Pubblicato da: remo | 24 agosto 2018

Un sogno di 10 anni fa, circa: E Luciana?

Questa cosa l’ho scritta una decina d’anni fa, in questo blog. L’ho riletta e ho deciso di postarla perché c’è mia madre, dentro. Buon agosto a tutti.

Ho cambiato bar, ieri mattina.
«Desidera?»
«Un caffè ristretto, grazie.»
Poso un euro, in attesa del caffè, e mi giro verso i clienti, ai tavolini; ci sono sei sette persone, ma conosco nessuno penso, del resto, penso ancora, questo è un bar nuovo.
Mi ri-giro, e il caffè è servito.
Appena porto la tazzina alle labbra mi sento sfiorare da qualcuno, sulla spalla.
Qualcuno che, appena mi volto, mi dice: «E Luciana?»
A questo punto il… sogno è finito.
Era un sogno. Solo un sogno.

Il bar esiste. Io pure, ho il sospetto di esistere.
Di chi sia la voce che ha pronunciato “E Luciana?” non lo so.
Nei sogni a me capita spesso di vedere persone senza volto, oppure di ricordare un volto che sembra una foto terribilmente sfuocata.
E Luciana?
Esiste?
Quante ne conosco?
Nemmeno una, ho pensato ieri mentre andavo a lavorare.
Devo dire la verità: durante il giorno non è che ci ho pensato molto.
Prima di arrivare in redazione ho incontrato un avvocato (che non è il mio), poi, a parte due telefonate a due amiche, una che sta in Romagna e una che sta invece nella mia città, non ho fatto altro che lavorare, rispondere al telefono, rispondere alla posta elettronica, il mio solito giorno di lavoro, insomma, che inizia un po’ prima delle 11 di mattina e termina verso le 23 tra menabò, riunioni, titoli da passare.

E Luciana?, mi sto domandando ora, da un po’, che è notte fonda e il cane e il gatto, stranamente, stanotte dormono e non fanno avanti indietro dal giardino scambiandomi per il loro portinaio.
Forse so chi è Luciana.
C’è una Luciana nella mia vita, e forse è anche la donna più importante della mia vita.
C’è un ma:
ma io, questa Luciana, non l’ho mai vista.

Era duro il lavoro nei campi per i mezzadri. Una giovane copia, Franco e Nella, lavorano in podere con viti, ulivi, grano. Si sono appena sposati.
E’ il 1955.
Nella resta incinta. Ma lavora anche. Ha trent’anni, è da quando aveva sei anni che porta al pascolo maiali o pecore. Ed è una donna forte: sa sollevare da terra una balla di grano da un quintale e se la porta sulle spalle.
Roba da uomini: forti.
E’ incinta, certo, e un po’ si riguarda, ma deve comunque lavorare.
Non mangi se non lavori, quando sei a mezzadria.
Sotto il sole o la pioggia. C’è abituata, lei.
Una sera, però, si sente male. Franco corre, chiama il dottore che arriva, visita Nella e le fa una visita ginecologica, perché vede che ha perso sangue.
No, non ha perso sangue: ha perso la bambina.
La chiamarono Luciana, nata morta (e prematura: doveva venire al mondo a gennaio, credo, del 1956).
Era l’autunno del 1955 quando sotterrarono il corpicino di Luciana nel cimitero di Sant’Angelo vicino a Cortona.
Un anno dopo, settembre 1956, sono nato io.
Per caso.
Certo tutti nasciamo per un caso. Un incontro tra due persone.
L’incontro casuale delle due persone che mi hanno messo al mondo avvenne perché Luciana lo consentì, morendo prima del tempo.
Nasciamo tutti per caso.
Io per un caso, come tutti, e per Luciana.

 

 

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Pubblicato da: remo | 15 maggio 2018

La notte del santo su letteratidudine

Era il 2007 quando pubblicai La donna che parlava con i morti, Newton Compton. Dopo le prime 4000 copie ci fu una ristampa di 1500, e intanto scrivevo quello che ancora oggi ritengo sia il mio libro più sofferto e bello, Bastardo posto (che doveva uscire con la Newton, ma poi fu pubblicato da Luigi Bernardi, Perdisa Pop insomma).
L’anno prima il mio Lo scommettitore (Fernandel) era stato libro del mese di Fahrenheit a luglio e, anche, finalista del libro dell’anno Fahrenheit (solo che non andai a Roma, alla trasmissione conclusiva. Vinse Saviano, comunque).

Resto al 2007.
Postavo tutti i giorni in questo blog. Fu appunto nel 2007 che conobbi Massimo Maugeri che mi ospitò sul suo blog.

Undici anni dopo Massimo Maugeri (reduce dal Salone dove ha presentato il libro “Cetti Curfino”, La nave di Teseo) mi ha usato ancora la gentilezza di allora, con questo post sul mio ultimo libro:
https://letteratitudinenews.wordpress.com/2018/05/15/la-notte-del-santo-di-remo-bassini-incontro-con-lautore/

Pubblicato da: remo | 5 maggio 2018

Un articolo importante, una petizione

Sul blog-giornale Infovercelli ho scritto un articolo, importante. Leggete, e se vi va inviate una mail a petizione24@gmail.com
grazie

Da Firenze è partita una raccolta firme indirizzata alla Sacal di Carisio per il reintegro di Alex Villarboito, licenziato per aver rilasciato dichiarazioni non gradie all’azienda sulla sicurezza del lavoro.

La petizione – di Marco Buzzoni, di Firenze – potete leggerla QUI.

La vicenda di Alex Villarboito è riassunta QUI.

Poiché la libertà di parola è un diritto che è caro a chi fa informazione, d’accordo con i promotori della raccolta ci siamo resi disponibili a raccogliere firme anche noi, su Infovercelli24, da indirizzare alla Sacal affinché ritiri il provvedimento. Le adesioni (che verranno pubblicate) vanno inviate a: petizione24@gmail.com

Va specificato il nome e la mansione (operaio, casalinga, giornalista eccetera) e la località di residenza. Grazie

Pubblicato da: remo | 20 aprile 2018

E quindi?

Uno.
Annotazione, e magari mi aiutate a capire. Se scrivo non dico come una volta, ai tempi d’oro dei blog, ma come ho fatto un paio di mesi fa, il contatore mi dice che mi leggono 40 persone, 50 quando è festa.
Se non scrivo, e lascio il blog senza posto, dai 100 ai 150. Magari ho un contatore malandrino.

Due.
Domenica scorsa ho presentato il mio ultimo libro, La notte del santo, in un paese del circondario, a un quarto d’ora da Vercelli. Una quindicina di persone, 8 libri venduti. Alla fine tè e pasticcini. Hanno un fascino tutto particolare le presentazioni nei paesi piccoli.

Tre.
Ho iniziato a scrivere, non una ma più volte, un nuovo romanzo. Ne ho iniziato uno catastrifico-ambientale (ma devo studiarci su, parecchio anche), ne ho iniziati quattro, cinque, forse sei con due protagonisti di due miei libri: Pietro Dallavita (sostituto commissario de La Notte del santo) e Anna Antichi (La donna che parlava con i morti e Vegan, le città di dio). Scrivo per ore, facendo le ore piccole piccole ma tanto piccole, al punto di dormire tre ore e mezza in una notte (ma quando scrivo un libro è così, da sempre; da quando scrissi la tesi di laurea su Achille Giovanni Cagna). Poi però la voglia di andare avanti e di rileggere non c’è mai. Mai. C’è piuttosto una voce che mi dice: Bene, stai per scrivere il tuo tredicesimo libro? E quindi?
Mi sa che non sono giorni, questi, per scrivere. Da un anno è così, Dall’editing de La notte del santo. Ho un po’ paura e un po’ no di non avere più voglia di scrivere, eppure lo vorrei. Ma so che poi arriverebbe una domanda: e quindi?

Penso spesso a un uomo, che incontrai alla presentazione del mio libro Dicono di Clelia. Avrà avuto settant’anni, portati benissimo (mica come me): non fumava, andava a correre tutti i giorni. Alla fine della presentazione mi disse: Non so cosa darei per scrivere un libro.

Però ci sono stati giorni in cui la scrittura è stata una compagna fedele. Mi ha salvato dalle mie depressioni, dai miei fantasmi. Mi ha fatto vivere meglio. Vorrei incontrarli ancora quei giorni.

Pubblicato da: remo | 12 marzo 2018

Son soddisfazioni

Son soddisfazioni queste (nella prima parte del post)

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/03/12/quattro-mezze-cartelle-18-la-vanita-dellodio/4213500/

Pubblicato da: remo | 9 febbraio 2018

Posso accarezzarle la mano, dottoressa?

Una storia vera, questa. Può darsi che io sia impreciso, perché di anni ne son passati, ma l’essenza dell’accaduto dovrebbe essermi rimasta impressa.

Una deconda di anni fa. Una studentessa di medicina sta facendo il giro del reparto di xxx insieme ai suoi compagni e al primario, nonché docente.
La studentessa si sente osservata da una ricoverata, molto anziana. La ragazzina le sorride, si avvicina anche. La donna molto anziana le fa: Posso accarezzarle la mano dottoressa?
“Non lo sono ancora” dice, e prima di lasciare il reparto parla col primario. “Quella vecchietta – le dice – sta molto meglio, diciamo che ha un’altra brutta malattia: è sola e non ha nessuno. Avrei già dovuto dimetterla, ma sta bene qui…”.
Onore al primario docente, e al suo cuore, dunque.
La ragazzina, il giorno dopo, invece di seguire altre lezioni decide di passare la sua giornata insieme alla vecchietta. Fu una bella giornata, per lei.
Aveva un bel ricordo la ragazzina,e pensò di condividerlo con alcuni suio compagni. E fece male. Uno di loro, figlio di un medico, la sgridò, le disse che aveva fatto una cazzata da libro cuore, che doveva imparare a tenere la giusta distanza dai pazienti.
Pensò seriamente di abbandonare Medicina, la ragazza. In effetti andò in crisi, anche per altro, e smise di frequentare. Poi, dopo una pausa, riprese. Oggi è un medico, ho perso le sue tracce. Ma sono sicuro, cento volte sicuro: è un bravo medico.

 

 

Pubblicato da: remo | 2 gennaio 2018

Venerdì 12 a Torino: presento La notte del santo

Venerdì 12, alle ore 18,30, sono a Torino alla Libreria Trebisonda, via Sant’Anselmo 22; insieme a Mario Bianco presento il mio ultimo libro (pubblicato), la Notte del santo, Time crime (Fanucci).

Ha scritto Mario Bianco: Tratteremo, discorreremo, ci dilungheremo in maniera abnorme, sul suo ultimo romanzo La notte del santo, un’inchiesta su alcune morti violente, relativi cadaveri rinvenuti in Torino.
Potrebbe essere un noir ma io sono scettico su questa dizione ch’è sovente ambigua, forse è un polar, perché c’è polizia, c’è un commissario, un ispettore, un curiosissimo investigatore privato da pochi spiccioli che, da solo, meriterebbe un bel romanzo.

 

Pubblicato da: remo | 24 dicembre 2017

E buon Natale 1917

Buon Natale, che per me è una bella festa, perché per il bambino povero che sono stato i momenti belli erano due: Natale e quando finiva la scuola.
A Natale mi facevo regalare libri. Il primo fu Il Gatto con gli stavali, che lessi sotto le coperte perché avevo la febbre. A Natale poi la mamma era più buona: mi dava solo sculacciate perché rubavo i babbinatale di cioccolata appesi all’albero.
Buon Natale a tutti dunque, a mia mamma, che stasera mi guarderà e ci guarderà dal suo mondo lontano: ha perso la cognizione del tempo, ci riconosce ogni tanto e, ogni tanto, sorride.
E buon Natale ai bambini, gli stiamo lasciando in eredità un mondo punto bello, di veleni e di odio.
E buon Natale, ma che sia veramente buono, a chi legge i miei libri: buon Natale con gratitudine (vedrete, vi porterò fortuna).
E buon Natale a chi conosco e a chi non conosco, che passa di qua.
E poi buon Natale alle persone sincere, le mie preferite.

Pubblicato da: remo | 20 dicembre 2017

sbadatissimo me

Vado a trovare i miei vecchi, come tutte le sere. Vado col cane, porto appresso un libro (a volte mia madre s’addormenta mentre mio padre cucina), la pipa e il tabacco. Il tabacco, però stasera lo avevo dimenticato. Di corsa sono tornato a casa con tanta voglia di farmi una pipata. Arrivato a casa mi accorgo di aver dimenticato la pipa dai miei vecchi. Ne ho altre, certo, ma quella è la mia preferita.

Il meglio di me lo do quando cerco gli occhiali che ho già, o quando scendo dall’auto ma sono bloccato dalla cintura che non ho sganciato.
Sono sempre stato così sbadato. Poi. Non ho il minimo senso dell’orientamento, mi perdo come si perdono i bambini. Da sempre.

Dimentico sempre gli ombrelli, perdo le biro, lascio in giro i miei accendini e metto in tasca quelli degli altri. A volte, quando sono solo, entro in un locale, consumo, poi mi dirigo verso l’uscita, dove però mi fermo: ci risiamo, mi dico, dimenticavo di pagare.

Una volta andai a prelevare col bancomat. Feci tutto per bene, meno una cosa: non ritirai le banconote. Fortuna che il bancomat le “inghiotte” se non le prendi, fortuna che nessuno passò di lì… mi pare fossero 500mila lire.

Sbadato perché sempre con la testa altrove. Tre giorni fa, guidando, imbocco una strada, a venti metri da casa mia. La percorro, ma a un certo punto vedo tre auto che mi vengono incontro, e la carreggiata può ospitare un solo veicolo. Capisco di essere contromano, succede a qualche turista, ogni tanto. Io però vivo a venti metri di distanza da questa strada.

Mi sta bene tutto, va bene così, ma se guardo la mia scrivania, che una volta ogni tre mesi riordino, mi viene male, ché sembra una discarica.

Unica nota positiva: ritrovo spesso qualcosa che credevo perso.

I libri no, erano un’eccezione. Ordinati per autori, fino a un certo periodo della mia vita sapevo dove trovare un Flaubert o un libro di un autore moderno. Poi sono aumentati, così li ho disseminati per la casa, in libreria c’è la doppia fila e, c’è, un casino indescrivibile. Nemmeno i libri si salvano.

Pubblicato da: remo | 15 dicembre 2017

Il capodanno che non si dimentica

Il capodanno che non dimentichi. E’ il 2002, io e Francesca siamo a Cortona per qualche giorno ma, a Capodanno, andiamo in giro senza meta, in Umbria. Finiamo a Gubbio, dove ammiriamo i presepi per strada, riusciamo anche a trovare un locale dove non fanno il cenone. Mangiamo un boccone e verso le 23 e qualcosa si riparte. Non c’è anima viva in strada.
Quando mancano una decina a mezzanotte siamo in località Santangelo, dove ho vissuto i miei primi due anni di vita col babbo e la mamma (e poi sarà Vercelli).
Vediamo un bar, decidiamo di entrare per un brindisi all’anno nuovo che sta per arrivare. guardando la televisione con degli sconosciuti. Solo qualche minuto.
Entriamo.

Dentro c’è gente che gioca a carte. In quattro tavoli. Scopone all’asse, e bicchieri di vino. La televisione è spenta, e i due titolari, marito e moglie, non hanno la minima intenzione di accenderla o festeggiare, si capisce benissimo. Hanno risposto al nostro saluto, sì, ma senza entusiasmo.

Ordiniamo un caffè, aspettiamo mezzanotte, ma nessuno ci fa caso, nessuno brinda. Si gioca a carte lì, bevendo vino. Ci guardano, anche un po’ di traverso. Passatata la mezzanotte usciamo. Ci son fuochi d’artificio, in lontananza, il capodanno impazza, insomma. Già.

Pubblicato da: remo | 12 dicembre 2017

Ogni protagonista è descritto per ciò che è, brutalmente

Mi sono fatto questa idea.
Più o meno inconsciamente, il lettore di un libro cerca la complicità con il protagonista della storia che sta leggendo. Se gli va a genio, se trova affinità allora il libro piace, altrimenti no.
Ad eccezione del protagonista del mio primo libro-non libro (Il quaderno delle voci riubate non è stato distribuito, ma regalato agli abbonati del bisettimanale La Sesia nel 2002), i protagonisti dei miei libri non piacciono. Vado oltre: a volte non piaccione nemmeno a me. Ma se Anna Antichi (ne La donna che parlava con i morti) è sboccata, antipatica e aggressiva c’è un motivo: il suo malessere, il suo sentirsi male, il senso di colpa che le pesa dentro.
Anche il protagonista de La notte del santo, il sostituto commissario Pietro Dallavita, ha le sue imperfezioni e alcuni suoi lati del carattere non piacciono nemmeno a me.
Ma ho deciso di scrivere così da tanto tempo.

In questo romanzo non c’è spazio per gli eroi, ogni protagonista è descritto per ciò che è, brutalmente, senza sconti, in un affresco di una nazione che sempre più si allontana dall’immagine patinata del Bel Paese,
scrive Cinzia Ciarmatori, in
questa recensione
de La Notte del santo.

 

 

http://www.dasapere.it/2017/12/12/la-notte-del-santo-remo-bassini-libreria/

Pubblicato da: remo | 11 dicembre 2017

Nel bosco

C’era ancora luce e, ma non ne era proprio certo, il piccolo sentiero che lo avrebbe riportato fuori dal bosco ancora s’intravvedeva, laggù sulla destra. Doveva affrettarsi, avrebbe dovuto, e invece si sedette. Ci pensò ma al tempo stesso non voleva pensarci che se non si affrettava sarebbero arrivati il buio, il freddo e la fame. Sorrise pensando al suo portafoglio, ché in un bosco non servono banconote.
La voce che gli diceva di sbrigarsi era incazzata con lui, me tenue, lontana. Ridicola.
Preferì aspettare. Sorrise, quando vide le sue braccia conserte, perché il primo brivido era arrivato.
Si abbottonò l’ultimo bottone della camicia bianca, poi guardò verso la direzione del sentiero, ma era buio ormai. Alzò gli occhi, non c’erano stelle. Ma lo sapeva, mancavano da tempo.

Pubblicato da: remo | 4 dicembre 2017

Presento libri ma sono a disagio

Ne ho fatte di presentazioni dei miei libri, e conservo tanti ricordi belli (di quelle di Sermide, di Martina Franca, di Bologna, di Cortona…) ma sta di fatto che io, quando si tratta soprattutto di presentare libri miei, sono a disagio.

Parlo, ma cerco di andare fuori tema, di allontanarmi, cioè, dal parlare bene del mio libro, ché in fondo quando si presenta un libro si deve fare essenzialmente questo: parlare così bene del proprio libro da convincere i presenti ad acquistarlo e magari, poi, a farne parola con gli altri.

Per adesso ho presentato solo due volte l’ultimo mio libro, La notte del Santo. A Vercelli e poi in un rione di Vercelli (che si chiama Isola) dove però ho parlato (e per fortuna) anche d’altro. Di Primo Levi, dell’editoria a pagamento, della prima sigaretta che fumai proprio in quel rione, delle botte di fortuna che ho avuto io, in campo editoriale, e delle jatture, anche.

A volte è successo che io sia andato a presentare un mio libro nel posto X senza avvisare nessuno, lasciando che fossero le locandine (e magari l’evento creato su facebook) a fare. Nemmeno ai parenti dico che il tal giorno presento il mio libro.

Non sono un buon venditore dei miei prodotti, insomma.

A Bologna una volta feci così: un’ora di corso sulla scrittura – metto insieme le mie esperienze personali e tutto quello che so degli insegnamenti di Pontiggia – e un’ora di presentazione di un mio libro. Può darsi che riproponga questa formula, se mi capita.

Pubblicato da: remo | 27 novembre 2017

Ponto, ponto

Nella pancia di questo blog ci sono 140 bozze, roba non pubblicata, insomma.
Questa è del 2012.

 

Stamattina.
Sto camminando per strada, insieme a Federico Libero. Che mi fa penare. Dammi la manina: No. Dammela. No. E mi fa cenno che vuol venire in braccio. Bene, lo prendo in braccio, ride, e cerca di rubarmi gli occhiali. Lo rimetto giù. Manina: No.
E avanti così.
A un tratto, però, cede: e mi dà la manina. E io ho voglia di fumare. Caricare la pipa non è facile opto per mezzo toscano.
L’accendo.
Squilla il telefono, non sento nulla.
Pronto, pronto? (E Federico Libero: ponto, ponto).
A un certo punto sento una voce, mai sentita. Mi dice: Abbiamo avuto il suo numero dall’ufficio stampa di Perdisa ha tempo per una breve intervista su Vicolo del precipizio?
Veramente sono per strada col bambino, dico.
Possiamo provare lo stesso?
Quanto durerà?, domando.
Tre minuti.
Parte l’intervista. E Federico Libero mi fa cenno che vuol essere preso in braccio.
Ci parli di questo libro, iniziamo dal titolo.
Vicolo del precipizio esiste davvero, dico, e vado avanti, col sigaro sul lato estremo de labbro a sinistra e Federico Libero in braccio, a destra.
Stranamente fa il bravo.
Mentre sto parlando, però, si avvicina al telefono e dice: Ponto, ponto, ponto.
Non ho fatto in tempo a sentire il nome della radio, alla fine.

Pubblicato da: remo | 23 novembre 2017

Maltrattamenti

Ci sono notizie di cronaca che fanno più male. I maltrattamenti di Vercelli, oggi, fanno male a tutta una città.
Fino a due anni fa, io, ci portavo mio figlio, nella scuola dei maltrattamenti.
http://www.infovercelli24.it/2017/11/23/leggi-notizia/argomenti/cronaca-10/articolo/maestre-arrestate-il-comunicato-della-questura-e-il-video.html

 

Facevo terza elementare, e i maestri che alzavano le mani non facevano notizia. Un giorno il maestro disse che aveva bisogno di una bacchetta di legno per punire chi non gli dava retta. Il giorno dopo un mio compagno, si chiamava Guido, ne portò una e gliela donò. Poi, appena raggiunto il banco disse qualcosa al suo compagno di banco, risero. Guido, vieni un po’ qua, disse il maestro. Guido non capì, io sì, invece, immaginai cosa sarebbe successo: il primo che pianse per una bacchettata sul dorso della mano fu proprio lui, Guido.

E’ proprio il caso di dire “altri tempi”.
Però le immagini viste oggi fanno male. Ho visto una mamma piangere. Non sapeva, non immaginava.

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