Raccontiaquattromani/18

Naturalmente

“E’ la vecchiaia.”
E il dottore nuovo, giovane, lanciò uno sguardo saputo alla Benedetta, l’infermiera del turno di giorno. Quella scosse la testa, che sembrava dicesse: eh, che brutta malattia che ha preso questa, la vecchiaia, guarda te.
“Son le polpette”, mormorò Antonia, che il mal di stomaco così forte aveva cominciato a sentirlo il giorno prima, dopo il pranzo del giovedì.
“Come, scusi?”, il dottorino sgranò gli occhi. Si vede che all’università le polpette non erano nel programma.
“Ho il mal di stomaco per le polpette di ieri”, sillabò lei, a voce bassa ma chiara.
“Le polpette sono buonissime”, ribatté l’infermiera, con stizza.
“Non importa, non importa, vedrà che domani o dopo starà meglio”, tagliò corto il dottorino, intascando lo stetoscopio e scribacchiando qualcosa sulla cartella clinica che affidò alle mani grandi e rosse di Benedetta. Uscirono, lasciando Antonia a massaggiarsi piano lo stomaco con una mano e a frugare con l’altra sotto il cuscino, dove aveva nascosto il pacchetto di sigarette.

Due ore dopo, sentì uno struscio alla porta, e Giuseppe che metteva dentro la testa.
“Cosa c’hai?”, domandò, cercando di attutire il vocione.
“La vecchiaia”, rispose.
“Non dire balle, non sei vecchia, fai solo finta per non mangiare la sogliola del venerdì”, e dicendo questo entrò, chiuse la porta e si mise a sedere di fianco al letto.
“Naturalmente, niente giro stasera.”
“Niente giro, Beppe, se mi vede la Benedetta mi strapazza. Facciamo domani. Domani sto meglio di sicuro”.
“Naturalmente – , fece lui, – e per domani ho un’idea.”
“Basta che non sia la solita, lo sai, siamo vecchi per quell’idea lì.”
Giuseppe si avviò verso la porta:
“Mi sa che hai studiato insieme al dottorino, tu”, disse, e mentre lei rideva augurò la buona notte e se ne andò.

Alla fine, non le dispiacque rimanersene da sola, quella sera. La mensa era sempre un bailamme, e i filetti di sogliola limanda sapevano sempre di sapone. Aveva provato a dirlo a Carlo, quando era venuto l’ultima volta, ma il figlio aveva scosso la testa e spiegato:
“È la vecchiaia, mamma, con i lustri si cambiano i gusti, qui fanno da mangiare bene, lo sai.”
Buonanotte, aveva pensato Antonia, un altro con la fissa della vecchiaia, e non si era più lamentata. Aveva continuato a ingoiare latte scremato al mattino, risottino bianco a mezzogiorno e pastina con crescenza la sera. Tanto, adesso, tutto era condito dalle chiacchiere di Giuseppe e andava giù più facilmente.
Giuseppe l’aveva trovato lì, nella residenza “Anziani in forma”, che garantiva un’assistenza medico-sanitaria di prima qualità e servizi alberghieri di altissimo livello.
“Ospizio di lusso, eh?”, le aveva detto non appena si erano riconosciuti. E poi si erano messi a chiacchierare, a dirsi quanto erano stati stupidi a perdersi di vista, e il mal di stomaco di lei e l’artrite di lui, leggi ancora così tanto, scrivi ancora i tuoi fumetti, e i tuoi figli?, e la tua casa al mare?, ti ricordi di quella volta a Torino, ti ricordi tutte quelle lettere, ti ricordi della bolletta del telefono, ti ricordi perché ci siamo persi…

“Ora che ci siamo ritrovati -, le aveva detto Giuseppe dopo pochi giorni, – naturalmente facciamo quello che non abbiamo fatto allora.”
“Tipo gli esercizi con la fisioterapista?”
“Piantala, tirati su di lì e andiamo a farci un giro.”
Così, se ne erano andati in collina, avevano fatto venire il mal di fegato a Benedetta che non li aveva trovati pronti per la gioiosa attività del laboratorio della memoria. Li aveva cercati per tutto l’ospizio e quando erano tornati a momenti sveniva. Non dalla contentezza, dalla rabbia.
Il dottorino li aveva chiamati e aveva fatto la predica, poi si era girato verso l’infermiera, aveva buttato gli occhi per aria e aveva mormorato:
“Eh, la vecchiaia, sa…”
Loro si erano guardati la punta delle ciabatte ed erano stati zitti, poi
suo figlio Carlo era arrivato di corsa per vedere se l’aria delle colline le stava dando alla testa.
“Ma… mamma!, cosa devo fare, con te?”
Alla fine si era arreso e avevano concordato con la direzione di concederle queste piccole scappatelle, eh, signora Antonia?, però faccia la brava, poi.
E lei aveva fatto la brava. Bravissima. Anche se Giuseppe insisteva.
“Non lo abbiamo mai fatto sul serio. Ne abbiamo soltanto parlato. Perché adesso non ne approfittiamo?”
“Perché siamo vecchi bacucchi.”
“Vecchia bacucca sarai tu.”
“Grazie, allora, ciao.”
“Dai, vieni qui.”
“Domani.”
“Domani lo facciamo?”
“Smettila.”
“Se lo facciamo, la smetto, naturalmente…”
Erano andati avanti così per due settimane, fino al giovedì delle polpette, fino al venerdì della sogliola, fino a quel sabato mattina in cui il dottorino era tornato per vedere come andava e le aveva spiegato:
“Vede, signora, è la vecchiaia.”
Di nuovo, aveva pensato lei. Se mi viene il morbillo questo mi dice ancora che è la vecchiaia. E così aveva deciso. L’avrebbe fatto.
Lo disse a Giuseppe, che non fece neanche vedere quanto era contento, perché sapeva che lei sapeva.
“Lo sai, vero?”, le chiese. E lei annuì.
La domenica mattina si preparò per andare a messa, poi sgattaiolò fuori insieme a Giuseppe (“Perdonami, Signore, te che sei meglio della Benedetta e del dottorino”) con la busta dei soldi e un pacchetto di sigarette.
“Questo lo buttiamo”, fece lui. E lei annuì di nuovo.
“Dove andiamo?”, chiese.
“Non so -, rispose lui. – Non so dove. Non andiamo in nessun posto. Andiamo verso un tempo.”
“Che tempo?”, chiese di nuovo lei, e sorrideva.
“Verso ieri, – rise lui. – O forse verso domani, vediamo.”
“Mi piace -, assentì lei. – Vengo con te.”
“Naturalmente”, disse lui, e si incamminarono.

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37 pensieri su “Raccontiaquattromani/18

  1. Sarà perchè li chiamo tutti gerry, sarà perchè ne ho due da “controllare”, sarà perchè credo che nella vita a volte sia giusto fregarsene delle regole e delle convenzioni, sarà che la cronaca a volte ci regala episodi del genere, per fortuna aggiungo, che questo racconto naturalmente mi piace.
    E un po’ mi commuove, naturalmente.

  2. due cose, OT
    uno.
    questo è il link
    https://remobassini.wordpress.com/2008/08/02/riepilogo-racconti/
    che riporta al titolo e all’incipit di tutti i racconti.
    due.
    lo scrivo, qui: grazie Monia, perché mi stai dando una grandissima mano. Leggi tutto, leggi con attenzione, mi richiami quando vedi che c’è qualcosa che non va.
    Questo blog, certo, è mio, ma dietro a questa iniziativa ci sono tutti quelli che hanno scritto, c’è T, che sta facendo l’eBook, e c’è sprattutto il lavoro oscuro di Monia, grande appassionata di libri.
    non ha un blog, ma è registrata su anobii:
    http://www.anobii.com/monia/books

  3. belle le descrizioni, interessante il tema, scorrevole il racconto velato di una sottile ironia, scritto benissimo, insomma mi è piaciuto assai, assai. Ciao Lucia

  4. Questo…questo mi ha preso in ogni senso, è tenero è delicato, è realistico, è preciso, è scritto bene.
    questo forse mi farà rivedere la mia classifica.
    Grazie a Remo e a Monia e a tutti coloro che si prendono cura di questo bellissimo “gioco”

  5. Grazie,Remo. Divertita tantissimo. Ringraziarmi perché leggo mi stupisce come mi stupirebbe se mi pagassero per respirare.
    Baci.
    M.

  6. il puscafé è un cocktail colorato a strati. basta un ingrediente in più e si mescola tutto mandando a puttane l’effetto cromatico. altrimenti è perfetto.
    questo racconto è un puscafé

  7. Sicuramente uno dei migliori. C’è una profonda umanità in questo delicato racconto ma senza scadere mai nella sdolcinatura e nel troppo facile sentimentalismo.
    Ironico anche, con dolcezza.
    Bravi!
    H.

  8. In poche righe le quattro mani sono riuscite a definire i caratteri dei personaggi, a far muovere il lettore nell’ambiente in cui si dipana la breve vicenda come se ci fosse già stato, hanno messo in evidenza alcuni stolidi pregiudizi( vecchiai = patologia) con una sola pennellata. Ciò che mi piace di più di questo racconto – a parte la garbata ironia e la corposa densità di personaggi e situazioni – è che in realtà si tratta di un racconto “di formazione” (la fuga verso un futuro breve e incerto, ma comunque futuro) interpretata paradossalmente da due geronti.
    Molto bene, naturalmente.

    (c’è un’espressione che si usa dalle mie parti, “lo sguardo saputo”, ma probabilmente trattasi di modo di dire ubiquitario)

  9. avete gia’ detto tutto voi. Pollice alto per i dialoghi, i personaggi – protagonisti e non -, l’ironia che ci fa dimenticare il puzzo degli ospizi (anche quelli di lusso) e la storia che pure con un fugace flashback non perde in coerenza e lucidità. Ottima pure la chiusa e il titolo.
    Maledetti. Naturalmente.

  10. […] 61cygni: Naturalmente. “E’ la vecchiaia.” E il dottore nuovo, giovane, lanciò uno sguardo saputo alla Benedetta, l’infermiera del turno di giorno. Quella scosse la testa, che sembrava dicesse: eh, che brutta malattia che ha preso questa, … […]

  11. @ gregori
    Cosa hai da sindacare sui miei commenti?
    Io sui tuoi non profferisco verbo, ovvia!
    (si vede che mi sono svegliato male?)

  12. Credo di non essermi ancora fatto vivo su questi racconti (in realtà non ricordo bene, forse è l’Alzheimer) ma ogni tanto passo e leggo. Ultimamente confesso di avere disertato, ma oggi ho aperto e ho trovato questo: buono, molto buono. Ora mi stampo l’e-book (ottima idea, complimenti a T.), rileggo tutto e, se quando si vota non sarò già partito, posterò la mia classifica. Ci terrei almeno a votare. Ma quando si vota?

  13. @ south:
    bravo, continua a non profferire
    :-)
    @ carlo:
    vorrei aiutarti, ma non ci ho capito una mazza nemmeno io, ma non dirlo a remo. credo che, comunque, se tu lasci voto attraverso delega vidimata da atto notarile esso sarebbe valido

  14. @ silvia leonardi:
    con te avrei qualche problema a cederti la metafora del puscafè. Visto che quando siamo a cena insieme, tu (e altre personcine che bazzicano qui dentro) hanno sempre da sindacare quando mi dedico alla scelta di alcolici e superalcolici.

  15. Carlo S.: l’idea dell’e-book è di Remo. Io ho solo risposto al suo appello “c’è mica un’anima pia…”

    L’e-book sarà fatto a gioco terminato.
    Per il momento aggiornerò man mano il pdf – linkato nel post “dedicato” – per chi preferisce (ri)leggere su carta.

    f.to
    Pia

  16. @ Enrico: coda di paglia?

    Questo racconto mi piace perché c’è dentro tantissimo, perché è un piccolo romanzo che lascia intendere tanto altro. Bello.
    Classifica aggiornata:

    1) L’uomo che vendeva sogni
    2) Stellamadre
    3) Scintille
    4) Fuori dal villaggio
    5) Efedrina
    6) Naturalmente
    7) Amoretorico sessolingo
    8) Haynt
    9) Vent’anni
    10) Lo sguardo indifferente
    11) La neve che non c’era
    12) Odio l’estate
    13) Tutte cazzate
    14) Rugiada
    15) Pugni di sabbia
    16) Il canto del gallo
    17) Asimmetrie
    18) A occhi spalancati

  17. E’ un bellissimo racconto. Al mio palato risultano un po’ artificosamente dolci le ultimissime battute, l’avrei terminato con l’abbandono del pacchetto di sigarette. Ma ci sta, e fin lì nessuna sdolcinatura.
    Bravi assai.

  18. @T. alias Mister T. alias SignoraT. o Signorina T. (così l’ho vista appellare) che si firma Pia (Anima di cognome?) come nei dispacci “firmato Cadorna” (come dobbiamo chiamarti a questo punto?):
    Per ogni iniziativa c’è una mente ed un braccio. Senza il braccio la mente sproloquierebbe.
    Qui si fanno complimenti alle braccia. Per la mente c’è tempo. :-)

  19. io invece l’avrei terminato con lui che riprende a fumare, finalmente.
    Il finale ieri domani dopodomani ecc. è troppo troppo rosa cipria.

  20. Si fa leggere bene e strappa in più punti un convinto consenso. Certo, il tema non è nuovo. In un documentario o in un’inchiesta giornalistica, mi strapperebbe più ammirazione. In un racconto, è facile che mi metta l’ansia di precipitare da un momento all’altro in una fiction di Canale5 o RaiUno.

  21. M’è piaciuto il brivido che m’ha lasciato. Un brivido di sorriso, chè questo è un tema che m’è caro e pen(s)oso, nella vita e sorriderne mi è raro. Significa che m’è piaciuto il racconto? Immagino che sia un sì. Ma chisenefrega della scrittura se quello che lascia è un brivido che sorride. Mi senbra di più, ecco. E’ che a volte la vita può essere da sola “ben scritta”, ma accade solo – e raramente – quando lo fa da sè.

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