Raccontiaquattromani/2

L’Uomo che vendeva sogni

”Quanto costa un sogno d’amore?” chiese Blankman.
”Dipende” rispose Necromandus.
”Da cosa?”
”Da quanto tempo è che non sogni più e da come vorresti che fosse il tuo sogno d’amore.”
Blankman accese una sigaretta e andò a pescare i suoi ricordi tra gli anelli di fumo.
”Era tanto tempo fa” disse. ”Sognai che con forbici, fogli, colla e matite confezionavo fiori di carta.
Poi li mettevo in un cesto avana, e i miei fiori colorati spiccavano nell’anonima tonalità del cesto.
Giravo per i ristoranti, andavo davanti ai cinema e ai capolinea degli autobus.
Vendevo lì i miei fiori di carta.
Li vendetti tutti, tranne uno viola. Per me era il più bello, e lo tenni per me.”
”Poi?” chiese Necromandus.
”Fine dei sogni” rispose Blankman spegnendo la sigaretta in un posacenere di ceramica marrone.
”E’ passato molto tempo” fece Necromandus. ”E il sogno d’amore che vuoi comprare da me come dovrebbe essere?”
Blankman si deterse il volto con un fazzoletto blu.
”Intenso” disse. ”Non un sogno fugace.
Vorrei che tu mi vendessi un sogno persistente, capisci? Uno di quelli che lasciano un ricordo per più giorni e che ti fanno affrontare dolori e disagi avendo sempre come salvagente quell’amore.
La possibilità dunque, di poterlo rivivere e respirare ogni volta che un’avversità si frappone tra me e la mia vita.”
Necromandus tirò fuori dallo scaffale un libro dalla copertina di stoffa istoriata con foglie di vite. “Nella culla di Morfeo”, era il titolo del volume.
”Sfoglia tu stesso” disse Necromandus.
Blankman girava le pagine lentamente scorrendo figure eteree, rassicuranti, aggressive, torbide.
Circa a metà del libro si fermò e puntò il dito.
”Inutile che prosegua” disse.” Eccolo.”
Necromandus prese il volume e guardò attentamente, studiandola, quella pagina.
C’era una donna in abito coloniale. Era sola a pescare acqua dentro un ruscello limpido.
Non era particolarmente bella né sembrava voler sedurre nessuno.
”Ti avverto, ha un prezzo molto alto questo sogno” disse Necromandus rialzando la testa.
”Pagherò quel che devo” rispose Blankman.
Come spesso accade, fu tutto naturale. Quella notte quando si addormentò andò al ruscello, e la vide. E negli occhi di lei trovò il suo sguardo, nelle sue parole i propri pensieri, nei suoi silenzi la quiete, nel suo corpo l’infinito.
Il mattino dopo vivere fu molto meno difficile, perché finalmente quell’uomo vuoto aveva un sogno dentro. Lo portava con sé al lavoro, lo custodiva gelosamente in un angolo dell’anima e lo cullava quando tutto sembrava andare storto.
Le notti in cui sognava erano il suo rifugio. Imparò a conoscerla, e sembrava così reale quando rideva, quando nei suoi occhi scuri compariva un lampo viola di ironica comprensione, di consapevolezza.
Avrebbe voluto che lo fosse.
Poi una notte lei, alzando la testa dalle mani di lui da cui stava bevendo l’acqua azzurra e fresca del ruscello, disse: “Qualunque fosse il prezzo, ne è valsa la pena”.
”Il prezzo di cosa” chiese lui.
”Il prezzo del sogno che ho comprato.”
Lui la guardò negli occhi, e capì. Riuscì solo a sussurrare “Anche tu…”
Si svegliò di colpo. Era buio ancora, ma corse fuori, alla bottega di Necromandus, ne tempestò di pugni la porta chiusa.
”Apri, bastardo, apri! Devi dirmi lei chi è, dov’è. Devo trovarla, devo averla. Ora che so che esiste devo..”
Nessuno rispose. Nessuno avrebbe mai risposto.
Non gli restava che attendere di incontrarla di nuovo.
Ma la notte seguente non sognò, né quella dopo ancora. Né più.
I suoi giorni tornarono a essere vuoti, e li trascinava stancamente. Era la sua vita di sempre, ma con l’acuta consapevolezza di aver perso una parte di sé che non aveva mai saputo di avere. Dormire significava soltanto non pensare, come era stato prima.
Poi una notte sognò di nuovo.
Ma sognò una giornata normale, lavoro casa problemi rabbia dolore vuoto. Ebbe la sensazione di aver toccato il fondo. Al risveglio non aprì gli occhi. Non voleva più vedere quel mondo. Si sentiva preso in giro, derubato anche dell’oblio del sonno. Basta, basta, pensò.
”Basta”’ sentì un’altra voce dire. La ricordava, quella voce. Come avrebbe potuto dimenticare?
Aprì gli occhi, e la vide davanti a sé mentre li apriva a sua volta.
”Ma cos’è successo?” chiese lui.
Lei allungò una mano per accarezzargli le labbra.
Sssst, disse.
Gli sorrise, e aveva un lampo viola nello sguardo.

Ci sono due mucchi recenti di terra smossa nel giardino. Su ognuno mazzi di fiori ormai secchi legati da nastri viola che scoloriscono al sole.
Non sono vicini.
In mezzo scorre un ruscello.

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36 pensieri su “Raccontiaquattromani/2

  1. tutta la vita ad aspettare. il fiore viola, il lampo degli occhi scuri viola, i fiocchi dei fiori ormai secchi viola. altra dimensione, una dimensione che non ci appartiene e non importa se sembra dividerli un ruscello. sono vicini adesso. il prezzo da pagare? tutta una vita!
    – i nomi però son curiosi. Blankman e Necromandus.

  2. Concordo con Laura riguardo al livello. Ottima scrittura, bellissimo racconto, e lo stesso vale per il primo.
    [Di solito sono silente, ma leggo sempre. Ciao Remo].

  3. Anche a me è piaciuto tanto! Bravi!
    E anche quello di ieri (scusate, l’ho letto solo oggi).
    L’ho trovato davvero dolente.

  4. Ho fatto un sogno diceva qualcuno. Poi, un sacco di altra gente ha detto di aver fatto un sogno. Ma quando la gente parla più che sogni, emergono incubi. Ormai anche i sogni sono terribilmente inlfazionati, anzi copiati, col marchio made in china. Questo racconto mi é piaciuto più del primo.

  5. Credo, lo credo fermamente, che la lettura usi gli occhi solo come fori nel terreno per passare, ma poi scorre nelle vene sotterrane e qualche volta lascia semi che smuovono la superficie della pelle, rizzano i peli, producono brividi. Altre volte, certo, scivola via senza tracce, in fretta. Questo racconto non passa senza strascichi. E mi è piaciuto molto sentirne i brividi. Dai contenuti ai “modi”. E alla coesione che non fa avvertire, nemmeno a guardare attentamente, i punti di sutura tra i ricami delle due coppie di mani. Soltanto – ma è ovviamente questione estremamente soggettiva – io avrei chiuso a: “Nessuno rispose. Nessuno avrebbe mai risposto.”. Però bello, bello davvero.

  6. “…E negli occhi di lei trovò il suo sguardo, nelle sue parole i propri pensieri, nei suoi silenzi la quiete, nel suo corpo l’infinito.”
    Questa è poesia, qui si respira un senso alto, quello che fa nascere, appunto, questi sogni…per cui si è disposti a pagare il più alto prezzo, quello della vita.
    “…Ci sono due mucchi recenti di terra smossa nel giardino. Su ognuno mazzi di fiori ormai secchi legati da nastri viola che scoloriscono al sole.
    Non sono vicini.
    In mezzo scorre un ruscello.”
    Ancora, una chiusa che è un rapimento, una dissoluzione dell’oggi per il sempre.
    Bellissimo! Bravissimi!
    Si è capito che ne sono incantata?…

  7. bè, se il livello è questo sinora mostrato direi che la situazione è confortante…soprattutto per il blog di remo che, insomma, c’ha la sua dignità perbacco!

  8. faccio i miei complimenti agli autori di entrambi i racconti: le mani sono ben amalgamate tanto da non distinguerle. Due bei racconti. Ciao Lucia

  9. Ci vuole coraggio per trattare taluni temi. E scrittura. L’amore e la morte, forse sono i più ardui da affrontare. Il patetico, il ridicolo, lo “zucchero e miele” sono sempre lì, dietro l’angolo.
    Questo è davvero un bel racconto. Di emozioni forti.

  10. Se avessi a disposizione tutti i racconti, tutti oggi e cominciassi a leggere dal primo, credo che mi fermerei a questo e lo farei vincere. Complimenti ad entrambi gli autori. Io sono ancora in tempo per ritirarmi dalla competizione? Scherzo, buona lettura a tutti!

  11. Solo lui poteva avere la febbre a 40° a luglio, gli saranno finite le cotiche. Speriamo si spacchi il condizionatore e si blocchi la porta dell’ufficio, mentre il falegname dice: “Dott.Gregori,resti un attimo chiuso in camera vado a comprare una serratura nuova e un grimaldello”. Ma il ferramenta giù è chiuso e quello aperto sta’ a Tivoli, sempre che venda quel modello.

    Questo racconto è “il racconto”, gli altri sono carini.

    Ottima intuizione Remo il 4mani, io sono incapace di farlo con qualcuno e Konisberg è un po’ che non mi risponde al telefono, maledetto clarinettista.

  12. A parte i nomi (urticanti) ci sono le atmosfere che amo e un tocco leggero che incide. Mi è difficile pensare sia stato scritto da due persone… molto affini direi.

  13. io ci vedo una certo eco di Buzzati, ma magari e’ solo una mia fissa per i richiami letterari. Pero’ ammetto che il racconto e’ ben sviluppato, senza virtuosismi inutili e fa presa sul lettore. Anche quello meno sognante.
    Non si rileva inoltre la sutura fra le due scritture, tanto che sembra scritto “in solitaria”, segno di una certa corrispondenza fra gli autori, anche per la scelta del tema.
    Ecco, come detto da qualcun altro, non ho trovato propriamente azzeccato il richiamo ossessivo al colore viola nonostante il richiamo onirico potrebbe suggerire la suggestione dei colori.

  14. Ma dov’era che l’avevo perso?
    Ora sono davvero indecisa perchè la fioca è molto suggestiva, anche se questo ha un che di suspance che non guasta mai.

  15. Li ho riletti ora entrambi perchè sono i miei preferiti. La fioca è il numero uno, questo è il numero due. Molto belli.

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