Raccontiaquattromani/5

Tutte cazzate

Il sole era basso, dietro il bosco.
Per questo non aveva visto subito l’auto parcheggiata in fondo al cortile.
Non aspettava visite a quell’ora. Non ne aspettava quasi mai: la posta gli arrivava ancora in città e chi altro poteva capitare lì, se non sbagliando strada in cerca di un’altra casa?
Era una di quelle nuove macchinette giapponesi tutte curve, pulitissima ma con una lieve ammaccatura sul paraurti.
“Che cazzata i paraurti in tinta…” riuscì a realizzare prima di chiedersi chi – e dove – fosse il proprietario. Non c’era nessuno in giro per l’aia. Neanche sotto il portico o in giardino.
“Gente di città che viene a farsi una passeggiata o a raccogliere due more fregandosene della proprietà privata.” – Sentenziò mentre cercava la chiave giusta. Quando finalmente la trovò, si accorse che l’amaca in giardino stava dondolando lievemente.
Non tirava una bava d’aria.

Estrasse dalla tasca la piccola roncola che teneva sempre addosso quando stava nei campi.
Aprì la lama a serramanico, poi la porta. In corridoio, nessuno. Lo stesso nel tinello e in bagno. Si avvicinò lentamente alla prima camera, fece per aprire la porta: era chiusa a chiave.
Andò verso l’altra stanza da letto. Quando la vide, sdraiata su un fianco, si appoggiò allo stipite della porta per osservarla.
In casa regnava un silenzio innaturale eppure rassicurante.

Finalmente lei si girò.
“Ah, sei arrivato. Ho aspettato fuori, ma non arrivavi più. Poi mi sono ricordata di avere le chiavi… ero venuta qua apposta.”
“Solo per quello?”
“No, dai. Son passata a salutare. Di nuovo, di persona… più che altro.”
Si alzò da letto e andarono in cucina. Lei si sedette sull’unico divano, un residuato bellico dalle molle cigolanti e i cuscini di pietra che lui aveva sempre chiamato la tomana. Lei lo prendeva in giro ogni volta che sentiva quella storpiatura.
“Ti va un caffè?”
“L’ho già preso, non farlo solo per me.”
“Non lo faccio solo per te. Lo prendo anch’io.”

Mentre preparava il caffè parlarono del caldo estivo, del fatto che in compenso lì si dormiva bene. La radio, unica concessione alla modernità nella stanza, trasmetteva in sottofondo le informazioni sul traffico, snocciolando gli stessi nomi di posti da trent’anni a questa parte.
Quando il caffè venne su, andarono in giardino. Si sedettero sul dondolo, senza avvicinarsi troppo l’uno all’altra.
“Carina la macchina. Cosa pensi di farne, prossimamente?”
“É affittata. Sono riuscita a vendere la mia, ma in questi giorni mi serviva. Il noleggio non è caro…poi è comodissimo perché la si lascia proprio in aeroporto.”
“Allora hai deciso proprio?”
“Si. Ho deciso proprio.”

Le guardò le mani e non riuscì a reprimere un gemito di sconforto.
Lei sorrise, mostrando denti bianchissimi e perfetti. Piccole perle che una volta ridevano solo per lui e ora ridevano di lui. Si sentì improvvisamente solo e dimenticato, proprio come una vecchia tomana rivestita di chintz.
“Che succede, piangi?!”- chiese lei, scostandosi i capelli dal viso.
“Sei matta? Non piango mai, io. E se anche lo facessi…”
“…lo faresti solo per un grave motivo. Lo so. Ti conosco, sai?”
“Mh. Cazzate.”
Lei si irrigidì.
“Dico sempre cazzate, vero?”-si alzò dal dondolo, lasciando che una traccia di profumo lo schiaffeggiasse.
“Proprio non valgo niente, eh? Ti ho talmente deluso che fai lo stronzo anche prima di dirmi addio.”
Lui rimase immobile, di ghiaccio. I piedi puntati a terra, le scarpe sporche di orto e pomodori maturi e un imprevisto peso addosso, troppo grande per staccarsi dal tessuto sintetico che rivestiva il cuscino.
“Ok. Io vado. Ti chiamo quando arrivo, se t’interessa.”
“Resta.”
Lei si voltò di scatto e la luce da animale ferito che Ennio aveva visto mille volte comparve nei suoi occhi.
“Che cosa?”
“Rimani.” – rispose con gli occhi fissi al terreno -“Ti devo parlare.”
Lei esplose in una risata amara.
“Ne hai avuto di tempo per parlarmi, non credi?! Mi hai tormentato per anni e ora che finalmente ho deciso di andarmene e costruirmi una vita all’estero…ti metti a miagolare rimani?”
Ennio si mosse lentamente, le mani gli tremavano appena.
“Amelia, rimani. Devo chiederti scusa, prima di andarmene.”
Amelia deglutì: una sensazione di gelo cominciò a salirle verso la gola e sentì le gambe allontanarsi.
“Andartene dove?! IO me ne sto andando, cosa stai dicendo?!”
“Dai, che l’hai capito. Altrimenti perché vendere tutto e rintanarmi in campagna per fare questa vita?”
Lei strinse i denti. Non voleva capire.
“Non fare quella faccia. Lo sai che certe cose non si possono cambiare… Nanina, non fare così. Vieni a sederti.”
Amelia si risedette al suo fianco, tutto a un tratto mansueta.
Quando lui le disse “Andrà tutto bene, l’affronteremo” un buco nero inghiottì il suo cuore e una mano gelida le strinse le viscere.
“Ma da quando? E dove? E ti prego, dimmi perché non l’hai detto a nessuno!”- le lacrime le rigarono il volto portandosi giù il mascara.

Ennio sorrise: per qualche istante si lasciò invadere dai ricordi.
Amelia che canta sull’altalena appesa all’albicocco. Amelia che non torna a casa quella sera, la prima di tante. Amelia che si fa tatuare un angelo sul culo e si comporta come un demonio.
Amelia che dorme. La coperta fino agli occhi, perché ha paura del buio.
L’uomo per un attimo pensò di scorgerlo davvero il buio, ma una brezza fresca si levò e lo soffiò via: Amelia era ancora lì, seduta vicino al tronco di un albero. Proprio quella pianta di albicocche – tagliata perché ormai inutile – che tanto l’aveva sostenuta e che ora non avrebbe più potuto farlo.

La prese tra le braccia e iniziò a cullarla dolcemente, fino a sentire il battito di Amelia farsi un’unica cosa col suo.
“Non è questo, comunque, quello di cui ti volevo parlare.”
“C’è dell’altro?”
“Sì. Ti voglio bene, Nanina. Scusa, se te l’ho detto troppo poco.”
“Sono tutte cazzate, papà”.

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27 pensieri su “Raccontiaquattromani/5

  1. remo, perché non metti i nomi degli autori sotto il racconto? mi piacerebbe ricondurre lo scritto ad una persona, magari sconosciuta però..

  2. la brevità lo penalizza
    obbliga a esplicitare quello che in un testo più lungo potrebbe essere semplicemene suggerito
    ne guadagnerebbe in eleganza
    però mi piace
    è scarno al punto giusto
    l’insistere su alcuni particolari
    non lo appesantisce affato da questo punto di vista

    rb

  3. @ remo:
    già, perché non metti i nomi degli autori? mica avrai, per caso, ideato una specie di gioco in cui 2 autori (tra loro conoscenti oppure no) scrivono racconti anonimi a 4 mani e si svela solo chissà quando chi sono gli autori! no, remo, non puoi aver fatto questo, vero?
    :-)

  4. la malinconia pervade tutto il racconto accentuando l’assenza che, se anche si fa presenza questa serve soltanto a rafforzarla. Sono belle le immagini, soltanto il finale mi lascia perplessa, non avrei messo ‘papà’ e il titolo non si addice a questo raccontare lieve, però insomma questo non toglie che sia un gran bel racconto. Ciao Lucia

  5. Emerge sicuramente il vissuto dei protagonisti nelle sue sfumature e nelle sue crudezze, e ci vuole davvero bravura per evocare tutto ciò in un racconto così breve.
    Le 4 mani sono armonizzate.
    Però la mia preferenza è ancora la stessa.

  6. Scusate ma mi faccio un promemoria perche’ cominciano a essere tanti:
    1) a pari merito:
    L’uomo che vendeva sogni / Amoretorico sessuolingo
    2) Lo sguardo indifferente
    3) Tutte cazzate
    4) Rugiada

  7. E’ tosto. Unabella batosta, direi. Ma è molto, molto, molto bello..per me finora è il migliore.
    Si legge la bravura dietro di due autori (autrici? autore+autora?haha) che scrivono bene, e che scrivono insieme. Dieci piu!!!!!

  8. Sì, è bello e secondo me rende bene senza fronzoli. Non ci sono inutili orpelli o barocchismi di vario tipo, che non rientrano troppo nei miei gusti.
    Classifica:
    1)L’uomo che vendeva sogni
    2)Amoretorico sessolinguo
    3)Lo sguardo indifferente/tutte cazzate
    4)Rugiada

  9. Bellissimo! i personaggi sono visibili, reali, comuni nella loro superba consapevolezza. Dal titolo penserei al Gregori… e non solo.
    un bel 10 con lode

  10. Breve ma intenso.
    E’ evidente il legame tra i protagonisti, nonostante la loro caparbietà. Il racconto seppur breve, lo trovo decisamente completo e molto profondo. Decisamente ben scritto. Si vede che gli autori sono affiatati.

  11. @ maria luisa:
    grazie per la stima. potrei essere io oppure no. tieni comunque presente che gregori, di norma, non si limiterebbe a intitolare un racconto “tutte cazzate” ma, a seguire, ce ne scriverebbe un subisso. però stavolta potrei aver fatto un’eccezione. chissà

  12. piace.
    però mi sarebbe piaciuto di più non fosse stato per quel ”miagolare” che mi ha quasi fatto mollare lì.
    ognuno ha le sue idiosincrasie.. :-)
    comunque bello.

  13. Una violenza pazzesca credibile nei rapporti tra genitori e figli, tuttavia c’è una ferocia da ping pong tale che non è credibile possa finire così. Troppo dolore, troppa presenza perchè non se ne possa morire, considerato che l’assenza è stata la costante del rapporto. Mi parrebbe più possibile una gestione a distanza.
    Finora è il mio preferito.

  14. bello, purtroppo spesso c’è chi arriva al punto di non ritorno per dimostrarsi l’affetto.
    fa riflettere.
    io ho avuto una grazia: sono stata tanto amata anche senza inutili parole.
    pochi occhi sapevano dire così tanto come quelli del mio giovanissimo padre!
    paola cingolani

  15. grazie Roberta, mai pianto quando si è ammalato, sempre sorridente, ESATTAMENTE COME PRIMA.
    tutto uguale a sempre.
    LA MALATTIA NN HA DIRITTO DI AMPUTARCI IL SORRISO E GLI AFFETTI FINCHE’ RIUSCIAMO A VIVERE E, ANCHE, C’E’ DIFFERENZA FRA VIVERE E SOPRAVVIVERE !
    paola cingolani
    ;o))

  16. Non mi è affatto dispiaciuto, anche con la retorica che qua e là traspare e che, forse, è dovuta al tema trattato, che si presta ai sentimentalismi.

  17. Un racconto tenero, di impianto classico, che si fa leggere volentieri. Peccato che la parte finale sembri un po’ affrettata.

  18. Decisamente buono, ben articolato, bell’ottomana o tomana, che sia,
    colori ed atmosfera azzeccate.
    Scrittura da professionisti.
    Il “papà” finale non mi garba, spiazza,
    se no andava introdotto con qualche acceno in più.

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