Pubblicato da: remo | 23 luglio 2008

Raccontiaquattromani/6

La neve che non c’era

Fu quando il Francin spalancò le gelosie sull’alba che vide cadere il primo fiocco. Rimase a naso all’aria, in uno stupore immobile, seguendo con gli occhi, ancora inciuccati di sonno, quel lento volteggiare. Pareva un pianto, quella neve, che si posava sui fichi e sui filari d’uva. E di settembre, tempo di vendemmia e di fantasmi.

Lodovina, sussurrò con una voce ch’era filo di bava di ragno, Lodovina, ‘nduma, vieni a vedere la fioca…

La moglie, ancora intabarrata sotto al trapuntino di chintz che aveva cucito a mano la buonanima di Luigina, sua suocera, osservò tra le fessure gonfie delle palpebre, le spalle un po’ cadenti del Francin, i capelli arruffati, ‘cmé ‘n mat, e pensò alla barbera che s’era trincato, la sera avanti, all’osteria. Finché il tempo lo permetteva, le notti ancora miti prima della stretta ostile dell’inverno, degli scaldini con le braci da sistemare sotto le lenzuola e il portone della cascina serrato, un sipario da calare sull’aia, il Francin si ritrovava in quel locale angusto e scuro, poco più d’uno stanzone coi tavolacci e una densa nebia di tabacco, a giocare a briscola, o a tresette, col Pinin e col Pietro. E lei era sicura che erano i bicerot d’ ros, giù e giù per la gola, a far vedere, adès, a quel salàm, ‘l bianc d’la fioca che cadeva sulle vigne.

Il Francin sembrava imbambolato davanti alla finestra spalancata, e il gallo aveva già smesso di cantare, così la donna si decise a levarsi, cercando coi piedi le pantufle ch’erano finite sotto il letto.

S’avvicinò al marito e sbirciò fuori.

‘T pias la fioca? – le chiese il Francin con un sorriso ebete stampato sulla faccia e con un largo gesto del braccio che comprendeva le colline, l’aia, il pollaio e le conigliere.

A t’ei ‘na testa mata, gli disse lei, mi vegh nen d’autut…

L’uomo fissò la moglie come se la guardasse per la prima volta. Le gote rosse, lo sguardo basso all’uscita della messa, i capelli neri come l’ala del corvo. E, di nuovo, riprese a guardare il ciel, quei fiocchi lenti che sembravano coriandoli gentili, mica gelati.

Com’era possibile che lei non la vedesse, quella fioca, così leggera, d’un biancore che quasi feriva lo sguardo innocente del mattino, con la sua bellezza atroce e inaspettata? Com’era che lei non sentisse ‘n s’la pel, pelle di pesca ch’era stata, morbida e setosa, l’inizio di quel freddo che pungeva mille aghi di ricordi? Quella fioca, era favo di ‘mel e fiel’, da scavare con l’indice per trovare il dolce e l’amaro di tutto ciò che era alle spalle, di tutto ciò che sarebbe, poi, venuto.

Un brivido gli passò lungo la schiena, pensando alle vigne, ai filari gonfi d’uva grignolino e freisa, ai cristalli di zucchero che diventavano, a poco a poco, ghiaccio. Il Francin immaginò che il vino di quell’anno sarebbe stato vino fermo, che quell’uva, miracolosamente, avrebbe serbato in sé la grazia delle cose inattese, i suoi passi di bambino sulle zolle smosse, le gote della Lodovina dei vent’anni, l’occhio velato dei conigli appena nati, i raggi dl’ sulèt sui noccioli, le colline pettinate dalle viti, la voce di sua madre che cantava.

E allora il Francin prese una decisione. Si tirò su ben bene le brache, tirò la cintura stretta. Poi, prima di andare giù nell’aia, prese la Lodovina per la vita con le sue mani secche e dure: Tèh, j’è sucedji, ‘n miracol: ‘l fioca d’stember e ‘nlora mi t’ dagh ‘n basin, a l’è tanta ch’a tlu dava nen…T’lu meriti, a t’ei na brava dona… Mi vagh sù ‘n’tl’a vigna a veghi j’uvi… e ‘l miracol.

Dall’aia prese giù per il sentiero che aveva percorso fin da quando aveva imparato a camminare e intanto volteggiava un mano sopra la testa per creare un turbine sopra di sé, come a giocare con la fioca che continuava a scendere, fina e leggera. Arrivato più in basso, guardò intorno, presso i primi filari della vigna, detta d’la nona Jeta, e vide che la fioca non si fermava a terra, non aveva ancora fatto strato. Si meravigliò un po’. Là pòe nen fè mal!… Custa l’è n’don d’l ciel: l’istà lè stacia sucia…’n poch d’fioca la pòe nen fè mal…

Parlava da solo e girolava per la vigna toccando qua e là i lucenti, gentili acini del grignolino, li carezzava, erano il suo bene, come Lodovina. Raccolse poi su un acino un pizzico di quella fioca e se la portò alle labbra. Notò che non era gelida, come si aspettava. Si ripetè, la pòe nen fè mal, l’è manca slàia!

Si fermò ad un tratto nel secondo filare per allacciarsi una stringa ché, nella fretta, l’aveva legata male, la scarpa. Quando tirò su la testa, da ‘ncuciunà che era, vide due ciabatte vecchie davanti agli occhi e sopra un grembiule color brigna. Dentro, una figura magra magra, ‘nlupaja in uno scialletto nero, con le mani infilate nelle maniche, andò su con gli occhi, quasi spaventato, e vide il volto asciutto, austero della Jeta.

Granda Jeta, cu ca fevi qui, voi? Sevi nen al campusanto, voi? – gli venne di dire, ché lui, a sua nonna, le aveva sempre dato del voi.

Son ‘mnia a veghi la mè vigna! Custa l’era la me dote, ca j’òe portaji a to grand, e vanta c’la vena a custodila, a uardela, a conservela…ogni tant! – sillabò la nonna, in risposta.

Francin si tirò su piano piano, sempre tenendo la vista incantata dentro la filura sottile degli occhi della granda Jeta, da cui appena trasparivano le pupille chiare, poi fece una mossa di spalle quasi a scuotersi un peso, quindi timido sussurrò, smjia che i’ani a siu nen pasà per voi, granda, sevi semp la midema…

La vecchia figura scura assentì col capo tre volte, fece un giro di sguardi e di gesti di mano sui filari, poi sfumata replicò, d’cò la vigna l’è semp la midema: a tei tnila ben, Francin, t’sei stacc brav! A tei facc ‘l to dover! Però vanta che adès at veni après a mi…

E ‘n uanda c’anduma, granda?, le chiese, perplesso e imbarlondito, Francin.

Abia nen a pau, o mè Francin, nduma mach da là, da l’atra banda! E lo prese decisa per il braccio, mentre lui barcollava come un bambino spaurito e procedettero accompagnandosi zoppicanti tra le zolle sconnesse del filare: Da l’atra banda…t’vegrai, l’tempesta nen, ‘l fa manca frech…

Quando la Lodovina si decise ad andare a cercare il Francin, ché chiamava chiamava da casa, dalla lobbia, e lui niente, manco una voce, si buttò giù per il sentiero con una certa ansia, quasi correva, l’andava sgagiaia c’mè ‘l vent.

Francin era seduto a terra sotto il noce, con la testa appoggiata al tronco, vicino al tròe, con la sigala smorta ‘ n boca, e gli occhi chiusi. Non c’era mica nessuna neve intorno, tutta terra asciutta, eppure suo marito c’aveva la fioca sui capelli, sulle spalle, sulle braje, sulle maniche della bloda, fin sulla sigala smorta.

Francin sembrava sorridesse.

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Responses

  1. ecco, cazzo.
    questo sì.
    questo sì.

  2. questo racconto è magnifico! Per me è il più bello di tutti. Ciao Lucia

  3. mi sembra che il messaggio subliminale (manco tanto) di questi due autori sia….e lo dico in romanesco per vendetta….”noi famo sur serio, mica stamo a mette ‘o smarto ai criceti!”
    e bravi! forse un po’ troppo slalom tra le virgole, ma lo dico per invidia
    :-)

  4. Piccerè, guagliù, stu racconto a me m’é piaciuto. Nun saccio si me spiego, nel senso ca io songo d”o Sud. Per me questo é il grande pregio dei dialetti: strasmettere il meglio e non il peggio dei luoghi natii. In questo senso sono ricchezze che dobbiamo scambiarci, senza prevaricare e dire: ‘o dialetto mio é megliore del tuo. Mentre lo leggevo, io stevo dint”a storia, miezzo ‘a campagna e i vigneti; insieme a la Lodovina e il Francin e la grande Jeta: ho visto le linee delle loro rughe; ho sentivo i loro respiri). E, non ho pensato se la storia é raccontata bene o invece male. E che dire, del dialetto? Beh, se ho capito il senso e non tutte le parole, quel che mi ha toccato é sta oltre il loro significato, la musicalità. Quella di un mondo piccolo di gesti semplici e ripetuti, e caricò di universalità. Tra l’altro mi é venuto in mente Pavese e un altro scrittore morto giovane di cui lessi un racconto ambientato in montagna.
    Bravi pulentun e brave mule. Comunque bravi, e primi.Immagino mentre il racconto viene letto in una sala di libreria, anzi…nei luoghi dove vive…

  5. Anche a me è piaciuto moltissimo, però, sinceramente, il dialetto mi ha messo in difficoltà, anche se ne ho dedotto il senso intuitivamente.
    Resta comunque un racconto di alta classe, su questo non c’è dubbio.
    Certo che in questo modo si entra proprio nel pieno di una vicenda, nella sua semplicità espressiva che non ha bisogno di sovrastrutture per esternare sentimenti.
    Bravissimi.

  6. care ignote due teste e quattro mani, che dirvi?
    bellissimo, certamente il migliore letto finora, quasi prosa poetica

    lo sapevo che il meglio a da venì

  7. ehi, qua si fa sul serio!
    Un po’ ostico il dialetto (e si che e’ abbastanza simile ai due che conosco), ma come detto sopra, si capisce il senso: la musicalità della parole, quasi una peana delle piccole cose antiche e immutate, e’ ammaliante. Ha un respiro particolare pur raccontando eventi semplici e ambienti noti a tutti.
    Il colpo di scena, l’apparizione della granda, non ci colpisce, ormai siamo abitutati, anestetizzati a tutto, forse ci stupisce di piu’ la mancanza di sensazionalismi, come un fiocco di neve che sta cadendo. Non credo comunque che gli autori volessero stupirci con gli effetti speciali: era solo un pretesto per raccontare una buona storia, buona davvero, chapeau.

  8. mi piacerebbe sapere quanti milioni di persone tra quelle che adorano (chessò) bruce springsteen capiscono le parole delle canzoni. “ma lì c’è la musica”, si potrebbe obbiettare. beh, anche qui

  9. Sono stata zitta (e attenta) fin’ora in attesa di leggerli tutti ma di fronte a questo non posso tacere: é veramente bellissimo!
    I miei complimenti agli autori
    H.

  10. habanera,
    ti ringrazio io a nome dei due autori, che “si stanno zitti, si stanno”.

  11. e grazie a quelli che si stanno dimostrando davvero sportivi, applaudendo gli altri.

  12. Remo, c’è un bel racconto (a due sole mani) che ho appena riproposto su Nonblog. Chissà se riconosci l’autore…
    H.

  13. grazie, ho letto habanera.

  14. quoto habanera. davanti a questo racconto ho bisogno di dire: bello!bello! ché se non lo dico, scoppio.
    Magari una nota a margine con la traduzione che per me quel dialetto sfiora l’arabo?

  15. @ remo:
    c’è poco da essere sportivi. uno può dire “maradona mi sta sulle palle, è vizioso e immorale”. ma chi dice “maradona non sa giocare a pallone” è un deficiente

  16. ‘l bianc d’la fioca che cadeva sulle vigne.
    la neve che cadeva sulle vigne
    poi
    Tèh, j’è sucedji, ‘n miracol: ‘l fioca d’stember e ‘nlora mi t’ dagh ‘n basin, a l’è tanta ch’a tlu dava nen…T’lu meriti, a t’ei na brava dona… Mi vagh sù ‘n’tl’a vigna a veghi j’uvi… e ‘l miracol.
    deh, è successo un miracolo: neviva a settembre e alora di do un bacino, è da tanto che non te lo davo… te lo meriti, sei una brava donna. Vado in vigna a vedere l’uva…
    per il resto spero intervengo qualcu altro (che io son mica piemontese)

  17. Bello, ma le difficolta’ con il dialetto mi hanno tolto il piacere della lettura. Ho capito il senso, ma io resto del mio parere e non considero questo racconto il migliore proposto finora.
    Lo so che ancora non si vota, ma visto che poi andare a riguardarli tutti mi diventa difficile, continuo il mio aggiornamento sulla classifica che mi sto costruendo. Se a Remo non dispiace, ovvio.
    Laura

  18. 1) L’uomo che vendeva sogni / Amoretorico sessolingo
    2) Lo sguardo indifferente
    3) La neve che non c’era
    4) Tutte cazzate
    5) Rugiada

  19. (apperò)
    vabbè, lo confesso, l’ho scritto io.
    (abbellaaaa, te piacerebbe, eh? la verità è che stai a rosicà).

    Bellissimo. C’è tutto: musica, amore, ma soprattutto c’è Vita.
    chissà i prossimi racconti…

  20. Anch’io ho avuto qualche difficoltà col dialetto. naturale, non è il mio!
    Ho immaginato questo bellissimo racconto letto da qualcuno che quel dialetto lo mastica e credo abbia un’intrinseca sonorità, un ritmo melodioso, soave.
    è bellissimo. A questo punto la scelta è dura. Tralasciando la mia personale classifica di tutti i racconti, i miei preferiti sono questo e l’uomo che vendeva sogni.

  21. ot
    odio il piemontese. in prima elementare avevo un maestro che parlava anche in piemontese.
    io e i terun capivamo niente.
    una volta mi disse qualcosa che non capii, pensai, mi avrà detto che devo andare fuori, per puniziome, così andai fuori, e quello mi corse dietro e mi disse ndua d’vè, traduzione: ndo vai?
    ci restai male: preferivo stare fuori che dentro.

  22. il dialetto mi ha obbligata a rileggerlo e, alla terza lettura, ho sentito la musica (armonica a bocca)
    ma forse bastava la neve o fioca che dir si voglia
    per commuovermi si tanto.
    in graduatoria subito dopo “tutte cazzate”

  23. lo voto alla grande. Splendide le contaminazioni dialettali. Il dialetto non come lingua bassa e volgare, ma lingua dotta per eccellenza, dove si trasmettono sensazioni e sentimenti.
    Complimenti anche se in editoria è un rischio. Certi editori questa sorta di mistilinguismo non lo approvano, ma chi non rischia….
    giorgio

  24. ci frega cazzi, qui, degli editori? no, tanto per sapere
    :-)

  25. Applausi,
    ché con un testo così si resta ammirati anche davanti alle parole che non si capiscono per distanze dialettali che non si fanno barriere, anzi, irretiscono anche un po’.

  26. Bel racconto. Il dialetto non mi ha impedito affatto di gustarlo.

  27. uaah!!… mminchia, che bbello!

  28. cos’era quel brivido che ho sentito lungo la schiena? no, la neve non c’entra, qui fa un caldo boia….accidenti è bellissimo!
    stefano

  29. E’ bello e non dico niente altro.
    Il dialetto? E’ solo il sugo sulla pasta.
    :) Complimenti, davvero.

  30. Commossa.

  31. un gran bell’esercizio di stile, fatto col cuore e con talento, ma rimane un esercizio di stile. preferisco pavese.

  32. Quel”preferisco pavese” sono manna dal cielo dell’esercizio quotidiano; constatazioni e consigli che un aspirante o presunto scrittore deve sempre tenere in saccoccia. Che questa sia la tua bibbia. Che quella, la critica accorta e puntuale, e non i complimenti, é “merce” assai rara. Direi sincera in questo tempo di menzogne passate per verità universale, cioé di tutti. Per giungere a pavese ci son volute troppe parole: Pavese, pavese, pavese.

  33. bello, ho avuto difficoltà col dialetto ma non me ne lamento… immagino i miei lettori col siciliano e… taccio. Io adoro queste contaminazioni, invece: dànno subito vita, senso e poesia alle parole.

  34. Il racconto non è male ed io sono una fans delle contaminazioni linguistiche. Tuttavia non mi ha preso completamente perchè quando si usa una lingua diveraa (e certi dialetti sono a tutti gli effetti altre lingue, con le loro “regole” e le loro strutture sintattiche) bisogna dar modo a tutti di comprederla o attraverso delle note oppure mettendo accanto alla frase in dialetto quella in italiano. Leggere periodi dei quali neanche riesco ad intuire il senso mi fa passare la voglia di proseguire nella lettura. Sarà che dopo aver letto Gadda mi viene l’orticaria e dover ri-leggere due-tre volte uno stesso pezzo! U___U Scusate!!

  35. Mi piace rileggerli, all’improvviso, per vedere se ad una rilettura cambio idea.
    Su questo no, è sempre il racconto numero uno.

  36. Bello

  37. la camminata appresso a ‘st’omo che parla ostrogoto e sfarfalla con la mano sulla testa, tra i fiocchi, m’è piaciuta.


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