Pubblicato da: remo | 25 luglio 2008

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Nel vecchio blog avevo scritto questa cosa qui, sui manicomi:

feci un servizio sul manicomio di vercelli, prima che lo chiudessero definitivamente.
ricordo come fumavano, una dopo l’altra una dopo l’altra una dopo l’altra, ricordo che il barbiere diceva Non ce la faccio, fumo più di loro eppure non fumo.
eravamo in uno stanzone. i matti attorno all’infermiere barbiere, che tossiva.
ma ricordo soprattutto lei: una vecchietta che aveva una bambola sempre, con sè.
mi prese sotto braccio, dolce (ho ancora la foto, da qualche parte).
gli infermieri avevano una certezza: che non era pazza. che non lo era mai stata.
i più anziani di loro se la ricordavano ancora giovane, dolce e spaesata: era stata rinchiusa bambina, il suo mondo era quello, ormai, più una bambola con cui dormiva.

ho ripensato a quella vecchia col viso dolce un paio d’anni fa quando ho conosciuto pino roveredo.
Mandami a dire inizia così
Dolce tesoro mio, come stai? Anche oggi ti ho cercata al telefono e tu non c’eri, ma lì, nella tua lontananza, ti trattano bene? Mi raccomando: se solo ti sfiorano un capello, tu mandami a dire.

pino roveredo, a vercelli su invito di una scuola, spiegò che mandami a dire l’aveva scritto pensando a una vecchietta, rinchiusa con lui, in manicomio.
si persero di vista il giorno in cui i manicomi apriprono i cancelli.
liberi e spaesati, non sapevano dove andare.
da parenti lontani o vicini, verso un futuro incerto.
da un manicomio all’altro…
L’ho ritrovata la foto di quel servizio: io e la vecchietta, che ora non c’è più; chissà dov’era la bambola? Non se ne separava mai.
(Sul giornale pubblicammo una foto della vecchietta con la bambola, ché allora non c’erano problemi di privacy, non la foto che vedete).

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Responses

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  2. questo post è già un racconto. con altre due mani poteva partecipare al ‘gioco’ dei raccontiaquattromani

  3. sì bello, solo che dalla foto non si capisce bene quele dei due soggetti è il matto. ma è un dettaglio

  4. enrico, non tirare troppo la corda, che già hai preso dei punti in meno perché non hai scritto bene il tuo nome. lo sappiamo, sai, che sei stato tu

  5. @ Gregori
    si contenga…

    Tristemente, i luoghi di reclusione (cura?) si somigliano tutti. Per associazione di idee, questa foto mi fa pensare alle foto di Mario Giacomelli all’ospizio di Senigallia. dolenti e meravigliose.

    Qui: http://www.mariogiacomelli.it/53_ospizio.html

    Saluti a tutti.

  6. grazie morena e grazie monia (anche per le belle immagini) e ad enrico menate pure randellate, che tanto non sente (deve averne prese poche da piccolo).

  7. C’è tanta tenerezza in questa storia, la si avverte anche nel gesto del giovane cronista.
    La vecchietta e la sua vita in compagnia di una bambola…

  8. erano dolci e teneri con lei gli infermieri, cara cristina

  9. ne conosco uno.
    rinchiuso a dodici anni, cresciuto in manicomio.
    lui non è molto dolce.
    è fondamentalmente buono, ma è incazzato, parecchio.
    e ci ha le sue ragioni, direi.

  10. Un po’ di tempo fa a radio tre hanno mandato in onda una cosa chiamata “30 di 180” ( trent’anni dalla legge 180). Me lo sono scaricato e me lo sono sentito la mattina in macchina andando al lavoro. Bello proprio.
    Mamma diceva che una sua cugina era stata in manicomio da bambina, e poi da vecchia al ricovero (lo stesso di Giacomelli). Diceva che aveva lo sguardo terrorizzato e storto e se vedeva un uomo si metteva a gridare, chissà cosa le avevano fatto. Non toccava mai nessuno, nè si faceva toccare: allungava una mano solo se mamma le faceva vedere una caramella.

  11. io sono il talentuoso io sono il centravanti
    io sono il talentuoso centravanti dei poveri di vicolo tofa un pomeriggio i miei amici in divisa bianca della squadra della rondine bianca mi hanno portato sul campo di calcio del manicomio Leonardo Bianchi di Capodichino che la gente diceva che pure se ero un poco così mattacchio insomma mi riconoscevano per la corsa e il dribling ubriacanti che terzini di razza friulana azzannacaviglie e stopper veneti francobollatori e mediani ringhio ignoranti ma forti di zampe come capra e caproni andavano in bambola e scagliavo cannonate che ai pertieri gli bruciavo le mani e bucavo lo stomaco e torno torno al campo le palazzine dei pazzi rinchiusi dietro le inferriate urlavano più che feroci inquieti latrati disumani che alla squadra avversaria gli facevo vedere i sorci rossi e anche verdi nel manicomio di capodichino quando correvo dietro il pallone poi dopo 90 minuti e niente recupero l’arbitro fischiò la fine della partita che io avevo fatto tre gol il primo in rovesciata il secondo con un colpo di testa a tuffo e…il terzo…gli altri giocatori amici miei si spogliarono e si rivestirono io pure mi cambiai e metre superavo il cortile e la fila delle celle dei pazzi attaccati alle camcellate due signori vestiti con il camice bianco mi presero per le braccia dissero tu non esci sei uno dei nostri urlai urlai ma attorno era tutto bianco come un muro tutto bianco di ghiaccio tutto bianco eepperò capii perché il manicomio si chiamasse leonardo bianchi che adesso a uscire fuori dal bianco nemmeno ci penso nemmeno ci provo che la fuori é tutto bianco che i tre gol non li ricordo se li ho fatti in mezzo a tutto quel binaco che io quel pomeriggio volevo solo giocare a pallone che giocare a pallone era la mia vita maledizione

  12. Ma così non vale che mi commuovo!
    Io ho conosciuto l’uomo dei palloni, Paolo.
    Assunta dal sindacato andavo da ragazza a fare le denuncie dei redditi nell’ex manicomio di Reggio. Lavoravo in uno stanzone grande grande su un tavolino posto vicino all’enorme finestra con le grate. Infermieri e medici venivano durante il servizio a portarmi i loro segreti finanziari che io combinavo secondo le leggi.
    Tutto il giorno, dall’altra parte dello stanzone, seduto in terra, stava Paolo. Con i suoi pochi denti neri, e il suo mare di palloni. Dentro ad una sporta a rete gigantesca ne aveva una decina, tutti da calcio, tranne uno tutto colorato. E ci guardavamo ogni tanto io e Paolo e ci scambiavamo i sorrisi coi nostri denti. Ogni tanto una parola, poche, ogni tanto un caffè, pochi che altrimenti buttava in aria tutti i palloni e non avrei potuto più lavorare. Tutti i giorni, per quasi tutto il giorno. Ogni tanto spariva, va in giro per la città mi dicevano gli infermieri. Infatti di tanto in tanto lo incontravo per strada che trascinava la sua preziosa sporta, ovunque che manco riusciva a salire sui tram.
    Poi il lavoro finì e io dovetti staccare la calcolatrice e portare via le mie poche cose.
    Mentre mi avviavo nel viale che portava al parcheggio sentii il battere ritmico di pallone in terra, mi voltai e vidi Paolo che mi guardava molto serio. Paolo vado via, dissi, ma tornerò a trovarti. Allora mi avvicinò e mi porse il pallone colorato. Fu una grande emozione perchè dai suoi palloni non si separava mai.
    Lo ringraziai tanto e gli dissi: ora ti faccio io un regalo bellissimo così ti ricorderai per sempre di me, e glielo resi. Mi fece un sorriso così bello che non lo scorderò mai più. E fu quello il nostro pegno d’amore.
    Questo mi hai fatto ricordare…

  13. Cercavo una bambola che non producono più per aiutare la mamma di una ragazza ora ventenne, disabile, che perse il suo giocattolo anni fa in un ospedale e vorrebbe ancora tenerlo in braccio (pare abbia chiesto più volte di questa bambola). Non conosco né la signora né sua figlia, ho letto per caso un suo post su Facebook e ho voluto provare ad aiutarla.
    La “ricompensa” per il mio pensiero l’ho avuta leggendo questo articolo, delicato e toccante. Grazie.


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