Pubblicato da: remo | 4 luglio 2008

intervista(to)

Su Fernandel (rivista dell’omonima casa editrice che un volta usciva su carta e adesso solo in rete) c’è un’intervista al sottoscritto sui blog.
L’ho riletta (rispondo sempre di getto, senza pensarci troppo) e non rinnego nulla. E faccio i miei complimenti a Silvana Rigobon, l’intervistratrice. Dico solo che mi trovo sempre un po’ a disagio quando debbo citare (o non citare) altri blog.

E poi.
Mi piace il commento fatto da Biancamara (Piera Ventre) al post teste di zucca. Sul rapporto scrittura-blog.
Lo copio incollo, qui.

buoni i risotti alla zucca.

quando io dico che scrivo per me, la maggior parte delle persone mica ci crede. allora perché hai un blog?, il più delle volte è la domanda. c’è qualcuno che, ancora, si illude che la scrittura in rete possa dare una qualche visibilità e farti diventare il caso letterario dell’anno. c’è qualcun altro che si preoccupa che le sue preziosissime cose possano essere copiate, plagiate, esportate, vincere il nobel per la letteratura senza che lui, l’autore, (l’autentico/il solo/l’unico) ne sappia niente.

la domanda: perché scrivo?, mi ritorna ad intervalli regolari. spesso sono io stessa a formularla a me. la risposta, quando arriva veloce, ed è la più sincera, è “per stare meglio” o “perché mi fa bene, anche se mi fa male”.

non so attribuire valore alle mie cose. non ne sono capace – non so se questo accada a tutti quelli che ci provano, dai più navigati ai novellini -, ma, in tutta franchezza, non credo sia questo il punto determinante. non è colui che scrive a doversi un giudizio “estetico” – di stile, di contenuto, di forma –

Sai, Remo, io credo che la via d’uscita sia sempre quella di lasciare spazio al gioco. E’ la nostra parte creativa che chiede asilo e via d’uscita. Quando si comincia a pensare alla scrittura, alla fotografia, all’arte in genere – che sia “domestica” o “istituzionalizzata”, poco importa – come ad un prodotto, temo si arrivi all’aridità del compromesso, dell’iniziare a fare qualcosa per gli altri, accomodando gusti, aggiustando il tiro.

non so. scusate, forse ho scritto un sacco di stupidaggini – appunto -, ma, quando dalla mia testa/tastiera esce fuori qualcosa che mi fa dire “questo mi pare giusto così”, ho la stessa soddisfazione di quando preparo un ottimo risotto alla zucca.

ciao Remo. ciao tutti.

Segnalazione.
Sul blog di Amalteo, Carlo Rivalta legge Pontiggia.

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Responses

  1. Letta l’intervista, bella. Ma non voglio pensare al giorno in cui deciderai di non avere piu’ tempo per il blog…
    Laura

  2. sì,(controcanto a Laura), bella intervista, molto sincera, in cui ritrovo il Remo che intuisco.

    [ora, però, per il mio commento messo così in vista, mi verrebbe da dire come topogigio, in questo tinello-letteraio, “matumifaiarrossireee” :-)]

  3. ricordo ancora con piacere l’intervento di babsi jones sulla stessa rivista, mi pare.

    sulla tua intervista:

    “commenti dei lettori, numerosi, trovano sempre una risposta da parte del “padrone di casa”.”

    questo è bello, qui c’è lo scrittore che scende dal palco e mena pacche sulla spalla a destra e manca. ci fa sentire bene. ci fa piacere, sentirci parte di qualcosa, di uno scambio.

    “Per me tutti si è all’altezza quando si parla di un libro perché un libro è percezione, è un incontro.”

    secondo me sei uno dei pochi scrittori che lo pensa davvero.

    “Se arrivano provocazioni, cattiverie, schiamazzi, lascio.”

    Giustamente.

    “Non li leggo tutti i giorni, anzi, a essere sincero più passa il tempo e meno tempo trovo per leggere i blog altrui.”

    Non ce lo dire.

    “Rispondo a tutte le mail”

    altra cosa più unica che rara.

    posso farti una domanda anch’io remo?
    come gestisci il fatto di essere scrittore e scrittore anche di rete (e lettore – e giornalista)? voglio dire hai la padronanza necessaria per isolarti per scrivere, il tempo stesso per farlo? io lotto sempre contro questo problema.
    ad es. david foster wallace non ha internet a casa.
    lo stesso cormac mccarthy.
    che ne pensi?

    te lo chiedo anche perchè hai accennato ad una tua presenza ad un internet point. questo può aiutare a circoscrivere ottimamente il tempo senza divagare.

  4. ho imparato nel 1983, credo.
    lavoravo in fabbrica, avevo una figlia di 2 anni, facevo il sindacalista, avevo qualche problema di salute e volli iscrivermi in università. imparai tante cose, allora: che quei pochi minuti in cui stavo con mia figlia erano (da parte mia) tutti per lei; che dovevo rubare tempo al tempo; ma mi accorsi, anche, che riposavo meglio, che sapevo dosare al meglio le mie energie.
    nell’agosto del 1982, ero in ferie, avevo letto Autobiografia di una rivoluzionaria, di Angela Davis.
    A un certo punto pensai: se questa donna, inseguita dalla polizia, tra un rifugio e l’altro è riuscita a studiare, a scrivere, perché non dovrei anche io?
    Però il problema della rete c’è, lo sento, oggi. Il pc è come una droga che sottrae tempo alla lettura e alla vita, e quindi temo di svuotarmi.
    In Spagna vidi che un’ora e mezzo di internet point al giorno poteva bastare. Vorrei esserne capace. E’ quindi un problema la gestione del tempo, del mio tempo. Faccio alcune cose assurde, per esempio. Per esempio quando vado via porto via il pc e per risparmiare tempo, dal momento che non guido, magari scrivo in macchina, mentre viaggio (poi magari qualcuno mi rimprovera per i refusi). L’affanno a volte c’è: ma solo per rispondere ai commenti o alle mail.
    E a volte non c’è, stranamente. Oggi è una giornata folle di lavoro, per esempio. Tra un po’ ho un appuntamento, tornerò in redazione alle 20, circa. Oppure un mese fa stavo scrivendo un libro, e lavoravo anche, e nelle pause venivo qua, diciamo per rilassarmi.
    Se ripenso al 1983 penso che oggi è meglio. Allora dovevo timbrare il cartellino, arrivare puntuale in stazione, eccetera. Oggi, almeno, ho un grande vantaggio: l’orologio mi serve solo per cercare di non essere in ritardo agli appuntamenti.

  5. grazie.

    effettivamente è o può essere un problema.
    pensa che io a volte mi faccio nascondere il modem…^^ probabilmente non ho ancora imparato. è per questo che è una domanda che faccio molto spesso..

  6. è una domanda che dobbiamo porci. a volte il pc è sottrazione di vita. a meno di non essere dotati di equilibrio, termine che mal si adatta a me.

  7. siamo in due allora.

    io e l’equilibrio siamo su due facce della stessa squilibrata medaglia..perciò, non ci siam mai visti..

  8. Sì bella l’intervista, con una voce che è molto tua. Complimenti anche all’intervistatrice.

    E molto bello anche il commento trasformato in semi-post di bianca. Condivido quasi tutto, mi capita spesso con lei. Solo che io alla domanda perché scrivo?, mi rispondo “per stare meglio e capirci di più” e “perché mi fa bene”. Punto. Quello scrivere “anche se mi fa male”, non mi appartiene. A meno che non si intenda che talvolta fa male scrivere quando si pensa che si sta sottraendo tempo allo stare altrove e altro fare. (E in verità son poche le cose che mi piacciono di più).

  9. Ecco: a volte non si dice, ma si pensa.
    E io lo penso:
    per esempio, puta caso,
    uno scrive abbastanza bene, pensa di farne una professione, anche,
    suppone di cavarci anche qualche lira da questa sua abilità o mestiere o quelcheè,
    siccome un mobiliere vuol vendere i suoi mobili,
    uno scalpellino vendere lapidi,
    uno che scrive vorebbe gettare sul mercato sottostante i suoi testi,
    cioè, in poche parole,
    io ci terrei a guadagnare qualche lira dal mio lavoro di scrittore,
    per ora ci ho cavato qualcosina, poco assai,
    però siccome ho avuto grandissime spese dal dentista, l’anno scorso, e i tempi sono neri,
    un 5000 € mi farebbero comodo,
    per dire.
    C’è da vergognarsi?
    Credo di no.

  10. aitan,
    io scrivo per stare meglio; se scrivo tutti gli altri problemi diventano secondari; anzi, a volte mi metto a scrivere proprio quando sono sommerso da problemi (o da fantasmi).
    però condivido la frase di biancamara.
    un po’ la condivido dal punto di vista, diciamo, alla fenoglio: “la mia miglior pagina esce dopo decine e decine di penosi rifaricimenti”, e un po’ alla flaubert: Bisogna pensare come dei pazzi. Fa male, a volte.
    però non so mica se mi sono spiegato.
    @caro mario,
    vorrei fare lo scrittore di professione. Ma mica straricco, campare che so con 1000 euro al mese tra diritti d’autore, racconti, incontri, anche lavoretti diversi, ché se uno scrittore va a vendemmiare o a pulir cantine magari, poi, è più vero quando racconta.
    il problema è che siamo una marea, bravi meno bravi ridicoli.
    certo che vorrei campare facendo lo scrittore. ma se annunciassi che smetto di scrivere, a parte qualche mail consolatoria, pensi che l’editoria si straccerebbe le vesti per il mio esilio volontario?

  11. ho letto l’invervista anch’io.

  12. il fatto è che il mio divertimento consiste proprio nel fare, rifare, costruire e decostruire ciò che di getto vado scrivendo

  13. Remo,
    è d’un altra cosa che scrissi,
    se Dan Brown annuncia al suo editore che smette di scrivere lui magari non si straccia le vesti, magari s’incazza parecchio e gli fa causa,

    io ho detto che si può anche scrivere, come si fa, e fu fatto da molti grandi,
    sperando di guadagnare qualcosa, perché è un mestiere come un altro, la scrittura.
    Senza tante prosopee.

  14. il commento di biancamara.
    questo mi ha spinto a intervenire
    che sono appena giunta qui
    (da lontano, un altro modo, altre voci, altre abitudini).
    condivido.

    davvero.
    scrivo perchè nel momento in cui sollevo le dita dalla tastiera
    e incrocio le mani dietro la nuca
    (mi stiro e lo faccio sempre dopo aver scritto)
    mi accarezza un attimo di completa ed assoluta beatitudine.
    che poi sparisca subito catturata da pensieri e pensieri ed ancora pensieri siamo d’accordo.
    ma quell’attimo,
    attimo di completa ed assoluta beatitudine,
    è una droga.
    ecco:
    scrivo perchè sono drogata di scrittura
    (e, lo ammetto, come no, di lettura)
    buona serata a tutti
    e scusate l’intromissione


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