Raccontiaquattromani/9

Asimmetrie

Si aspettavano alle dieci fuori il suo portone, al bar di fronte, non c’era gente. Era il vuoto dentro loro e il vuoto fuori per la strada gremita del silenzio dei lampioni, che sembravano scimmiottare, ridere zitti zitti sotto i baffi. Lei portava sul volto quell’aria assente di chi incontra un fantasma, uno del passato, uno che hai amato. Uno squillo, il numero non è salvato, ma tanto lei lo ricorda a memoria, non sorride, cammina muta e pensierosa, nasconde gli occhi tra i capelli. Apre lo sportello con l’aria di un’anima in quiescenza,dai finestrini aperti, si sofferma per un attimo a notare i luccichii dalla carrozzeria, l’unico segno vivace in quella notte di segreti. Si guardano per un attimo con uno sguardo buio, fermo nel tempo. Cosa darebbe per sentire il timbro della sua voce, da vicino, come quand’erano innamorati. Darebbe una ciocca di capelli per sapere cosa pensa, per saper leggere i suoi silenzi.

“Resto qui, un po’ indietro. D’improvviso ho voglia di pensare. Ti volti ed è come l’ultima volta, indossi quella maschera corrucciata che ti metti tutte le volte che la preoccupazione per me comincia a venire a galla. Le tue sopracciglia si abbassano verso il naso ed io sento la campana che suona mentre il passaggio a livello si chiude e sopraggiunge il treno dei pensieri cattivi nella tua testolina. Come al solito non c’è bisogno di alcuna parola, i tuoi occhi parlano come e meglio della tua bocca sottile. Mi stai rimproverando lo so, come si fa solo con qualcuno a cui vuoi davvero bene. Ed io avrei voglia di buttare via lontano tutti i pensieri che mi affollano ora la mente e correrti incontro, gettarti al collo le braccia e raccontarti una storia che ti faccia ridere. Poi tutto il resto perderebbe senso. Resterei ore a sentirti ridere; ridi da far star bene.
La tua risata argentina è il cibo di cui si nutrivano i miei padiglioni auricolari; i tuoi occhi, come si stringevano, quell’infinito spiraglio tra la luce e l’oblio si bagnava delle tue lacrime ed io mi perdevo nel ritmo che scandivi con le tue ciglia; poi ci sono le tue labbra che si cercavano e si allontanavano lasciando scoperti i tuoi denti eburnei e tutto a un tratto non mi serviva più nulla. Avevo già tutto quanto. Avevo già te.
Eppure questa volta non riesco a venirti accanto. Ho bisogno di un attimo. Puoi comprenderlo? Ho bisogno di trovare un senso alla mia fortuna, di trovarti un difetto che ti renda più reale. Perché sei bellissima, assolutamente perfetta ai miei occhi. Ed io, così insignificante, non ti merito. Così resto qui, a qualche passo da te e ti accarezzo col mio sguardo, alla ricerca del particolare che rompa la tua perfetta simmetria. Ma non riesco a trovarlo, forse davvero non c’è e tu davvero ti stancherai della mia sicura imperfezione.
Uno sbuffo di vento, anzi piuttosto un alito, non me ne rendo neanche conto. Non te ne rendi conto nemmeno tu, sei ancora lì ferma che stai per spazientirti. Ti guardo meglio, un’ultima volta. Incredibile. Prima non c’era e ora c’è. Un singolo, unico, capello che prima era con gli altri al suo posto, d’improvviso ha scelto di ricollocarsi. Ora è quasi al centro ma ti passa di traverso sul tuo naso terminando sull’angolo destro della bocca. È un’inezia, una stupida asimmetria ma mi fa contento. Stupidamente felice. E tu mi guardi con aria interrogativa. Io sorrido. Tu mi osservi ancora un po’, scuoti la testa, butti via tutte le maschere precedenti e sorridi anche tu. Ti raggiungo, conquisto la tua mano e ti guido lungo la strada.
Non so se è stato il vento o qualcun altro a vincere le mie apprensioni ma adesso so che ti sentirò ancora ridere e, che ancora per molto, ti sarò accanto.”

Sembra così strano rivederti qui, lei vorrebbe dirlo, ma la voce le muore in gola, come un rivolo, strozzato. Quanto ti ho amato. Quante notti della giovinezza, abbracciando il cuscino ho desiderato d’averti, di vedere le tue mani, così come toccano il volante. Come vorrei toccassero me, la mia anima. Ma è passato troppo, tutto scorre, tutto volge rapido. Dov’è lei? Stasera sembra non esserci con noi. Kill me softly. Un velo malinconico incupisce la meraviglia del rivedersi, lui accosta garbatamente, con quell’erotismo gentile, sembra innamorare anche la strada gelida. A quell’ondata scura, lei stringe la camicetta nei pugni, fa per guardare un po’ dal finestrino, lui mette a folle, si ferma decisamente, guarda lo specchietto retrovisore e sottovoce: “Mi sposo il quindici del prossimo mese, nella chiesa del mio paese, quella che anche tu conosci, volevo dirti addio, questa volta, davvero, per sempre.” Lei in fondo, s’aspettava quest’ultima mossa, l’ultimo scacco, il re che attacca la regina, l’asimmetria dei suoi pensieri con la realtà, il regno dei desideri che non coincide con quello della strada, era già passato troppo, tutto scorre e volge, rapido e anche un rivedersi termina con un addio.

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25 pensieri su “Raccontiaquattromani/9

  1. Non mi è piaciuto, sorry. Sarà che non amo affatto le storie sugli amori falliti. Inoltre ho inciampato spesso nei paroloni (denti eburnei?) e in qualche espressione (padiglioni auricolari? agh!). Ma come sempre è questione di gusti.

  2. Ci tengo a sottolineare che non mi permetterei mai di dare giudizi ‘universali’, le mie impressioni sono solo impressioni e per impressioni vanno prese, insomma non sto facendo una critica.Tra l’altro ho recepito la proposta di Remo come un gioco estivo, nulla di più. Ho voluto dirlo perché non vorrei qualcuno si offendesse quando lapidariamente esordisco con un mi piace o non mi piace. Non c’è critica in ciò che scrivo (né costruttiva né distruttiva), solo impressione estemporanea e fugace di nuvoletta estiva. E ora vado al mare (poco seria ‘sta scrittrice sicula!).

  3. sì, ecco. non è questione di amori falliti o amori riusciti. se ti assiste l’originalità puoi scrivere anche l’orario dei treni. insomma, sottoscrivo il commento di cristina bove. se cristina consente
    :-)

  4. sarà che i primi racconti (soprattutto “la neve che non c’era”) sono veramente degli ottimi racconti per cui ciò che viene dopo nel paragone impallidisce fino a sbiadire, sarà che hanno stimolato un’aspettativa alta, sarà tutto questo, non so, ma anche questo racconto non mi è piaciuto, non per il tema, perchè i temi alla fine nella letteratura come nella vita sono pochissimi e sempre gli stessi, ciò che li rende diversi e unici è il modo di raccontarli. Non solo questo ovviamente, gioca un ruolo importante anche il gusto, le affinità del lettore. E io, come lettrice, sono abbastanza esigente. Ciao Lucia

  5. Non ho niente contro i così detti paroloni nei racconti e nei romanzi: mi fa piacere che chi scrive possegga un vocabolario con più di sedici termini in italiano
    Altrettanto trovo gradevole, qual ora io lo ignori, questo termine, andare a cercane il significato nel vocabolario
    Però ammetto che “La tua risata argentina è il cibo di cui si nutrivano i miei padiglioni auricolari” mi ha strappato un sorriso, per la pomposità e inesattezza; chiunque sa che non si ascolta con i padiglioni, altrimenti Topo Gigio avrebbe super poteri.
    Eburneo non è certo un parolone – così come non lo è padiglioni -, non ci sono paroloni in questo racconto: è solo un brutto racconto senza traccia di originalità.

    (Remo: è evidente che ha ragione Pierangelini.
    Se utilizzo parte del mio tempo, che è la cosa più preziosa che ho, a leggere il tuo blog, rivendico il diritto a commentare da lettore, non certo da critico. Inoltre, giacché so che gli scrittori sono degli umani fragili e oltremodo suscettibili, colgo l’occasione per dire che se un racconto viene definito banale, superficiale, brutto, scontato etcetera, l’opinione è riferita esclusivamente “allo scritto”, non “a chi lo ha scritto”

    ciao a tutti, buon caffè mattutino

  6. Mi dispiace, ma non posso che accodarmi ai pareri precedenti. Eburnei è una parola che amo, ma in questo contesto c’entra come i cavoli a merenda. E poi ho faticato a leggerlo quindi per me questo racconto numero nove slitta al nono posto della mia personale classifica (non me ne vogliano gli autori, so quanto fa male veder criticato il proprio lavoro, però, insomma, è una piccola gara, no?)

    1) L’uomo che vendeva sogni
    2) Amoretorico sessolingo
    3) Vent’anni
    4) Lo sguardo indifferente
    5) La neve che non c’era
    6) Tutte cazzate
    7) Rugiada
    8) Pugni di sabbia
    9) Asimmetrie

    Aspetto con ansia qualcuno che mi faccia ribaltare la classifica :-)

  7. @Gregori:
    si|nal|làg|ma
    s.m.
    TS dir.civ., nei contratti a controprestazione, il rapporto di scambio che lega necessariamente le due prestazioni

    be’, quasto termine, che non conoscevo e che mi induce a pensarti avvocato, nel contesto del racconto non avrebbe stonato (oddìo, scherzo, eh)

    @Costantini:
    grazie, o Costantini: per un attimo mi sono sentita invisibile (che brutta sensazione, per noi narcisisti)

  8. Mmh…a parte quel “padiglioni auricolari” che stona con il resto della narrazione, a me il racconto non è dispiaciuto. Mi è piaciuto e trovo che gli autori abbiano avuto una bella idea ad alternare il discorso in terza persona, con l’intervento di un pezzo scritto in prima e poi gli inserimenti dell’indiretto libero nell’ultima parte. E non sempre bisogna trattare temi “strani” per stupire o per piacere. Poi che il gusto sia soggettivo, è ovvio?!

  9. no, neanche io ho niente contro le parole poco usate, però credo che il contesto debba essere adeguato e qui, invece, la loro presenza mi ha fatto frenare.Non ho niente neanche contro i ‘temi’ soliti, diciamo, però, che non amo particolarmente le storie d’amore andate male con finale strappalacrime. Ma son gusti, ribadisco.Aggiungo che scrivere a quattro mani, e soprattutto per chi non l’ha mai fatto, presuppone delle difficoltà in più, soprattutto a livello di stile e quindi, per me, questo continua a essere un gioco e non è affatto indicativo delle potenzialità d’un autore. Insomma non mi sognerei mai di decidere da questi racconti se qualcuno è o non è bravo. Il compromesso con l’altro c’è, ci deve essere, e non è detto che il risultato, per quanto omogeneo, sia il massimo per nessuno dei due autori. A me è servito provarci, era un’esperienza che mi mancava, divertente. Tutto qui.E semplice, leggero deve essere anche il peso da dare alle critiche da parte degli autori, io credo.

  10. Per me è piacevole, ma non mi ha mosso un pelo. Non ho sentito niente. Ma questo di certo è solo un mio limite.

  11. Sto cercando di recuperare, leggendo i racconti già postati. Devo stamparli, però, per leggerli bene davvero. Anche se qualcuno mi ha già respinto, qui sullo schermo (ma magari stampato, già farà un’altra impressione), e qualcuno mi ha colpito, invece.

  12. “Apre lo sportello con l’aria di un’anima in quiescenza”.

    ma quando lo richiude e ci lascia un dito dentro,la tira una vigorosa bestemmia, eh?

    p.s. scherzo, ragazzi, non ve la prendete, pè carità de dio.

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