Pubblicato da: remo | 2 gennaio 2018

Venerdì 12 a Torino: presento La notte del santo

Venerdì 12, alle ore 18,30, sono a Torino alla Libreria Trebisonda, via Sant’Anselmo 22; insieme a Mario Bianco presento il mio ultimo libro (pubblicato), la Notte del santo, Time crime (Fanucci).

Ha scritto Mario Bianco: Tratteremo, discorreremo, ci dilungheremo in maniera abnorme, sul suo ultimo romanzo La notte del santo, un’inchiesta su alcune morti violente, relativi cadaveri rinvenuti in Torino.
Potrebbe essere un noir ma io sono scettico su questa dizione ch’è sovente ambigua, forse è un polar, perché c’è polizia, c’è un commissario, un ispettore, un curiosissimo investigatore privato da pochi spiccioli che, da solo, meriterebbe un bel romanzo.

 

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Pubblicato da: remo | 24 dicembre 2017

E buon Natale 1917

Buon Natale, che per me è una bella festa, perché per il bambino povero che sono stato i momenti belli erano due: Natale e quando finiva la scuola.
A Natale mi facevo regalare libri. Il primo fu Il Gatto con gli stavali, che lessi sotto le coperte perché avevo la febbre. A Natale poi la mamma era più buona: mi dava solo sculacciate perché rubavo i babbinatale di cioccolata appesi all’albero.
Buon Natale a tutti dunque, a mia mamma, che stasera mi guarderà e ci guarderà dal suo mondo lontano: ha perso la cognizione del tempo, ci riconosce ogni tanto e, ogni tanto, sorride.
E buon Natale ai bambini, gli stiamo lasciando in eredità un mondo punto bello, di veleni e di odio.
E buon Natale, ma che sia veramente buono, a chi legge i miei libri: buon Natale con gratitudine (vedrete, vi porterò fortuna).
E buon Natale a chi conosco e a chi non conosco, che passa di qua.
E poi buon Natale alle persone sincere, le mie preferite.

Pubblicato da: remo | 20 dicembre 2017

sbadatissimo me

Vado a trovare i miei vecchi, come tutte le sere. Vado col cane, porto appresso un libro (a volte mia madre s’addormenta mentre mio padre cucina), la pipa e il tabacco. Il tabacco, però stasera lo avevo dimenticato. Di corsa sono tornato a casa con tanta voglia di farmi una pipata. Arrivato a casa mi accorgo di aver dimenticato la pipa dai miei vecchi. Ne ho altre, certo, ma quella è la mia preferita.

Il meglio di me lo do quando cerco gli occhiali che ho già, o quando scendo dall’auto ma sono bloccato dalla cintura che non ho sganciato.
Sono sempre stato così sbadato. Poi. Non ho il minimo senso dell’orientamento, mi perdo come si perdono i bambini. Da sempre.

Dimentico sempre gli ombrelli, perdo le biro, lascio in giro i miei accendini e metto in tasca quelli degli altri. A volte, quando sono solo, entro in un locale, consumo, poi mi dirigo verso l’uscita, dove però mi fermo: ci risiamo, mi dico, dimenticavo di pagare.

Una volta andai a prelevare col bancomat. Feci tutto per bene, meno una cosa: non ritirai le banconote. Fortuna che il bancomat le “inghiotte” se non le prendi, fortuna che nessuno passò di lì… mi pare fossero 500mila lire.

Sbadato perché sempre con la testa altrove. Tre giorni fa, guidando, imbocco una strada, a venti metri da casa mia. La percorro, ma a un certo punto vedo tre auto che mi vengono incontro, e la carreggiata può ospitare un solo veicolo. Capisco di essere contromano, succede a qualche turista, ogni tanto. Io però vivo a venti metri di distanza da questa strada.

Mi sta bene tutto, va bene così, ma se guardo la mia scrivania, che una volta ogni tre mesi riordino, mi viene male, ché sembra una discarica.

Unica nota positiva: ritrovo spesso qualcosa che credevo perso.

I libri no, erano un’eccezione. Ordinati per autori, fino a un certo periodo della mia vita sapevo dove trovare un Flaubert o un libro di un autore moderno. Poi sono aumentati, così li ho disseminati per la casa, in libreria c’è la doppia fila e, c’è, un casino indescrivibile. Nemmeno i libri si salvano.

Pubblicato da: remo | 15 dicembre 2017

Il capodanno che non si dimentica

Il capodanno che non dimentichi. E’ il 2002, io e Francesca siamo a Cortona per qualche giorno ma, a Capodanno, andiamo in giro senza meta, in Umbria. Finiamo a Gubbio, dove ammiriamo i presepi per strada, riusciamo anche a trovare un locale dove non fanno il cenone. Mangiamo un boccone e verso le 23 e qualcosa si riparte. Non c’è anima viva in strada.
Quando mancano una decina a mezzanotte siamo in località Santangelo, dove ho vissuto i miei primi due anni di vita col babbo e la mamma (e poi sarà Vercelli).
Vediamo un bar, decidiamo di entrare per un brindisi all’anno nuovo che sta per arrivare. guardando la televisione con degli sconosciuti. Solo qualche minuto.
Entriamo.

Dentro c’è gente che gioca a carte. In quattro tavoli. Scopone all’asse, e bicchieri di vino. La televisione è spenta, e i due titolari, marito e moglie, non hanno la minima intenzione di accenderla o festeggiare, si capisce benissimo. Hanno risposto al nostro saluto, sì, ma senza entusiasmo.

Ordiniamo un caffè, aspettiamo mezzanotte, ma nessuno ci fa caso, nessuno brinda. Si gioca a carte lì, bevendo vino. Ci guardano, anche un po’ di traverso. Passatata la mezzanotte usciamo. Ci son fuochi d’artificio, in lontananza, il capodanno impazza, insomma. Già.

Pubblicato da: remo | 12 dicembre 2017

Ogni protagonista è descritto per ciò che è, brutalmente

Mi sono fatto questa idea.
Più o meno inconsciamente, il lettore di un libro cerca la complicità con il protagonista della storia che sta leggendo. Se gli va a genio, se trova affinità allora il libro piace, altrimenti no.
Ad eccezione del protagonista del mio primo libro-non libro (Il quaderno delle voci riubate non è stato distribuito, ma regalato agli abbonati del bisettimanale La Sesia nel 2002), i protagonisti dei miei libri non piacciono. Vado oltre: a volte non piaccione nemmeno a me. Ma se Anna Antichi (ne La donna che parlava con i morti) è sboccata, antipatica e aggressiva c’è un motivo: il suo malessere, il suo sentirsi male, il senso di colpa che le pesa dentro.
Anche il protagonista de La notte del santo, il sostituto commissario Pietro Dallavita, ha le sue imperfezioni e alcuni suoi lati del carattere non piacciono nemmeno a me.
Ma ho deciso di scrivere così da tanto tempo.

In questo romanzo non c’è spazio per gli eroi, ogni protagonista è descritto per ciò che è, brutalmente, senza sconti, in un affresco di una nazione che sempre più si allontana dall’immagine patinata del Bel Paese,
scrive Cinzia Ciarmatori, in
questa recensione
de La Notte del santo.

 

 

http://www.dasapere.it/2017/12/12/la-notte-del-santo-remo-bassini-libreria/

Pubblicato da: remo | 11 dicembre 2017

Nel bosco

C’era ancora luce e, ma non ne era proprio certo, il piccolo sentiero che lo avrebbe riportato fuori dal bosco ancora s’intravvedeva, laggù sulla destra. Doveva affrettarsi, avrebbe dovuto, e invece si sedette. Ci pensò ma al tempo stesso non voleva pensarci che se non si affrettava sarebbero arrivati il buio, il freddo e la fame. Sorrise pensando al suo portafoglio, ché in un bosco non servono banconote.
La voce che gli diceva di sbrigarsi era incazzata con lui, me tenue, lontana. Ridicola.
Preferì aspettare. Sorrise, quando vide le sue braccia conserte, perché il primo brivido era arrivato.
Si abbottonò l’ultimo bottone della camicia bianca, poi guardò verso la direzione del sentiero, ma era buio ormai. Alzò gli occhi, non c’erano stelle. Ma lo sapeva, mancavano da tempo.

Pubblicato da: remo | 4 dicembre 2017

Presento libri ma sono a disagio

Ne ho fatte di presentazioni dei miei libri, e conservo tanti ricordi belli (di quelle di Sermide, di Martina Franca, di Bologna, di Cortona…) ma sta di fatto che io, quando si tratta soprattutto di presentare libri miei, sono a disagio.

Parlo, ma cerco di andare fuori tema, di allontanarmi, cioè, dal parlare bene del mio libro, ché in fondo quando si presenta un libro si deve fare essenzialmente questo: parlare così bene del proprio libro da convincere i presenti ad acquistarlo e magari, poi, a farne parola con gli altri.

Per adesso ho presentato solo due volte l’ultimo mio libro, La notte del Santo. A Vercelli e poi in un rione di Vercelli (che si chiama Isola) dove però ho parlato (e per fortuna) anche d’altro. Di Primo Levi, dell’editoria a pagamento, della prima sigaretta che fumai proprio in quel rione, delle botte di fortuna che ho avuto io, in campo editoriale, e delle jatture, anche.

A volte è successo che io sia andato a presentare un mio libro nel posto X senza avvisare nessuno, lasciando che fossero le locandine (e magari l’evento creato su facebook) a fare. Nemmeno ai parenti dico che il tal giorno presento il mio libro.

Non sono un buon venditore dei miei prodotti, insomma.

A Bologna una volta feci così: un’ora di corso sulla scrittura – metto insieme le mie esperienze personali e tutto quello che so degli insegnamenti di Pontiggia – e un’ora di presentazione di un mio libro. Può darsi che riproponga questa formula, se mi capita.

Pubblicato da: remo | 27 novembre 2017

Ponto, ponto

Nella pancia di questo blog ci sono 140 bozze, roba non pubblicata, insomma.
Questa è del 2012.

 

Stamattina.
Sto camminando per strada, insieme a Federico Libero. Che mi fa penare. Dammi la manina: No. Dammela. No. E mi fa cenno che vuol venire in braccio. Bene, lo prendo in braccio, ride, e cerca di rubarmi gli occhiali. Lo rimetto giù. Manina: No.
E avanti così.
A un tratto, però, cede: e mi dà la manina. E io ho voglia di fumare. Caricare la pipa non è facile opto per mezzo toscano.
L’accendo.
Squilla il telefono, non sento nulla.
Pronto, pronto? (E Federico Libero: ponto, ponto).
A un certo punto sento una voce, mai sentita. Mi dice: Abbiamo avuto il suo numero dall’ufficio stampa di Perdisa ha tempo per una breve intervista su Vicolo del precipizio?
Veramente sono per strada col bambino, dico.
Possiamo provare lo stesso?
Quanto durerà?, domando.
Tre minuti.
Parte l’intervista. E Federico Libero mi fa cenno che vuol essere preso in braccio.
Ci parli di questo libro, iniziamo dal titolo.
Vicolo del precipizio esiste davvero, dico, e vado avanti, col sigaro sul lato estremo de labbro a sinistra e Federico Libero in braccio, a destra.
Stranamente fa il bravo.
Mentre sto parlando, però, si avvicina al telefono e dice: Ponto, ponto, ponto.
Non ho fatto in tempo a sentire il nome della radio, alla fine.

Pubblicato da: remo | 23 novembre 2017

Maltrattamenti

Ci sono notizie di cronaca che fanno più male. I maltrattamenti di Vercelli, oggi, fanno male a tutta una città.
Fino a due anni fa, io, ci portavo mio figlio, nella scuola dei maltrattamenti.
http://www.infovercelli24.it/2017/11/23/leggi-notizia/argomenti/cronaca-10/articolo/maestre-arrestate-il-comunicato-della-questura-e-il-video.html

 

Facevo terza elementare, e i maestri che alzavano le mani non facevano notizia. Un giorno il maestro disse che aveva bisogno di una bacchetta di legno per punire chi non gli dava retta. Il giorno dopo un mio compagno, si chiamava Guido, ne portò una e gliela donò. Poi, appena raggiunto il banco disse qualcosa al suo compagno di banco, risero. Guido, vieni un po’ qua, disse il maestro. Guido non capì, io sì, invece, immaginai cosa sarebbe successo: il primo che pianse per una bacchettata sul dorso della mano fu proprio lui, Guido.

E’ proprio il caso di dire “altri tempi”.
Però le immagini viste oggi fanno male. Ho visto una mamma piangere. Non sapeva, non immaginava.

Pubblicato da: remo | 22 novembre 2017

Vegan. Le città di dio: grazie Serena

L’anno passato è uscito un libro che è un giallo ma è soprattutto un libro che non era facile scrivere e che non era facile, poi, pubblicare.
Ringrazio Serena Gobbo che ne ha parlato (è riuscita anche a farmi sorridere) sul suo bel blog, Librini.

https://librini.wordpress.com/2017/11/22/vegan-le-citta-di-dio-remo-bassini/

Pubblicato da: remo | 22 novembre 2017

Timidezza (dal vecchio blog Appunti)

Leggo libri, anzi no, ne inizio tre, quattro cinque, poi a fatica ne finisco uno. E non scrivo più niente, da tempo. Da giorni e giorni mi chiedo se scriverò ancora. Per la prima volta ho riletto uno dei miei 11 libri pubblicati. Lo scommettitore. Ne parlerò (credo). Adesso sto recuperando da web.archive.org i post che scrissi quando aprii il mio primo blog, Appunti. Creerò una pagina, con il copia incolla dei post più significativi.

Ecco un vecchio post. Lo scrissi il 29 marzo del 2006.

Timidezza

29 Marzo 2006

È il 1987. Torino, Palazzo nuovo, quarto piano, dipartimento di Storia. Devo sostenere l’esame di Storia del risorgimento. Ho parecchie lacune. Per esempio non ho studiato la rivoluzione americana. Aspetto di essere chiamato. Accanto a me, in attesa, c’è un ragazzo. È preparatissimo, sa tutto, così ne approfitto: e sulla rivoluzione americana mi dice tutto tutto. Insomma: è molto ma molto più preparato di me.
Veniamo interrogati insieme. Io dall’assistente (carogna) lui dal docente (Narciso Nada, il professore con mi mi sono poi laureato). Poi ci invertiamo: lui dal prof io dall’assistente. Faccio in tempo ad ascoltare il mio compagno d’attesa: le cose che mi diceva prima, ora, le balbetta, fa fatica ad esprimersi, è in crisi, capisco che rischia. Io invece me la cavo.
Finale di partita: io 30, lui 24.
Era contento, uscendo. Ma lui sapeva da 30, io da 24

Pubblicato da: remo | 21 novembre 2017

Recensione su Il Biellese

(Bella) recensione su Il Biellese di oggi (21.11.17). La foto è brutta, ma tant’èRec Il Biellese

Pubblicato da: remo | 16 novembre 2017

Incipit lampo dei miei romanzi

Signorina, è un bel mestiere il nostro, è bello perché ci permette di incontrare persone e storie. Ma c’è una storia, quasi mai raccontata: è la storia del giornale stesso, e di chi lo fa”.

Si sono accomodati nelle poltroncine blu. Rileggono gli appunti, sorseggiano il caffè della macchinetta, parlottano, qualcuno sbadiglia. Aspettano o un cenno o una parola del direttore Antonio Sovesci che è seduto davanti a loro. In questo momento, sta cambiando la cartuccia di una penna stilografica verde, di una marca che non esiste più. Gliela regalò sua madre quando ha iniziato a lavorare al giornale, una vita fa; dice che è il suo portafortuna.
(Forse non morirò di giovedì, inedito)

 

L’uomo si alza a fatica dalla poltrona, le gambe malferme sembra- no cedere, invece, trascinando i piedi, muove qualche passo verso la finestra, scosta la tendina, guarda le poche case ancora illuminate, controlla l’orologio. Ha fissato il niente per ore, senza accorgersi che era sopraggiunta la no e. Finalmente. Perché la no e porta il silenzio e il silenzio può portare le voci. Torna a sedersi sulla poltrona color cremisi. Nella stanza semibuia arriva un po’ di luce oca dai lampioni. C’è afa stano e a Torino, eppure la finestra è chiusa. L’uomo – dalle movenze sembra un vecchio, e invece ha poco più di cinquant’anni – sta sudando, ma sembra non curarsi del caldo. Ha i calzoni grigi un po’ spiegazzati, una camicia bianca con le maniche lunghe tutta abbottonata, fin sotto il pomo d’Adamo; i polsini no, almeno quelli sono slacciati. Sta bevendo whisky a garganella, neanche fosse gazzosa, e sta fumando incessantemente; di tanto in tanto tossisce.
(La Notte del Santo, Time Crime Fanucci, 2017)

La pioggia e il vento che fanno sbattere le finestre l’hanno svegliata. Sono le tre passate da quattro minuti. Luca si sarà addormentato davanti al computer. Deve svegliarlo, avrà la schiena a pezzi. Lo chiama. Niente. Il computer è acceso, ma Luca non c’è. E non è in bagno, non è in cucina, né sul balcone a fumare una sigaretta di nascosto (ogni tanto lo fa, come se lei fosse fessa). Purtroppo non può essere nemmeno fuori con Fosca, pensa Andreina, ma è un pensiero da gettare via altrimenti piange, perché Fosca è stata soppressa; inutile quindi andare in balcone a controllare se c’è il guinzaglio. C’è. Quando va a stendere la biancheria non ha il coraggio di guardarlo. Rimarrà lì, croce sso sul muro. “Il guinzaglio dell’unico cane della mia vita”.
(Vegan. Le città di dio, Tlon 2016)

Torino, luglio. La tazza è quella della sua infanzia, era quella del latte, dei biscotti e di «sbrigati Tiziano, sei sempre l’ultimo, guarda che chiudon la scuola». Sta sorseggiando il suo caffè forte e amaro, è in piedi, quando avrà finito di bere porterà la tazza in cucina, la laverà e la asciugherà con cura, quindi si metterà a rincorrere i ricordi, scrivendo fino all’alba. Anche se non è mancino, la tazza è sorretta con la sinistra; la destra, però, è sotto, per precauzione, metti che caschi. Non è un gesto di sempre: è di stasera. Stasera, per la prima volta ha pensato che quella tazza lo ha seguito, sempre. Fa caldo stanotte, a Torino.
(Da “Vicolo del precipizio”, Perdisa Pop 2011).

Sotto i portici, di notte passate le tre, il manichino nudo e senza sesso del negozio d’abbigliamento non si vergogna, come succede di giorno, se qualcuno, per caso, si ferma e lo guarda. È notte, notte di marzo stanotte, piove forte. In questo momento, Paolo Limara, fissando la vetrina del manichino nudo, ha appena incrociato i suoi occhi; non l’ha fatto apposta, non avrebbe voluto, eppure è successo.
(Da “Bastardo posto”, Perdisa Pop 2010).

Si parlava poco di lei. Quando se ne parlava i vecchi dicevano, ma solo in certe occasioni, banchetti funebri, domeniche nebbiose trascorse tra amici e parenti a mangiar castagne, dicevano, questi vecchi, che era «come una santa». Santa Nunzia del bosco. O dei castagni. Aveva poco più di vent’anni quando lasciò il Palazzone per andare a vivere come in clausura nel cascinale in fondo alla valle, costruito in una sola estate dai muratori venuti da lontano con muli e cavalli da tiro, in fretta, e un capomastro che urlava, e gente armata su cavalli e mule, a controllare. E di lei per anni e anni si disse, ma si seppe poco. Si seppe, ma si disse poco del suo peccato.
(Da “La donna che parlava con i morti”, Newton Compton, 2007).

L’origine di tutto si perdeva lontano. Scommetto che da qui alla scuola riesco a correre senza respirare. Scommetto che se la mamma me le dà col battipanni io non piango. Scommetto che se il maestro mi guarda cattivo io non abbasso gli occhi. Scommetto che se me lo tocco, poi, quando mi piace tanto tanto, riesco a fermarmi. Scommetto che nessuno ci riesce a fare questo. Scommetto che se ho sete resisto senza bere. Scommetto che se ho mal di pancia non lo dico a nessuno. Scommetto che gli altri non sono così bravi.
(Da “Lo scommettitore”, Fernandel, 2006).

Credo di aver premuto talmente tanto i tasti del telecomando da aver rischiato di romperlo. Di sicuro mi sono fatto male alle dita, e alla mano tutta. Da due ore ero davanti alla televisione. Due di notte. Carla mi aveva dato il bacio della buonanotte verso le undici, le bambine un’ora prima.
(Da “Dicono di Clelia”, Mursia, 2006, Milano).

 

Sa di antico il mio piccolo bar: è sotto i vecchi portici, nel cuore di questo paese, proprio vicino alla grande piazza dove si svolgono i comizi, si va al mercato oppure in Municipio, dove gli operai salgono sull’autobus che li porta nella zona industriale e dove la domenica la gente prima va a sentir messa nella maestosa chiesa di Santa Flavia e poi va a comperare i dolci della pasticceria Delrosso. Qui agli inizi del 900 c’era la bottega di un falegname.
(Da “Il quaderno delle voci rubate”, La Sesia, 2002).

 

 

 

Pubblicato da: remo | 14 novembre 2017

Vecchia intervista

E’ il 2008. Dirigo il giornale La Sesia, ho appena pubblicato Lo scommettitore (Fernandel) e La donna che parlava con i morti (Newton Compton).
Mi propongono un’intervista.
Eccola la vecchia intervista del 2008.

Cosa risponderei oggi?

E comunque. Cè mia madre nella vecchia intervista.

Poi. Sul mio profilo facebook ho scritto questo, ho scritto:
Sono stato tante volte Ventura, tante volte “Italia eliminata dalla Svezia”, tante battaglie perse, insomma. Eppure ho lottato sempre per vincere. e qualche volta ho pure vinto. Ma sono imperfetto, a volte forte ma troppo spesso fragile, non me ne vanto, ma è così. E qui mi fermo, ma non mi piacciono i cori.

Pubblicato da: remo | 8 novembre 2017

Il vucumprà

C’è un vucumprà nella mia città, uno di quelli che vive qui da anni. Va sempre in alcuni posti ben precisi. Se ne sta in disparte, aspettando che qualcuno gli comperi un accendino, dei fazzolettini di carta. Non si avvicina mai alle persone, non chiede, non cerca di incrociare altri sguardi. Sembra chiedere scusa, il suo sguardo che guarda il vuoto, nascosto dagli occhiali.

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