Le cose si sanno

Le cose si sanno.

E’ il 1987, mi pare. Sto imparando a fare il cronista di provincia. Una domenica mi mandano in un centro del vercellese, Livorno Ferraris. Inaugurano una piazza, che viene intitolata al colonnello Enrico Possis, che era stato sindaco di Livorno Ferraris per 15 anni.
Leggono alcune pagine del suo diario.
Mi resta impressa una frase: Fa che ogni tuo giorni conti.

E’ una frase semplice e incisiva al tempo stesso.
Ci ricorda che chi odia, chi prova invidia, chi insegue il successo perde solo tempo.
Fa che ogni tuo giorno conti.
Noi sappiamo bene cosa conta.
Ci dice anche, quella frase, che siamo fottuti, se non riusciamo almeno un po’ a farla nostra.

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Ciao Luigi

Il 16 ottobre di sei anni fa moriva Luigi Bernardi. Grande scrittore, grande direttore editoriale, grande amico per me (e tanti scrittori).
Conservo e rileggo le sue mail, amare per lo più.

Scrissi questo quando se ne andò (ciao Luigi)
https://remobassini.wordpress.com/2013/10/16/bernardi-lo-zeman-delleditoria/

Quelli importanti e quelli no

Quelli importanti-indaffarati non hanno mai tempo per rispondere a una mail o al telefono, giustappunto.

Ad A. dissero che aveva un tumore maligno alla tiroide. Pianse disperata. Non è giusto a neanche trent’anni.
Un mese dopo, in un altro centro, ad A. dicono che dovrà operarsi, certo, ma non si tratta di un tumore: è solo un gozzo che va asportato. A. era felice.
Giorni dopo A. è in crisi: e se avessero ragione quelli che mi han fatto la diagnosi peggiore?
E’ ora di cena, A. vorrebbe parlare con qualcuno. Così prova, e telefona a due medici del primo ospedale; è un piccolo ospedale di una città dove tutti si conoscono, fa in fretta a farsi dare i numeri. Ma i due cellulari non rispondono.
Provo a sentire qualcuno dell’Altro Ospedale, dice A. Sa che non sarà facile. L’altro ospedale è un grande ospedale di una grande città. Con l’aiuto di un amico giornalista A. recupera il numero di casa dell’oncologo dell’Altro Ospedale. Lo chiama, risponde il figlio: Mio padre sta mangiando, ma ora glielo chiamo.
A. tenne l’oncologo dell’Altro ospedale più di mezz’ora al telefono, poi sorrise e andò a dormire tranquilla.
Certe storie hanno un lieto fine, e ci insegnano che ci sono quelli importanti che non valgono niente e quelli importanti per davvero.
(E io sono convinto che anche il medico dell’Altro Ospedale andò a dormire sereno quella sera).

PS Questa è una storia vera. Ed è vera anche l’iniziale A.

Gentaglia di cuore

Disse: “E adesso che mi si è rotta la macchina come faccio ad andare a lavorare? Non posso fare venti chilometri più altri venti ogni giorno”.
Le braccia a penzoloni, gli angoli delle labbra in giù, come i bambini quando stanno per piangere o si sentono offesi.
“Ma vaffanculo, ti do la mia no? Dovevo darla dentro perprendere un altro usato, ma se ti serve una macchina te la regalo a te”.

Non sto inventando. Sto raccontando qualcosa di vero, che ho visto.

Anni fa, frequento un bar di periferia. Il peggio del peggio del peggio. Nomadi, figli di puttana poiché hanno la mamma che la puttana la fa per davvero, figli di papà quarantenni magari disoccupati ma che prima di andare a dormire si fanno una canna. Tanti ragazzi, dediti anche al piccolo spaccio. Senza cultura, senza futuro. Io ero il giornalista con cui scherzavano. Quando ci arrestano ci metti in prima pagina?
Qualcuno lavorava.
“Mi hanno assunto in una concessionaria, faccio i tagliandi, Pressione delle gomme, olio, poi mi hanno insegnato a fare finta di controllare con il computer, che non so nemmeno usare”.
Mi ritrovavo lì perché lì andava mio fratello Moreno, mi ritrovavo tante sere lì perchè vedevo cose.
Ragazzi dai quindici ai vent’anni senza cultura e senza futuro, certo, che andavano nelle sale da ballo a provocare risse e vendere pastiglie. Gentaglia. Ma che credeva nell’importanza di una stretta di mano. E che aiutava un amico con una generosità inimmaginabile per noi, persone per bene.

(A questo periodo della mia vita durato circa due anni ho dedicato un racconto, che è stato pubblicato su un libro. Un racconto che avevo scritto con troppa rabbia e troppa fretta… prima a poi lo correggo e poi lo posto qui, nel blog)

Giornalismo coraggioso

Una vecchia pagina di giornalismo da imncorniciare, a cui sono affezionato. La scrisse Ermenegildo Gallardi, direttore de La Sesia, nel 1923. La citai nella mia tesi quando sostenni l’esame da giornalista professionista.

Io ho fiancheggiato il movimento fascista del Vercellese quando era ancora un’esigua e coraggiosa minoranza; mi sono appartato da esso quando gli si avvicinarono i pescicani, gli imboscati, gli arrivisti, gli ambiziosi, i plutocrati, i contumaci dell’ora del dovere.

Potete far venire a Vercelli due, tre, diecimila squadristi dalla Provincia e fuori. Io non tacerò. Venga adunque il manganello, l’olio di ricino non è più di moda. Ma badate: bisogna picchiare sodo: perché la testa è dura e perché se mi lasciate un filo di fiato me ne servirò ancora.

Propongo al cavalier Belloni una equa soluzione della nostra vertenza. Facciamo un bel comizio pubblico in piazza, col patto civile della libertà della parola. Il pubblico non mancherà. Vuole? O preferisce il manganello che crede più persuasivo?

Donne, briciole di storie

Faccio collezioni di immagini di donne. Briciole di storie, insomma.
Uno. Firenze, non lontano dal Ponte vecchio. Serata stupenda, ho appena cenato, è domenica, peccato che me ne debba andare. Incrocio una ragazza. Sta piangendo. Ci sono diversi modi di piangere. Il suo era disperato. Tanto.
Altro flash. Sono in una birreria, da queste parti. Arriva e si siede una donna dell’est; tra un po’ inizierà a lavorare in un vicino night. Chiede un bicchiere d’acqua e poi, dopo una manciata di minuti, con un po’ di vergogna chiede se per favore le possono dare anche un pezzo di pane.
Tre. Un ricordo di fabbrica. Durante un’assemblea un sindacalista parla di rapporti di forza. Una donna, che è seduta accanto a me, mi chiede: Cosa sono i rapporti di forza? Glielo spiego, poi vado al sindacato e pongo il problema dei termini da utilizzare quando si parla agli operai. Non mi prendono sul serio. “Chi è che non sa cosa sono i rapporti di forza?”. Una donna, per esempio. Mezza giornata a lavorare in fabbrica, mezza a stirale, lavare, crescere due figlii. E guardare la televisione un’oretta, prima di crollare dal sonno.