Raccontiaquattromani/3

Lo sguardo indifferente

Se con l’obiettivo si potessero catturare pezzi di anima, e non solo immagini, penso che sarei la regina di un immenso regno di spiriti.
Sarebbe un regno promiscuo, il mio. Anime buone e anime dannate danzerebbero insieme in una sarabanda di luci e ombre. Detterei tempi e ritmi.
E, invece, catturo solo immagini.
Sono una ladra di primi piani. Giro per la città con la macchina fotografica appesa al collo e vado a caccia. Cammino. Incrocio occhi. Non abbasso mai lo sguardo.
Li fisso e li leggo. Li leggo dentro. Sono brava a farlo. Ho letto donne e uomini, vecchi e bambini, disperati ed entusiasti. Ho decifrato vite allo sbando e cuori asfissiati dalla gioia. Anime accartocciate. Pensieri guizzanti. Non tralascio nulla. Leggo tutto. E tutti. Bruciando di necessità.
Poi scatto. Senza chiedere permesso.
Quando raccolgo grumi di immagini, stampo e conservo. Ho un archivio di migliaia di foto, a casa. Facce sconosciute che mi fissano dal lucido della carta. Sguardi bidimensionali che mi tornano addosso scaricandomi la loro sorpresa, indignazione, rabbia. O totale indifferenza.
Adoro leggere l’indifferenza. Scambiarla – o fingere di scambiarla – per assenza di dolore.
La mia è una reazione ossimorica, lo so. Ma è così. Vado a caccia di sguardi indifferenti. Li catturo e li faccio miei. Mi nutro di essi… osservandoli.

Osservarla. Questo dovrebbe fare adesso. Osservarla.
Sollevare palpebre e respiro. Annuire leggermente. Sorriderle. Con indifferenza, certo. O forse, prima, ripetersi: è lei. Sono io. Mi ha riconosciuto.
Forse cercare uno specchio, un rimando veloce ovunque, ovunque. Basterebbe anche il riflesso di un finestrino. O il barbaglio di una pozzanghera tra l’asfalto incandescente di questa città.
Ma è dall’asfalto che scorge la sua figura. Un’increspatura che assedia e incalza. Nere le ciocche che il cappello lascia sfuggire. Nera l’ombra che intacca il viso. Nera la camicia, nero il cigolante sbatacchio delle chiavi sulla cintura che avvince i fianchi. Nera l’anima.

Nero, si dice, nero. E si insegue oltre l’ombratura del fango, oltre il catrame della strada, oltre le braci di uno specchio in pezzi dove il riflesso del giorno si incurva.
Perché è così che la luce si scompone quando non incrocia lo sguardo. Fingendo di vivere, mentre muore.

Fingo di vivere mentre catturo sguardi. Mi rispecchio in loro. Mi crogiolo nella vacuità di un battito di ciglia. C’è un solo sguardo che mi manca: quello dell’essere nero. Bramo quegli occhi. L’espressione vuota, le palpebre abbassate, il cappello riverso sulla fronte.
Dovrebbe guardarmi. Questo dovrebbe fare. Guardarmi.
E invece no: mi sfugge, scansa la luce del mio flash, affonda nel nero della sua indifferenza.
Aspetto.
So che arriverà il giorno in cui alzerà il viso. Mi riconoscerà. Ammetterà di esistere. Arriverà il giorno in cui gli dirò: ricordi? Ti ricordi di me? Sono io. La ladra di primi piani. Offrimi il volto. Concedimi la tua indifferenza.

E’ solo a un riflesso che può concedere la sua indifferenza. O a un guizzo, all’affioro di una lama di luce. Al morso di una vita che non si rivela, se non dietro uno schermo.
E allora cerca quel morso, l’essere nero. Cerca lo schermo. Ora, tra le strade ingiacigliate in una controra che appesta. Su pareti e murales scoloranti afa. Ora, adesso, subito. Nel momento in cui cerca,l’essere nero scopre un’urgenza. Una mancanza. Scopre di non avere tempo.
Quando la intravede, la macchina le pencola dal collo. Oscilla a destra e sinistra. Danza, la macchina, danza e scatta, scatta, scatta.
Prima di sparire, l’essere nero riesce a sorriderle almeno una volta.

Vorrei averlo per me almeno una volta, quel sorriso. Intabarrato in un’aura d’indifferenza. Vorrei incasellarlo in uno dei miei riquadri e morirci dentro. Perché tutto ciò che non è vita è morte. Tutto ciò che non è luce è buio.
Ora mi guarda da un riflesso inatteso, mi offre gli occhi. E io scatto. Scatto. Scatto. Senza chiedere permesso.
Ladra di sguardi. Saccheggiatrice di esistenze.
Sei mio, essere nero. Sei con me. Ho carpito la tua essenza. Mi nutro di essa. Sollevo la mia macchina digitale. In alto, come un trofeo.
Ora sono a casa. Scarico la foto sul computer. Avvio la stampa.
Se con l’obiettivo si potessero catturare pezzi di anima, e non solo immagini, penso che sarei la regina di un immenso regno di spiriti. Ma non sono regina. Sono una ladra. Sono una menzognera che non ha mai avuto il coraggio e la voglia di guardarsi in faccia.
La stampante partorisce la carta lucida. Raccolgo l’immagine. La guardo: una ragazza che punta l’obiettivo su di me. Sembra quasi parlarmi.
Ne sento la voce.
Sussurrata. Insinuante. Dice: ti ricordi? Ti ricordi di me? Sono io. La ladra di primi piani. Offrimi il volto. Concedimi la tua indifferenza.
E ti dirò chi sei.

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16 pensieri su “Raccontiaquattromani/3

  1. Intrigantissimo il gioco del cambio di ottica, proprio come farebbe un fotografo. Inquadrature diverse per scoprire e scoprirsi alla fine disarmati e nudi davanti all’obiettivo. Bello anche questo. Ma continuo a preferire il secondo.
    Laura

    p.s. per fare una classifica mia personale:
    primo il ruscello dei sogni
    secondo la fotografa
    terzo l’incontro sulla rugiada

  2. @ laura:
    e certo, con tutto quello che hai da fare! piuttosto, quello che tu chiami la fotografa, non ti ricorda un po’ quella tranvata de Il pittore di battaglie che mi hai costretto a leggere? Meglio la fotografa, comunque, meglio!

  3. […] Enrico: Lo sguardo indifferente. Se con l’obiettivo si potessero catturare pezzi di anima, e non solo immagini, penso che sarei la regina di un immenso regno di spiriti. Sarebbe un regno promiscuo, il mio. Anime buone e anime dannate … […]

  4. Chiedo scusa agli autori del racconto e a tutti.
    Monia mi ha appena avvisato che c’erano parti in corsivo che non erano state prese nel copia incolla dal documento orginle a qui.

  5. Un ritmo accattivante, con inserto di lirismo puro senza essere stucchevole. Persino qualche graffio, che non guasta. Ci son rimasta male solo che fosse una fotocamera digitale ;-) Ma è una mia personale, romantica paturnia.

  6. Un pò frattalico, di avvolgimenti e ritorni, mi ricorda certi disegni di Escher.
    Trovo che sia scritto bene, e che ne emerga la perizia di entrambi nel completarsi a vicenda.
    Ancora le mie preferenze vanno però al “venditore di sogni”
    :-)

  7. Oltre lo sguardo o nel dentro di uno sguardo?
    Interessante questo avvicendarsi, quasi a volersi completare, immergendosi l’uno nell’altro.
    Quasi una richiesta disperata di essere “ricordati” (Il ripetersi convulsivo di “Ti ricordi?” penetra nel dentro); in fondo cos’è una foto se non immortalare un dato momento per imprimerlo nella memoria e proprio nel cassetto dei ricordi?

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