Scrivere per sé

A proposito di scrittura. “Scrivo poesie, che non faccio a leggere a nessuno, non mi interessa. Scrivo poesie perché mi aiuta a diventare un bravo medico” è una frase che non dimenticherò mai.

Sto scrivendo un giallo che si ispira a una grande storia d’amore, vera. Mentre scrivevo, stanotte, ho pensato che devo scriverlo soprattutto per me.

I Wu Ming, un esempio di buona informazione

“La religione va svanendo e viene sostituita dalla scienza. Ma è una scienza con forti elementi di religiosità. Epidemiologi, medici, virologi, scienziati, ricercatori, statistici vengono considerati i depositari della verità e presentano analogie con i teologi di epoca medievale. Si esprimono in un linguaggio tecnico generalmente incomprensibile al volgo (come lo era il latino per il plebeo medievale), il quale crede a tutto ciò che essi dicono. Il popolo, non avendo le competenze tecniche per capire ciò di cui si sta parlando, crede agli scienziati con un atto di fede: «L’ha detto un virologo in tivù»; «L’ha detto un epidemiologo da Floris»; «L’ho letto su internet».”

Lo ha scritto Piero Purich, storico, sul blog dei wu ming: https://www.wumingfoundation.com/giap/

L’articolo è QUESTO

In questi due mesi di lockdown ho letto in media un libro ogni 5 cinque, ma ho scritto pochissimo, ho conttinuato a scrivere per la mia testata on line (Infovercelli24), ho pubblicato due post sul blog che ho su Il Fatto on line. Come questo racconto sul lockdown: Io resto a casa. Fanculo.
E poi passato ore e ore per cercare di capirne di più – su testate on line, su facebook – qualcosa di più, come tutti credo.

Speso ho trovato su https://www.wumingfoundation.com/giap/ quello che avrei voluto leggere sui giornali, QUESTO POST PER ESEMPIO che fa una panoramica e un raffronto tra i diversi lockdown europei.

Oppure questo sulla Svezia (che non depone a favore della stampa nazionale)

Cos’hanno fatto insomma, i Wu Ming? Hanno alternato della (a mio avviso) buona informazione con dei commenti, come si usa fare nel giornalismo, quello sano, non condizionato dal pensiero unico che, tristemente, dilaga. Il loro è un blog, certo, non è un giornale con continui aggiornamenti. Peccato.

Questi due mesi

Il bilancio di questi due mesi.

Ho lavorato soprattutto da casa, ma un giornalista che si rispetti non deve lavorare da casa.

E ho letto una decina di libri, gialli per lo più, di autori noti e meno noti. Non stronco mai libri altrui, non mi va. Ma da un giallo io pretendo la credibilità della costruzione. Un giallista deve insomma essere preciso. Arrivo al dunque: Giancarlo De Cataldo lo è, più di altri (noti). Non è l’unico ad essere preciso. Ce ne sono altri, Lucarelli per esempio. Ma De Cataldo a me colpisce in particolare.

E ho anche scritto. Sto scrivendo un nuovo romanzo. Dopo vari tentativi andati a vuoto potrebbe anche essere che io sia sulla buona strada.Le prime righe sono queste.

Sta per arrivare la primavera, ma qui, quando vengo qui, a me della primavera non mi importa, perché a me Orta, il suo lago e la sua isola piacciono nei mesi freddi e silenziosi.

Poi, capitolo coronavirus. Ho perso due amici, sono stato in pena per persone a cui tengo e che lavorano in ospedale, un mio parente si è tolto la vita, credo anche a causa del clima di terrore che abbiamo respirato tutti.

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Ho avuto un’altra perdita, che non c’entra con il coronavirus. Un mese fa il mio gatto è uscito alle tre di notte, com’era solito fare, ma non è rientrato. Stava bene, l’avevo preso nel 2003. L’ho cercato, invano. Mi manca, di notte. Sebbene fosse un maschio gli avevo dato il nome d’arte di un’attrice francese che da ragazzo ho amato. Miou miou.

Da domani per me cambia poco o niente. Mi manca di poter entrare in un bar e prendere un caffè, mi manca di non poter andare a Cortona, ma tant’è. E mi chiedo: cosa ricorderò tra un po’ di tempo di questi due mesi? Miou miou. E quel mio parente. Cosa ricorderemo?

Il lockdown per le scale

Dalla mia bacheca facebook:

Ricordo una casa popolare. La padrona di casa chiamò alcuni giornalisti. Casa infestata da non ricordo quale schfoso parassita, quattro figli (mi pare) tutti assiepati nella sala cucina di pochi metri, con la tv poco distante dal frigo. Problemi vari, di mancanza di lavoro, per la madre, e di salute, per una figlia mi pare. Ho ancora le foto ma non è il caso. Poi ricordo l’umidità, la mancanza di igiene. In questi giorni ho pensato al lockdown e alle scale di quelle case popolari. Ascensore o mancante o guasto o comunque sporco. E le scale, appunto. Strette. Dove la gente si incrocia, in tanti senza mascherina, immagino, per andare a lavorare, dal dottore, a fare la spesa, a gettare l’immondizia, a respirare una boccata d’aria sana. Chiudere i parchi era giusto. Forse. #lororestanoacasa

Prete per vocazione partigiana

Prete per vocazione partigiana. Per lui il 25 aprile era un giorno santo. Don Luisito Bianchi (1927-2012) merita di essere ricordato.

L’ultima volta che presentai un suo libro disse: «Se fossi Papa brucerei il Vaticano affinché rifulga la luce di Cristo». C’erano un po’ di suore in sala. Continuarono ad ascoltare.

Ordinato  sacerdote  nel  1950,  negli  anni  Sessanta,  dopo  un’esperienza  romana  alla  Pastorale  del  lavoro,  si  domandò:  “Cosa  ho  imparato?  Io, veramente, cosa so del lavoro?”. A trent’anni decide così di andare a lavorare in  fabbrica,  alla  Montecatini  di  Spinetta  Marengo  (Alessandria),  esperienza  che  racconterà  nel suo libro “Come un atomo sulla bilancia”.  Rifiuterà, comunque, l’etichetta di prete-operaio. «In fabbrica – spiegava – un prete non serve, perché le virtù teologali, Fede, Speranza e Carità, sono già parte  del  lavoro  duro,  da  operaio.  E se un intellettuale si sente a corto di argomenti – diceva ancora – vada in fabbrica: perché lì il terreno è fertile».

Al centro della sua esistenza e del suo essere prete don Luisito poneva la gratuità.

«Ma cosa credete – diceva – un prete è anche un uomo e non è indifferente alla bellezza della donna: ecco, il mio primo atto come prete, la prima gratuità, fu rinunciare a questo»,

Il suo libro – per molti un capolavoro – fu pubblicato da Sironi nel 2003. Si intitola La messa dell’uomo disarmato. Parla di resistenza e di gratuità. Fu un successo di vendite e di critiche. I proventi del libro li donò alle missioni. A lui che viveva tra Vescovato, suo paese natale,  e  Viboldone,  dove  era  cappellano,  bastavano  i 600  euro  di  pensione,  frutto  dei  contributi  versati  come  operaio,  inserviente, benzinaio, insegnante. Era un mite, ma insieme all’amore per il prossimo insegnava la ribellione.

«Quando Gesù Cristo si è fatto uccidere in croce non l’ha fatto in cambio di uno stipendio… e quando i giovani partigiani andavano a combattere e a morire l’hanno fatto con gratuità…. io non li ho seguiti, non andai a combattere e mi spiace».

Don Luisito non volle mai la “paga” del Sostentamento del clero.

Raccontami una storia

L’ho raccontato e lo racconto ancora. Avevo 39 anni e mi ero rassegnato: tutto quello che scrivevo non mi piaceva. Rileggevo e distruggevo. Una sera presi un bloc notes e pensai: Inutile che scrivi, poi, tanto, non ti piacerà. Arrivò un secondo pensiero, diverso dal solito. Era una richiesta che facevo a me stesso: Raccontami una storia. Mesi dopo, quando rilessi queste righe volli continuare. Quella domanda – raccontami una storia – c’è sempre, solo che spesso la storia non viene.
 
Sa di antico il mio piccolo bar, è sotto i portici, nel cuore di questo paese, proprio vicino alla grande piazza dove si svolgono i comizi, si va al mercato oppure in Municipio, dove gli operai salgono sull’autobus che li porta nella zona industriale e dove la domenica la gente prima va a sentir messa nella maestosa chiesa di Santa Flavia e poi va a comprare i dolci della pasticceria Delrosso.
 
È un bar d’altri tempi, questo, con qualche trasgressione: un televisore, un telefono a gettoni, un biliardo eu n vecchio flipper. Ma il banco è più vecchio di me, i tavoli e le seggiole son tutti di noce. (Il bar delle voci rubate)
Il bar delle voci rubate uscì nel 2002 con il titolo Il quaderno delle voci rubate. La nuova edizione è stata pubblicata da I Buoni cugini editori
Gli occhi della copertina sono tratti da un’opera di Lorena Fosanto

Un mondo nuovo e uno distrutto

Questa cosa qua la scrissi nel 2008, mi pare. Non c’è nessuna previsione di quanto accade oggi.
Le Repubbliche della vita nuova hanno mezzo secolo di vita. Stiamo rinascendo, poco a poco. Poco a poco stiamo ricreando semi incontaminati, un’acqua meno impura, l’aria no: anche nelle nostre Repubbliche, tutte in alta montagna, dobbiamo usare la maschera: le chiamiamo maschere, perché ci mascherano il volto sempre, sono il simbolo della maledizione. Sono speciali, bloccano alcuni veleni, non tutti. Una manciata di secondi d’aria impura significherebbe morte. Qualche vecchio racconta ancora di quando si faceva l’amore senza maschere, guardandosi in faccia, baciandosi, lingua contro lingua, lingua contro denti. I denti li abbiamo persi ormai. I nuovi nati nascono e vivono senza, ormai.
Del resto ci servono a poco, ché non possiamo mai – è vietato dalle nostre Leggi – toglierci le maschere.
Per mangiare usiamo delle cannucce sottilissime, che passano sotto. Il cibo, infatti, è solo liquido: quello solido è leggenda, è passato, è storia, è rabbia contro chi ha avvelenato tutto il pianeta, ridendo.
Mio padre fu uno dei primi a scappare. Fuggirono, derisi da tutti. Ora quelli che non credevano che il progresso non era progresso ma la fine di tutto o sono morti o ci assediano. Vivono nelle colline o in bassa montagna, sono destinati a estinguersi. Se si accoppiano nascono mostri.
Sono le repubbliche degli Esclusi: pagano per non aver capito, o per aver capito troppa tardi.
Il Comitato della mia Repubblica ha scelto me, vent’anni fa.
Le missioni di giustizia.
Siamo i missionari, noi. Sì lo so, una volta significava altro, essere missionario.
Oggi significa trovare i colpevoli, rinchiuderli, processarli.
Sono peggio dei nazisti del processo di Norimberga, quelli che cerchiamo noi.
Sono vecchi, hanno i giorni contati, ma si nascondono: non vogliono arrivare al processo; il processo, certo, si svolge in teleconferenza. Tutti vedono. Ma il Comitati hanno deciso, anche, che i comitati si celebrino come una volta. Con i giudici e una giuria: di bambini.
Ho arrestato ministri, un capo di stato, grandi industriali, scienziati e giornalisti prezzolati. Agenti segreti. Soprattutto all’inizio è stato facile: c’era sempre qualcuno che mi diceva dove scovarli, a volte li trovavo già morti o mezzi morti.
Il difficile, ora, è cercare le seconde linee, colpevoli come i primi.
Il mio compito non è facile: devo arrestarli prima che muoiano.
Prima che muoiano devono sopportare lo sguardo dei nostri bambini.
Sguardi. Sguardi uguali a quelli di quei bambini morti, per colpa loro.
Nelle Repubbliche ne abbiamo portati tanti.
Non crediamo alla nemesi, noi.
Crediamo alla Giustizia. La nostra.

La città è deserta. Vedo le ultime automobili. quando si accorsero che i bimbi nascevano con i polmoni malformati e con una trachea piccola come una cannuccia finalmente si fermarono. Solo auto elettriche. Le altre, piangendo, le distrussero. Ma non tutte: con le più belle fecero dei musei. La grande malattia non era ancora arrivata. Cominciarono a distruggere i ripetitori, cominciarono a spaventarsi dei telefonini, cominciarono a ridurre la plastica quando era troppo tardi, prima della grande malattia.
Che stupida che era l’umanità. Beveva acqua e latte in contenitori di plastica, velenosi, puzzolenti. Non si erano accorsi che anche la plastica, per il troppo calore e per i veleni sospesi nell’aria, si stava deteriorando e stava diventando veleno. Gli Esclusi ci chiesero vetro e ferro e terracotta e legno e juta e tutto ciò che noi avevamo da tempo sostituito perché nelle nostre repubbliche la plastica è bandita. Dal primo giorno. Non fu facile realizzare computer di lega leggera.
La città è deserta, ma sacchetti di plastica incancreniti ogni tanto spuntano, e io e i miei uomini dobbiamo fare attenzione a non restare contaminati.
Ecco la biblioteca. Cerchiamo la carta, la carta.
Quando fondammo le nostre Repubbliche cercammo i colpevoli, usando la rete. Ma anche loro erano bravi, così i loro pirati cancellarono le prove di tante malefatte. Pensavano di farla franca.
Quando scendiamo in missione, noi comunque, cerchiamo la carta. La poca rimasta. Certo, si sbriciola, è gialla, ma a volte resiste. I vecchi codici medievali sono ormai una leggenda: perché oggi sono polvere, solo polvere.
A noi basta un vecchio giornale che ha resistito al tempo per trovare una prova. Servono ai nostri giudici bambini che, con la bombola a ossigeno e occhiali spessi spessi, leggono e si informano prima di giudicare i Grandi Colpevoli.

Non sappiamo se ce la faremo a sopravvivere, ancora.
Non sappiamo, ormai, che mondo è questo.
La sera, quando ci troviamo tutti insieme e tutti insieme leggiamo i ricordi di quando gli uomini e le donne potevano correre liberi sulle spiagge e nei boschi, la sera, dicevo, chiudiamo gli occhi, oppure guardiamo intensamente le stelle, perché ci manca il coraggio di guardarci in faccia.
In faccia portiamo, e i nostri figli la portano, appena nati – siamo costretti a fare così – l’ultima maledizione: una maledetta maschera. Lascerà il nostro volto insieme all’ultimo respiro.

L’Ernesto

Ho ritrovato questo mio pezzo su Ernesto Ragazzoni, pezzo che nel 2007 pubblicai su La Poesia e lo spirito.

Su Ernesto Ragazzoni, nato nel 1870 e morto nel 1920, alcuni titoli emblematici di alcune sue poesie
– Le nostalgie del becco a gas
– Le malinconie e il lamento del povero bigliardo che non vuole essere più verde
– Piccola consolazione offerta alle uova mortificate perché calano di prezzo
– Poesia della rottura di scatole

Forse occorre pensare al contesto, a quegli anni: solo un temerario poteva scrivere

Io non vi parlerò di cose strane
Dirò cose comuni e naturali,
Parlerò solo un poco di puttane
E d’altre cose simili morali:
Parlerò del davanti e del didietro
– Lettor se non ti piace, torna indietro

(da scherzi e frammenti).

Il progresso porta benessere. Il Novecento è il secolo nuovo. Anche per i paesi. Si cambia. Cessi per tutti. Si fa la coda per andarci….

Lodate dunque, culi d’Orta i cieli!
Cularelli innocenti degli asili,
immensi tafanari irti di peli;
culi di tutti i sessi e tutti i stili;
ognuno di voi parli in sua favella,
come le pellegrina rondinella.
(…)
E tu paese mio, Orta, che sogni
tra il lago azzurro e la collina verde,
che, provvido a ogni sorta di bisogni
accogli frati al Monte e in piazza… merde,
esulta, perché il cielo a te propizio
non lasciò mancarti nulla all’orifizio)

(da L’apoteosi dei culi d’Orta)

Allora. Ragazzoni di sicuro, ai suoi contemporanei apparve non solo irriverente, ma anche volgare, credo. Ma era, quella, la volgarità di chi non accetta le regole di un mondo borghese, di salamelecchi, di riti inutili, ridicolo perché predica bene, in modo austero, e razzola male, ma senza che si sappia e che si dica.
Oggi è facile (anzi si fa la gara: tu quanti-cazzi-metti?) scrivere un libro un blog un articolo con certe espressioni
Allora no per niente.

Ma non era solo un giornalista dalla testa calda (a Novara, direttore di un giornale locale, è licenziato per un pezzo contro la burocrazia; a Torino, ogni tanto La Stampa lo licenzia e lo ripiglia) e un alcolizzato (morì di cirrosi a soli 50 anni). Era anche un poeta. E non lo dico io, che di poesia non me ne intendo, ma alcuni insigni critici (come Lorenzo Mondo), abbagliati da certi suoi versi:

è allora che vengono fuori,
e, a un fiume che sanno, in pianelle,
s’avviano giù i bevitori
di stelle per bere le stelle.

Per ovvi motivi personali, mi è particolarmente cara

E’ finita. Il giornale è stampato
la rotativa s’affretta,
me ne vado col bavero alzato,
dietro il fumo della sigaretta.

Morì di cirrosi epatica a 50 anni. Sapeva che il fegato non avrebbe retto

Qui giace Ernesto Ragazzoni d’Orta
d’essere stato vivo non gli importa

(so che qualcosa è stato ristampato; mi han detto che ha vuto grandi estimatori come Vittorio Gassman e Paolo Nori – che cita una sua poesia ne I Diavoli – e tanti altri ancora; ma è ancora tutto da riscoprire credo e mi auguro)

Io resto a casa: fanculo

Ho quattordici anni, mi chiamo Marco, faccio la terza media e gioco a calcio. Sono piccolo e veloce, il mio idolo è Ronaldo (però se divento forte come Chiesa a me va bene lo stesso).
In famiglia siamo in cinque. Papà, che adesso è a casa perché fa l’imbianchino, la mamma, pure lei a casa: fa le pulizie per una cooperativa, ma adesso deve allattare Noemi, la sorellina che è nata due mesi fa.
Poi c’è mio fratello Alberto, che fa la quarta elementare. Lui gioca a basket, ma il suo sport preferito è starmi addosso.
Abbiamo un solo computer, io ho il profilo facebook, ma la mamma mi ci fa stare solo un’ora al giorno, così non posso chattare con i miei compagni di classe e della mia squadra; insomma, mamma vuole che io studi, e, porca zozza, vuole anche che io aiuti mio fratello a fare i compiti. Mamma è triste, dice che non vede l’ora che tutto finisca, papà invece sta zitto, ma è nervoso, non gli si può dire niente. Fuma in continuazione, spalanca la finestra solo quando mamma gli dice che intossica Noemi.
Il mio pallone da calcio è in un armadio nell’ingresso, insieme a quello da basket di Alberto. Il balcone è troppo piccolo, e poi se la palla vola in strada, magari su qualche auto in sosta, son cazzi.
E quindi io resto a casa, tutto il giorno, ma la mia casa ha un piccolo problema: è di cinquanta metri quadri. Anche meno, dice papà. Che fosse di cinquanta metri quadri o anche meno lo so adesso, prima non mi importava. Scuola, oratorio, allenamento. La sera un po’ di facebook o di tv (solo che non abbiamo né Sky né Netflix, siamo in pochi in classe a non averne almeno uno. Io vorrei tanto vedere la partite della Juve, qualche film…).
Mio fratello è una rottura di palle, soprattutto adesso, perché appena la mamma spegne la luce perché è l’ora di dormire, mi assilla di domande, e poi vuole anche abbracciarmi (dormiamo in sala, in un divano letto) perché ha paura.
Certe notti, quando sentivamo che in camera da letto mamma e papà facevano le “loro cose”, Alberto mi chiedeva: Ma che succede Marco? La mamma sta male? Sta bene, sta bene, gli rispondevo. Succedeva un po’ di tempo fa, questo. Ora è diversa anche la notte.
Moriremo tutti? Mi ha chiesto Alberto due giorni fa.
Ma vaffanculo, fammi dormire, gli ho risposto.
Quando Noemi piange e papà ascolta il telegiornale a me viene voglia di scappare. Da quando c’è il coronavirus di notte non riesco a prendere sonno, nemmeno papà ci riesce: dormisse lo sentirei russare. Per me non scopano nemmeno più. Fortuna che Noemi dorme. Rompe le palle tutto il giorno ma di notte dorme.
Papà è l’unico che esce. Va a fare la spesa e a prendere le sue puzzolenti sigarette, io e Alberto, invece, litighiamo per andare a gettare via la spazzatura. Una volta per uno, ha urlato la mamma.
Ieri però papà ci ha detto che dovevamo fare due passi, ma non insieme: prima io e papà e poi Alberto e papà.
Io sono stato fortunato, non ci ha visti nessuno, ma papà e Alberto sono stati fermati dai vigili, che prima gli hanno chiesto dove abitavano e poi gli han fatto una ramanzina, dicendogli che non devono uscire senza un motivo grave; ma mentre i vigili parlavano, da un balcone una signora e poi un’altra ancora si sono messe a urlare, dicendo che papà e Alberto dovevano essere multati e dovevano vergognarsi. Alberto si è spaventato, mamma si è messa a piangere quando papà lo ha raccontato, piange per niente mamma. Non credo che papà ci porterà ancora in giro.
Io resto a casa. Fanculo.

Il dolore più grande (parlando alla finestra)

Parlare da una finestra all’altra. Non dico diventare amici, ma simpatizzare, sì, simpatizzare, provare simpatia l’uno per l’altra è il termine giusto, credo.
Lei, Paola, non c’è più. Faceva l’infermiera in oncologia. Io facevo il giornalista (dirigevo il giornale di Vercelli, La Sesia).

E succedeva spesso, specie nella bella stagione, che fumassimo insieme, lei una sigaretta io il sigaro, a distanza. Io spalancando la finestra, lei seduta per terra, sul suo balcone.
Era una bella donna, era sempre allegra, era anche un po’ pazza.
Parlava poco del suo lavoro, lo capivo. Preferiva scherzare, parlare di cani.

L’ultima volta, però, volle parlarmi del suo lavoro (fu l’ultima perché poi lasciai il giornale).

Mi raccontò una storia di un grande, immenso dolore, una storia che poi, modificata, è diventata la pagina di un mio libro (La Notte del santo).

Risento Paola che mi racconta: “C’è una giovane donna ricoverata, le manca poco. È disperata perché ha solo una figlia e non sa cosa ne sarà di sua figlia quando lei morirà. La bambina viene a trovarla con lo zaino, si abbracciano, e io mi sento così impotente…”

La storia del dolore più grande la sentii alla finestra, da Paola. Era una giornata primaverile, ancora fredda ma con un po’ di sole, come oggi.

Quelli che non possono dire Andrà tutto bene, o Io resto a casa

Il dato preoccupante: il Covid colpirà tra il 60 e il 70 per cento della popolazione italiana.
Il dato consolatorio: l’80 per cento di questo 60 per cento sarà o asintomatico e avrà un’influenza che andrà via con un po’ di febbre (che è una sorta di automedicazione) e un po’ di riposo.
Il dato estremamente preoccupante: per il 20 per cento che invece avrà problemi respiratori non ci sono abbastanza posti letto e posti nelle rianimazioni, complice una politica che dagli anni 80 a oggi ha favorito il privato a scapito del pubblico.

Dal momento che la risposta della sanità pubblica è insufficiente (in alcuni casi scandalosa: tamponi a politici e calciatori, ma non a medici e infermieri in prima linea) ognuno di noi dovrà cercare di fare in modo di non essere un portatore di virus.
Anche la “normale” influenza miete vittime, complicanze comprese si parla di 8mila morti all’anno. La grande differenza sta – purtroppo – nella facilità con cui il Covid-19 si diffonde.

Non mi piacciono i due slogan (diciamo che sono sempre stato un po’ allergico a tutti gli slogan) che sono invece adottati da tantissimi, e da tanti amici cari che ho. Spiego il perché.
Andrà tutto bene è un’affermazione che trova il tempo che trova. Certo, a mio figlio di 10 anni e a mio padre di 92 anni lo dico anche io, ma non dimentichiamoci che per qualcuno – e non giochiamo per favore con i numeri – il Covid 19 è stato letale. Ai familiari di anziani deceduti per complicanze varie, la formula Andrà tutto bene non può sonare che come una beffa. Ma dov’è finito un altro slogan, un’altra frase fatta, spesso abusata da tanta sinistra, da tanti preti e da tanti giornali che dice che siamo dalla parte dei più deboli?

E poi c’è la catastrofe economica che colpisce precari, partite iva eccetera. Che colpirà il turismo. Altroché le alghe della riviera adriatica. (E da scrittore non posso che pensare alle librerie chiuse per la felicità di Amazon e da giornalista preferisco non pensare alla crisi che si abbatterà su testate on line e cartacee, perché il mercato della pubblicità sicuramente calerà).

Anche la formula Io resto a casa trova il tempo che trova. È giusto restare a casa, ma fare le prediche no. Io resto a casa ma voglio – anzi pretendo – che tu infermiere, tu medico, tu cassiera del supermercato, tu poliziotto, tu postino, tu addetto a pulire le strade non rimanga a casa.
E poi c’è il capitolo delle fabbriche: migliaia di operai che magari vorrebbero stare a casa ma non possono, e magari lavorano gomito a gomito senza le dovute precauzioni.
Insomma, a chi vuole infrangere le regole perché se ne fotte del prossimo la formuletta Io restoa  a casa fa meno di un baffo. E non va bene perché tanti vorrebbero stare a casa (così da non contagiare i propri familiari) ma non possono.

È chiaro che i comportamenti scellerati vanno combattuti. Gli assembramenti alla cazzo sono da evitare, e certo. Ma dare del cafone a un cafone non è mai servito a nulla. Meglio una campagna informativa seria, che per fortuna alcune testate (Il sole 24 ore per esempio) e alcuni singoli nei social fanno. Basta poco: una fotografia mentre si legge, o si gioca con un bimbo, o si racconta del tempi impiegato per riparare, risistemare, rivedere, ripensare anche… Pensare anche ad altro: perché farsi prendere dal panico non fa bene al nostro sistema immunitario (e quindi va bene anche un po’ di ironia, perché l’ironia ha sempre convissuto con altri momenti drammatici. Ogni giorno qualcuno nasce e qualcuno muore, qualcuno sorride qualcuno urla e piange, no? E’ la storia di sempre).

E poi ci sono gli interrogativi, che tutti noi ci poniamo. Su quanto durerà, sulle misure che dovranno essere comunque prese perché pare assodato che il virus tornerà – magari meno aggressivo, si spera – in autunno. Vedremo. Un consiglio: ascoltate tutti ma non sposate nessuna tesi. Nessun predicatore. Il Coronavirus ci ha insegnato che i predicatori, i venditori di certezze sono incerti e confusi pure loro. Però predicano. Ascoltiamo i più seri, che solitamente sono quelli che non hanno certezze. Per poi interrogarsi e continuare ad aggiornarsi, sempre. Ma pensate anche ad altro, se potete.