Pubblicato da: remo | 2 agosto 2008

Raccontiaquattromani/15

Il canto del gallo

Persino le orme sulla spiaggia facevano pensare a un carattere piuttosto prepotente. S’infilavano nella sabbia quasi mordendola, a volte le piante dei piedi sollevavano grumi di sabbia che si attaccavano alle caviglie degli astanti o alle facce ignare dei bambini impegnati nell’eterno compito di svuotare il mare con un secchiello, o nell’impresa, altrettanto effimera, di costruire castelli.
Il primo schizzo s’impiantò come uno sputo sulla guancia, il secondo colpì l’occhio sinistro. Così Sarah non ebbe modo di vedere cosa successe nell’attimo successivo ma sentì bene l’alluce penetrarle nel fianco e la rovinosa caduta, con conseguente faccia spiaccicata sulla sabbia, poté soltanto intuirla.
“Ma proprio in mezzo ai piedi doveva mettersi!” urlò nel rialzarsi.
Sarah non rispose, si scrollò la sabbia dal costume, prese la bottiglietta dell’acqua, si sciacquò l’occhio che ormai era diventato tutto rosso e lacrimava abbondantemente e si allontanò.
La guardò a lungo, fino a quando la sua figura divenne un piccolo punto all’orizzonte. Non riusciva a capire. Non aveva aperto bocca. Semplicemente si era alzata, si era scrollata la sabbia e si era allontanata come se niente fosse successo, come se … non fece in tempo a finire il pensiero, il cellulare suonava lampeggiando furiosamente.

“Forse non ci siamo capiti… ci sono tre modi per fare le cose: quello giusto, quello sbagliato e il mio… tu per chi lavori? No, rispondi, cazzo… per chi lavori? Ah, per me… E allora fai a modo mio, è chiaro?”
Click.
Stronzo.
Sono circondato da imbecilli.
Per forza le cose vanno male.
È che non posso fare tutto da solo.

Mentre parlava aveva iniziato a camminare appoggiando i piedi, senza rendersene conto, esattamente sopra le orme delicate di Sarah. Il cellulare ricominciò a suonare con insistenza.

“Pronto… ah, è lei… sì, tutto bene.. problemi? Che problemi? Come sarebbe a dire che non c’è copertura? Non avete ricevuto la delibera… Ah, non avete ricevuto niente? Ci deve essere un equivoco, mi è stato assicurato che i finanziamenti sarebbero stati sbloccati… procedura ferma? E da quando? Chi l’ha bloccata? Ah, lei non sa nulla… penso comunque che non ci siano problemi per lo scop… ah, i problemi ci sono? Come “rientrare”…ma lei sa benissimo chi sono io, il mio nome è una garanzia!!!” “E il mio motto è: nessuna garanzia per nessuno!” Rispose l’interlocutore”

Click.
Bastardo.
Ma so io come fartela pagare.

La faccia si trasformò in un ghigno.
Il gabbiano fermo su uno scoglio volò via.

Se lo trovò di fronte all’improvviso con tutti i braccialetti su un braccio, la pesante sacca sull’altro, gli occhiali da sole ben allineati e i ciondoli e i foulard e le bandane e quel sorriso bianchissimo che sapeva d’Africa e quegli occhi che evitò accuratamente cercando di scansarlo anche se oramai gli stava di fronte.
“Ehi, capo, tu vuoi comprare….?”
“Quello che voglio a te non deve interessare un cazzo, intesi? Quello che voglio io me lo prendo, capito? Io sono un uomo libero. Libero!”

Non li sopporto i marocchini sulla spiaggia.
Sono quasi come gli zingari.
Rom, come li chiamano adesso.
Ipocriti.
Sempre zingari restano.
Non sono razzista.
Neri, gialli… non c’è problema.
Basta che rispettino le nostre regole.
E che lavorino. Sodo.
Però gli zingari non li digerisco.
Quelle mani sempre in movimento.
Quel colorito malsano, giallastro.
Quella voce lamentosa
Quello sguardo obliquo, che sembra umile
Ma in realtà promette porte sfondate
ed appartamenti svuotati.

Mohammed si sedette, appoggiò le sue cose e frugò tra i portachiavi, avevano tutti inciso un nome: Marco, Giuseppe, Chiara, Maria … cercava tra questi il proprio nome. Lo aveva fatto fare a Majid, ‘Così non dimentico chi sono’ gli aveva detto. E gli era servito. Ora che quel tizio l’aveva aggredito, ne aveva bisogno, aveva bisogno di ricordarsi chi era per riuscire ad andare avanti su quella spiaggia piena di ombre.
Sarah aveva assistito alla scena. Si sedette al suo fianco, ‘Hai perso qualcosa?’‘Il mio nome’ rispose ‘Te lo scrivo io’ disse. Glielo incise sulla carne col suo colore preferito, quello che usava per le occasioni speciali: un rosso intenso, pastoso. “Adesso non lo puoi più perdere!”

Dove appoggiò il piede non c’era sabbia.
Un sasso bianco, grosso come un uovo, si piantò proprio sotto la pianta, proprio dove c’è la curvatura del piede, proprio lì e il piede fece crack, il telefonino volò nell’acqua creando cerchi concentrici, il dolore lancinante lo costrinse a fermarsi. Imprecazioni violente tra i denti stretti.
La giornata stava cambiando e si era alzato un vento forte e freddo.
Il foglietto di carta si appiccicò al viso come una ventosa.
Era un foglietto a quadretti, piccolo, una calligrafia minuta aveva appuntato queste parole:
“Nel pollaio da dove partirà verso la morte, il gallo canta inni alla libertà perché gli hanno dato due trespoli. Fernando Pessoa”
Uno strano malessere serpeggiò lungo la schiena, si guardò intorno: sulla spiaggia non c’era più nessuno e sulla sabbia neppure un’impronta, sembrava fosse stata lisciata da una nottata d’onde, quelle onde belle lunghe e piatte che fanno appena un po’ di biancore quando toccano la sabbia. Il mare cominciò a ritirarsi come se qualcuno lo stesse succhiando, poi improvvisa si alzò l’onda, era così alta da dare le vertigini. Cominciò a correre, il piede dolente sembrava spezzarsi ad ogni passo, strinse i denti, soltanto quando i piedi morsero l’asfalto si fermò. Nell’enorme parcheggio c’era solo la sua macchina. Pure la faccia nera di Mohammed o il colorito giallastro di uno zingaro l’avrebbe rincuorato, ma non c’era nessuno.
Il tergicristalli sembrava spezzarsi sotto il peso dell’acqua. Non vedeva niente e il piede era una palla dolente. La strada era tutta in salita, tutta curve, la macchina arrancava, rami d’albero si abbattevano sui vetri e sulla carrozzeria. Non aveva fiato né per urlare né per imprecare. Quando vide il tronco d’albero piegarsi gli tornò alla mente la frase scritta sul biglietto, mentre gli cadeva sulla testa pensò: “Pessoa, Pessoa …. chi è Pessoa?”.

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Responses

  1. Un racconto dalla struttura interessante con una prosa elegante nelle descrizioni e abbastanza fluida da farsi leggere piacevolmente.
    Tuttavia, per i miei gusti, ci sono passi troppo esplicativi e qualche ingenuità nel tessuto narrativo. Ho come l’impressione che era troppo pressante l’esigenza di suggerire una morale o una chiave di lettura, come se si pensasse che il lettore non ce la facesse da solo a intendere l’intentio autorum. Mi riferisco all’intera mininarrazione dell’immigrato Mohammed e, soprattutto, a frasi tipo “nell’impresa, altrettanto effimera”, “Io sono un uomo libero. Libero!” (magari bastava dirlo una sola volta ;o), ” Non sono razzista.”
    E siccome il racconto mi è piaciuto e adoro Álvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro e Bernardo Soares, mi permetto di dire che in punto di morte gli avrei fatto dire qualcosa di più drammatico e contundente a quell’antipatico del deuteragonista della storia. Tipo: “Ma chi cazzo è Pessoa?”.

  2. ci sono molte cose in questo racconto. mi sono un po’ persa. suppongo sia colpa del caldo di un sabato d’agosto

  3. Forse andava curata maggiormante la scrittura e certi passaggi, soprattutto quando manca il soggetto e c’è pericolo di fraintendimento
    (come in: “Così Sarah non ebbe modo di vedere cosa successe nell’attimo successivo ma sentì …
    “Ma proprio in mezzo ai piedi doveva mettersi!” urlò nel rialzarsi.”, dove sembra, per un momento, che sia Sara a gridare).

    Direi che ci sono molte promesse di racconto, poi non del tutto mantenute. Sara che sparisce così, silenziosa e lieve, che ruolo ha? Mohammed serve solo a mostrare quanto sia stupido quest’uomo?
    Userei anche una punteggiatura più forte, ma questa è una mia mania.
    D’accordo su un finale più deciso :-)

  4. (scusate, non è passata la chiusura del corsivo dopo la citazione)

  5. per me il racconto regge benissimo. ha un inizio, un corpo e una coda. Forse è vero che, qui e là, il lettore non è molto facilitato alla comprensione, ma sono i rischi della scrittura a 4 mani tra sconosciuti e/o distanti.
    Un po’ faticoso, insomma.

  6. Per me troppo faticoso. Anzi, farraginoso, direi. Gli autori si sono rincorsi tra questi protagonisti/comparse (Sarah promette, ma non mantiene – Majid viene usato come spot antirazzismo strisciante) senza riuscire a trovarsi mai del tutto. Anche a me, sul finale, sarebbe piaciuta una frase più incisiva.

    Aggiorno la mia classifica:

    1) L’uomo che vendeva sogni
    2) Stellamadre
    3) Scintille
    4) Efedrina
    5) Amoretorico sessolingo
    6) 11.Haynt
    7) Vent’anni
    8) Lo sguardo indifferente
    9) La neve che non c’era
    10) Tutte cazzate
    11) Rugiada
    12) Pugni di sabbia
    13) Il canto del gallo
    14) Asimmetrie
    15) A occhi spalancati

  7. A me non dispiace, forse un pò complesso, ma efficace nel suo svolgersi.
    Ho anche apprezzato un buon affiatamento tra gli autori.
    Faccio mia la lista di Laura, ringraziandola per la sua efficienza.

  8. bello, bello bello anche se concordo con Aitan nella maggior parte delle sue sottolineature anche se in fondo non ce la vedo tutta quell’ansia di morale che invece Aitan lamenta (gentilmente!).
    Anche l’appunto di Annalisa sulla difficoltà di capire chi è il soggetto è uno scoglio reale, ma il racconto mi mette una grande gioia addosso.

  9. Ecco: ansia di morale mi sembra il termine esatto, oltre alla forma poco curata.
    Queste sono caratteristiche che non mi fanno apprezzare racconti o romanzi.

  10. Io lo trovo discreto,
    però Mohamed non ce l’avrei messo, perché sovaccaricarica una storia che deve essere breve, per forza. Linguaggio un po’ comune.
    MarioB.

  11. regge, anche se, come enrico ed altri, l’ho trovato poco scorrevole.
    discreto anche secondo me.

  12. Ma questo signore rapprensenta buona parte del nostro parlamento! Fosse vero che ad ogni cazzata che sparano un tronco di alcuni quintali rovinasse sulle loro testoline… Allora sì che gridei: VIVA PESSOA, VIVA PESSOA!

  13. Quella risposta al marocchino “sono un uomo libero” suona poco credibile, e la tirata sui rom, anche quella, potevano evitarla. La storia del nome perso, dimenticato poi…non so, mi sembra che l’intento morale di questo racconto sia troppo spudorato, ecco.

  14. …tuttavia tendo a ribadire che è tra quelli che ho gradito

  15. Sufficiente

  16. si, i 3 personaggi sono tenuti insieme da nulla. forse l’uragano poteva funzionare da filo conduttore, ma s’è accanito soltanto con il manager, come la nuvola con fantozzi.


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