Segnalazione su Fuoriasse

Novità editoriali della rivista Fuoriasse (LEGGI QUA) la segnalazione de La donna di picche.

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L’orgoglio italiano, qualche volta

Good morning Babilonia, film dei fratelli Taviani, la scena più bella. Siamo a Hollywood, e due fratelli toscani, due migranti, vogliono lavorare. “Italiani pancia al sole, e mani sulla pancia” risponde l’americano che non vuole assumerli. Uno dei due fratelli prende la mani dell’altro e le mostra all’americano dicendo:
Queste mani. Queste mani hanno restaurato le cattedrali di Pisa, Lucca e Firenze. Di chi sei figlio tu? Noi siamo i figli dei figli dei figli di Michelangelo e Leonardo.
Nutrono il nostro orgoglio, queste parole.
Italia, terra d’arte.
Succede la stessa cosa quando in giro per il mondo cantano Bella Ciao.
O partigiano, portami via, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao.
Italia, terra di libertà.
(Siamo la patria anche di tante schifezze, ma teniamoci stretti i gioielli di famiglia).

Perché scrivo? Bella domanda

Maggio 2006, Salone del libro. Dovevo andarci e ci andai. Non ricapiterà più, pensavo, di poter dire che al Salone ci sono due miei libri, appena usciti; Lo scommettitore, pubblicato da Fernandel, Dicono di Clelia, da Mursia.

Li avevo spediti, semplicemente spediti. Mursia era stata pachidermica: firma del contratto nel 2003, uscita del libro, appunto, nel 2006. Fernandel più veloce: la stampa del libro meno di un anno dopo il parere favorevole.
Capitò così che uscirono insieme.

Comunque, sono lì al Salone, stand di Fernandel. E c’è il mio libro, chiaro con altri libri di Fernandel. E c’è la gente che passa, qualcuno va veloce, qualcuno si ferma: guarda le copertine, il titolo. A volte compra. Qualcuno prende il mio. Arrivai a quota 12, mi pare.

Sei uno dei tanti, sei un libro tra migliaia e migliaia, cosa credevi?, ricordo che pensai.

Lascio lo stand di Fernandel e vado in quello di Mursia. Mi vedono e gentilmente mi regalano un libro. Vedo un signore che mi viene incontro festante. Guarda me, guarda il libro che ho tra le mani. Forse vorrebbe abbracciarmi. Lo bloccano: “Non lo ha comprato, glielo abbiamo regalato” gli dicono.

“Sono qui da due giorni” mi dice indicandomi la pila con i suoi libri “e non ho venduto nemmeno una copia”.

Essere scrittori vuol dire anche questo.

Ho avuto anche qualche soddisfazione? Qualche. Una soddisfazione per esempio è quella di non aver mai pietito la lettura di un manoscritto, implorato una recensione. Mando manoscritti e libri, poi quel che accade accade (certo ho la variante, adesso di avere una brava agente).

Ma il punto fermo è questo: i maldipancia, insomma.

E se sul mio profilo facebook ho scritto giornalista e scrittore è perché non so fare altro. Insegnante, giornalista e scrittore sarebbe meglio. Anche ortolano: ma non son buono (e mi spiace, dico davvero, di non aver imparato quando il mio vecchio cercava di insegnarmi. I profumi dell’orto, al mattino presto in estate, son come i profumi del mare: si ricordano).

Perché non smetti?, è la domanda che rimane in sospeso. Senza risposta.

O forse c’è. Semplice semplice: scrivo perché mi piace scrivere, e a culo tutto il resto cantava Guccini ne L’avvelenata.

Una vita fa mi prese per mano

Facevo prima media e mia madre mi faceva uscire un’ora al giorno se non aveva preso insufficienze, altrimenti in casa, con la testa sui libri a fingere di studiare.
Il mio voto preferito era dal cinque al sei: potevo uscire.
In quell’ora correvo sempre davanti a un negozio. Non ero l’unico, non ero mai solo. Tutti lì per la bambina dai capelli neri, figlia dei proprietari del negozio.
L’ho rivista ieri, cinquant’anni dopo. Era elegante da piccina, lo è adesso. I capelli sono grigi, ora, ma il portamento è della donna che sa di essere bella e non le importa dell’età.
Mi ha guardato, l’ho guardata, in questo mezzo secolo ci siamo incrociati poche volte per dirci poche parole.
Io però dovrei dirle grazie.
In un pomeriggio di primavera uscì dal negozio. Ero anche io lì, nella mia ora di libertà, e c’erano altri, tutti maschi. Lei cominciò a camminare, e noi tutti dietro. A un tratto mi prese per mano. Pum, tutti zitti.
Aveva preso la mano a me, solo a me, e non era mai successo ad altri. Ero strafelice. La pagai. Prima di andare a casa mi volarono addoso, gli altri, non avrei dovuto.
Quando mi volarono addosso e mi mollarono qualche pugno ero contento di quello che mi stava capitando: avevo vinto io.
Lei questo non l’ha mai saputo e credo che non lo saprà mai. Non so nemmeno se si ricorda d’avermi preso per mano, una vita fa. Una volta sola.

Il bar delle voci rubate

C’era una volta un libro, “Il quaderno delle voci rubate”, il primo che ho scritto. E’ tornato,vent’anni dopo, con un nuovo titolo. Il bar delle voci rubate.
L’ho modificato, ha un altro finale e non solo.
La casa editrice si chiama I buoni cugini.
La copertina è tratta da un’opera di Lorena Fonsato.Il bar delle voci rubate

La poesia che vorrei scrivere

Ho scritto anche io poesie, ma erano brutte. Però una poesia vorrei tanto scriverla, e dedicarla a mio figlio Federico Libero detto Cico. Una sola.

Vorrei scrivergli solo due cose, due.

Era piccolo, avrà avuto due anni, era inverno, eravamo ai giardini, dove c’era una fontana. Eramo solo io e lui. Io però non c’ero. Ero arrabbiato, ero pensieroso, ero altrove.

Guadda quacqua, mi disse lui, guardandomi. Aveva ragione. Era così bello essere lì e guardare l’acqua.

È cresciuto, ha nove anni quasi dieci, ma gli è rimasta una mania. Se ha un giocatolo rotto lo mette da parte, lo accarezza. E non vuole buttarlo perché, dice mio figlio, non ha colpa se si è rotto. E la casa è piena di giocattoli rotti, ma non si buttano, dice. Per favore.

E vorrei dirgli, insomma, scrivergli che lui è migliore di me.
Vorrei dargliela questa poesia: so che la terrebbe con cura.

Qualcosa di me, meglio: di mio

Questa cosa l’ho scritta nel 2013. E’ qualcosa di me, meglio: di mio. Copio-incollo.

Ho sofferto di epilessia. Una tara ereditaria, pare.
Lo fu un fratello del babbo, han sofferto di epilessia due miei cugini. Anche mio fratello Moreno.
La prima crisi, il 23 settembre 1975, giorno del mio diciannovesimo compleanno.
Ultima crisi: agosto del 1991.
Ma c’è un’altra data da ricordare.
Allora, prima crisi, ho 19 anni. Ne arriva un’altra l’anno successivo, settembre 1976. Lavoravo in fabbrica.
Da allora, una crisi ogni due mesi, a volte anche una al mese.
Va a sapere tu: tutte al mattino, soprattutto di sabato o domenica. Ma qualche volta succedeva anche in fabbrica.
1980, primo maggio: nasce mia figlia Sonia.
15 di maggio, ho una crisi.
Ed è questa la data da ricordare
Ho una crisi e dico: non ne voglio più avere, non voglio avere PAURA di tenere questa bimba in braccio.
va a sapere, ma da allora niente più crisi fino al 1991.

I medici mi dicevano: cerca di fare una vita tranquilla.
Dormi almeno otto ore, non esagerare coi caffè, mangia con moderazione.
Dal 1982  la mia vita cambia: e non è per niente tranquilla. Non lo è più.
Fabbrica, palazzo nuovo ogni giorno (quindi Vercelli- Torino andata e ritorno).
4 ore di sonno, a volte anche meno.insomma, da quel 15 maggio 1980 in poi sono stato operaio-studente, ho recitato a teatro, lavorato di notte in un albergo, giocato a bowling a livello agonistico, scritto libri, letto libri: quasi sempre di notte.
Bevendo tanti caffè e fumando o il toscano o la pipa,soprattutto la notte, per restare sveglio.
Una notte (stavo scrivendo la tesi di laurea) feci che non dormire per niente. Certo, il giorno dopo ero a pezzi, ma andai a Torino, tornai a Vercelli, lavorai.
Io credo sia stato importante, per me, aver messo da parte la paura.

Nel 1983 mi iscrivo a Lettere e leggo I demoni di Dostoevskij.
Nei demoni, si dice che Maometto era epilettico perché dormiva poco.
All’epilessia di Dostoevskij, alla mia epilessia e all’epilessia di tutti gli epilettici, ancora oggi guardati di traverso e spesso con disprezzo, dedicai una poesia.
Non so scrivere poesie, io.
Ma questa mi piace:

A Dostoevskij

Epilessia,
malefica dea che insegni
ai tuoi figli bastardi
a sottrarre
secondi alla notte:
la pena di morte
è
a ogni passo.
Ad ogni passo
il viso può schiantare
nel selciato
dove
calpestati e rinnegati
crescon fiori il cui nome
nessuno conosce.