi, come dice il saggio Remo, non si finisce mai d’imparare. Né a scrivere né a tradurre.

  19. Menzione d’onore per i traduttori. La traduzione è un mondo a sé. Tradussi un poco dal francese anni fa e con le gambe che facevano giacomo giacomo ( vuoi per la mia modesta conoscenza del francese, vuoi per il timore di equivocare) testi didattici, semplicissimi. Quasi non era necessario tradurre… A volte sento lamentarsi dell’operato dei traduttori ( infedele, sommario, ecc.). Mi chiedo invece quante volte io non abbia amato proprio cuore e mente d’un quasi anonimo ( si firma, c’è ma non si nota) traduttore molto più dell’autore originale. La riscrittura di un traduttore è un ricamo al tombolo della narrativa, ad esempio. Non è riscrittura, a arte a parte. Un inchino.

  20. un po’ più che pareri personali, seguono:

    La traduzione non è un mondo a sé. Non c’è scrittura che non sia traduzione.
    Solo da pochi anni in Italia il traduttore è detentore di diritti, come un autore qual è.
    In Ispagna dev’essere diverso: ci si spiega così come quello splendido traduttore dell’Odissea che fu Cervantes poté pubblicare la sua traduzione come opera dell’ingegno, e chiamarla Quijote.

    [grazie, o mariobianco, sofoclato e scalciante :-) ]

  21. E’ giusto che il traduttore sia considerato un coautore ed il suo lavoro venga valorizzato sia per la componente interpretativa che per quella creativa vera e propria, che va a colmare l’intraducibile, il gergale, il circoscritto. Per il resto: non è vero che non ci sia scrittura senza traduzione. Ci sono lavori troppo “locali” per essere tradotti, non spendibili altrove e c’è sempre una scrittura primigenia, che è la filigrana del pensiero dell’autore.

  22. la scrittura primigenia è l’ambizione del lettore ingenuo, ed èp l’esito esperto di una scrittura fatta così esclusivamente di stile da fare filtrare l’impressione che di scrittura ingenua si tratti.

    in nessuna polemica e in appassionato confronto.

  23. Nessuno spirito polemico, ma la riscrittura non è traduzione. Quanto alla scrittura ingenua, credo che non esista. Per scrittura primigenia intendo semplicemente, quella dell’autore, che sia di getto o riveduta e corretta una marea di volte.

  24. Le affermazioni sulle quali non piove sono affermazioni ermetiche.

    La traduzione, diversa dalla polemica, è identica e anzi coincidente con la scrittura.

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