La prima recensione in assoluto che è stata scritta su Vegan. Le città di dio, porta la firma di Isabella Moroni che giovedì, alle 18 a Roma, libreria Cultora, mi presenterà.
Ecco il link che rimanda all’articolo.

vegAn le città di dio. Un romanzo coraggioso di Remo Bassini

Secondo recensione è apparsa sulla Stama (edizione di Vercelli) ed è firmata da Gloria Pozzo.
Ecco il ritaglio del giornale

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C’era una volta una diciottenne sveglia, carina, alla buona e cocciuta. Voleva
fare la giornalista.
– Ti prego, fammi felice, diventerò brava sai?
Partiva male la ragazza, dandogli del tu senza autorizzazione. Ma aveva un
sorriso così dolce, che era impossibile per Sovesci non perdonarla. Non
ascoltarla.
– Prima prendi il diploma e poi ne riparliamo, oppure senti, potresti venire
quest’estate a fare uno stage.
– Posso prendere il diploma e intanto tu mi insegni a fare la giornalista.
– Io non ho tempo, qui nessuno ha tempo.
– Lunedì mattina ho visto che eri rintanato in un bar, sei stato lì due ore a
leggere giornali e libri.
– Prego? Mi hai pedinato?
Faccino pulito e pieno di lentiggini, due occhi neri e vispi tra i capelli riccioli e
spettinati, Caterina divenne una collaboratrice e una compagnia nelle
mattinate in cui il giornale non usciva. Lo tempestava di domande, solo e
soltanto sul giornalismo.
– Vuoi imparare a fare anche i titoli? Guarda che sono più importanti di un
articolo, la gente guarda il titolo, poi le foto, poi, se va bene, inizia a leggere. E
poi ti svelo un segreto. Sai come si fa a capire se un giornalista ha le idee
chiare su un articolo che deve scrivere? Basta chiedergli, che titolo faresti? Se
ne ipotizza due o tre, ha le idee abbastanza chiare, se invece cincischia
significa che è confuso.
– Però i titoli non li fanno i tuoi giornalisti, i titoli li fai tu, dico bene? Quand’è
che mi farai stare in redazione a vedere come si chiude un giornale?
– Mah, vediamo.
Della ragazza, a Sovesci piaceva tutto. Il modo bizzarro di vestire, i suoi occhi,
la sua voglia di vivere, di gustare le piccole cose, una mela, un fiore, un sorriso
al cielo di giugno o alla pioggia. Da un punto di vista professionale aveva dei
numeri. Il piglio giusto c’era, la giusta visione del lavoro anche. I ragazzi che bussavano alla porta di Sovesci e si proponevano per collaborare, nove volte su
dieci chiedevano di scrivere recensioni cinematografiche, pezzi di cultura,
insomma puntavano subito in alto.
– Mi piacerebbe raccontare le piccole storie della città, però ho bisogno di un
maestro -, gli aveva detto, incantandolo.
Direttore da due anni, la tegola del tradimento e della separazione di Simona
alcuni mesi dopo la nomina, la solitudine che contrastava lavorando, anche di
notte. Una volta, i suoi redattori, entrando per la riunione di redazione
l’avevano sorpreso a russare.
La ragazzina fece breccia nel cuore di Sovesci e non solo nel cuore.
Un lunedì, c’erano solo loro in redazione, ebbe paura, sentendosi attratto da lei.
Andò in bagno, si masturbò, si guardò allo specchio disprezzandosi. Quando
tornò, Caterina pensò che non stesse bene.
– Hai vomitato?
In un certo senso sì, pensò, con un mezzo sorriso.
– Andiamo, che sono stanco.
Dal giorno dopo, divenne freddo, cominciò a evitarla, inventando scuse.

Ma a Caterina non mancava certo l’arte dell’insistenza.
– Ludo, mi dici se e quando il capo è libero? Devo parlargli.
– Glielo dirò, oggi comunque non riceve nessuno, sai com’è fatto.
– Sì lo so, ma potrebbe almeno degnarsi di rispondere alle mie mail.
– Caterina, certe volte non risponde nemmeno alle mie.
– No Ludo, non bluffare, si vanta sempre di rispondere a tutti.
Sovesci se la ritrovò una notte, rincasando, dopo una chiusura, sotto casa.
– Mi spieghi perché ce l’hai con me? Cosa ti ho fatto? Fammi entrare.
Non sorrideva. Labbra sottili, adirate.
– Caterina, vai a casa. Ci vediamo al giornale.
– No, sbagliato, NON ci vediamo più al giornale perché scappi via, quando mi
vedi. Fammi salire, noi due dobbiamo scopare, mi hai capito? Sco-pa-re…
Avrebbe voluto, lui. Chissenefrega se ho cent’anni di più, e chissenefrega di uno
scandalo, del giornale, di tutto, mi piaci da morire, ti sogno di notte, ti sogno
mentre lavoro e ti desidero. E sto bene solo quando sei con me.
– Caterina, ho sonno, per favore non complichiamoci la vita che è già
complicata di suo.
Si rividero qualche volta al giornale, di sfuggita. Lui aveva dato disposizione a
Ludovica di starle dietro, assegnarle dei servizi importanti. Ma era dura
svegliarsi al mattino e pensare che sarebbe stata una giornata senza di lei. Da
un lato voleva allontanarla, dall’altro sognava una vita con lei. Che bello
telefonare a Simona e dirle: Ho una compagna giovane, lavorava con me, puoi
smettere di compatirmi, di sentirti in colpa.
Quando i bollori, almeno un po’, si placarono, ricominciò a riceverla durante il
lavoro, a parlarle. Di lavoro. Caterina, che dopo il diploma di maturità
scientifica, ottenuto a fatica, aveva deciso di non iscriversi all’università, un
giorno gli scrisse una mail, chiedendogli se c’erano speranze per una sua
possibile assunzione.
Rispose subito, senza incertezze, Sovesci.
Non ti posso promettere nulla, quindi non farti illusioni, ma sappi solo che se
avessi la possibilità di rinforzare la redazione tu, tra tutti i candidati che ci
sono, sei al primo posto.
Era la prediletta, insomma. Aveva perfino imparato a usare rigorosamente il
“lei” con le persone che contattava per un’intervista, un’informazione. – Se dai
confidenza, sei fottuto, perdi di autorevolezza –: l’insegnamento, che Magellani aveva impartito a Sovesci, si concretava ora in Caterina. Sorridente alla vita ma
seria e scrupolosa nella professione. Era una semplice collaboratrice pagata a
pezzo, ma Sovesci fece in modo che si distinguesse, al punto che le firme di
prestigio del giornale per un po’ di tempo furono due: quella di Lavinia Tetti e
quella, appunto, di Caterina Tacchi. (Quella di Sovesci appariva come sigla nelle
risposte alle lettere e, ogni tanto, in qualche breve pezzo di fondo).
Finché il capitolo Caterina si interruppe…

Pubblicato da: remo | 31 marzo 2016

Se il vento fosse una donna io ci farei l’amore

Su Babette Brown un’intervista di Amneris Di Cesare a me

Remo Bassini: Se il vento fosse una donna io ci farei l’amore

Pubblicato da: remo | 2 marzo 2016

Pesticidi, il primo passo di una lunga battaglia

Sui pesticidi usati e abusati in agricoltura:

http://www.infovercelli24.it/2016/02/27/leggi-notizia/argomenti/politica-10/articolo/pesticidi-banditi-dalla-citta.html

Pubblicato da: remo | 17 febbraio 2016

Un altro capitolo

Sette anni di fabbrica, dopo il diploma di perito agrario.
Studente lavoratore (dal sesto anno di fabbrica).
Disoccupato per circa un anno.
Portiere di notte in un albergo, per due anni e mezzo.
Poi giornalista, per 28 anni (9 da direttore del bisettimanale La Sesia).
Adesso (dal 16 febbraio), assessore all’ambiente del Comune di Vercelli.
Scrittore, sempre.

Pubblicato da: remo | 9 febbraio 2016

Ricordi in febbraio: 2 anni fa, l’addio a La Sesia

Il 10 febbraio di due anni fa scrissi l’articolo di addio alla Sesia. Non avevo ancora deciso se candidarmi o meno, ma questa è un’altra storia, che magari racconterò.

Il pezzo uscì venerdì 14 febbraio 2014.
Questo pezzo

https://remobassini.wordpress.com/2014/02/14/laddio/

Pubblicato da: remo | 3 febbraio 2016

Vegan, le città di dio

Dal 4 aprile 2016

vegan-la-citta-di-dio.jpg

Ti diranno che sei un pazzo, un portatore di sventura.
Lo dicono già.

Arriveranno presto le città degli orti?
Spero presto ma al tempo stesso dico che non sarà facile: contrastare i padroni del mondo è un’impresa ardua. Difficile. Ai limiti dell’impossibile. Padroni del mondo posseggono televisioni, giornali, controllano internet, corrompono i politici, hanno in mano la ricerca scientifica delle università. Però contrastarli è lo scopo che deve avere ogni uomo libero.

Dove sorgeranno le città degli orti?
Non lo so, ma sorgeranno.

http://www.ilgiardinodeilibri.it/libri/__vegan-la-citta-di-dio-bassini.php

 

Pubblicato da: remo | 1 febbraio 2016

Ricordi in febbraio: sette anni fa

Sette anni fa dirigevo La Sesia da oltre quattro anni, mio figlio Libero non era ancora nato e aspettavo che uscisse il romanzo a cui sono maggiormente attaccato, Bastardo posto; sette anni fa, inoltre, scrivevo questa cosa qui, su questo blog

https://remobassini.wordpress.com/2009/02/02/il-processo/

Pubblicato da: remo | 27 gennaio 2016

Il manoscritto rifiutato che poi stupirà il mondo

La storia di un grande libro che all’inizio era solo un manoscritto, rifiutato per di più.

Va bene oggi che è il giorno della memoria, ricordare così Primo Levi.

http://www.infovercelli24.it/2016/01/27/leggi-notizia/argomenti/arte-e-cultura/articolo/se-questo-e-un-uomo-appare-la-prima-volta-su-lamico-del-popolo.html

Pubblicato da: remo | 9 novembre 2015

Minestre riscaldate, vere anche

Immaginate una casa senza televisore e senza telefono. E senza lavatrice. L’acqua calda? Il sabato sera e la domenica mattina. Per lavarsi la testa durante la settimana si scaldava l’acqua. La carta igienica? La carta di giornale tagliata, col coltello. Il cibo? Verdura, pasta, polenta, colazione con latte e il pane raffermo, del giorno prima. La carne: una volta a settimana, la domenica. Insomma: una minestra riscaldata per me non è un modo di dire, ma un ricordo preciso. Il profumo di una povertà di cui son figlio.
E attenzione alle scarpe, che il ciabattino costava. Si andava però al bar, dove le donne chiacchieravano e guardavano la tele mentre gli uomi fumando nazionali senza filtro giocavano a carte e spesso litigavano, il martedì (va a sapere perché) e il sabato. Un gelato da 50 lire o un pacchetto di caramelle ci potevano stare. Niente auto, naturalmente. E il dentista era quello della mutua. Insomma, i miei primi dieci anni di vita (crisi nera, no?). Eppure, eppure di ricordi ne conservo. I bagni alla Sesia, l’oratorio dove ogni tanto, va bene, ci stava, prendevo qualche calcio nel sedere dal viceparroco ma potevo, almeno, giocare (gratis) a calciobalilla (dopo aver servito messa, s’intende). E ho il ricordo di una grande radio che gracchiava. La sera io e il babbo l’ascoltavamo al biuo. Ci si concentrava meglio e si risparmiava la luce. L’altro bel ricordo sono i libri. Non avevo soldi, ma mettendo da parte dieci lire più dieci lire più dieci lire le copertine che ammiravo ogni sera ( I pirati della Malesia, I ragazzi della via Paal e David Crocket a Baltimora quando) le avrei accarezzate. E mi vien quasi da dire: com’era bella la città allora. C’era gente, la sera, che camminava nelle strade e nelle vie. Passavano poche auto, allora. Però è sbagliato dire che la città era bella, allora. Noi eravamo poveri me c’erano i poverissimi, nella case di ringhiera. Loro, l’acqua calda, non l’avevano nemmeno la domenica. Sto parlando dei fantastici anni sessanta. Ancora adesso, al mattino ho l’abitudine di lavarmi con l’acqua fredda, ormai la mano si rifiuta di far scendere quella calda. E ho l’abitudine di comperarmi un paio di scarpe nuove o un vestito e metterli da parte, ché saranno il vestito e le scarpe della festa, un giorno che verrà. Insomma, una parte di me aspetta da sempre che finisca la crisi.

Pubblicato da: remo | 22 ottobre 2015

L’uomo che pianta gli alberi (colfavoredellenebbie)

L’uomo che pianta gli alberi aveva una donna che amava e ama parlare degli che piantano gli alberi

https://colfavoredellenebbie.wordpress.com/2015/10/22/luomo-che-pianta-gli-alberi/#comment-21675

Oggi hanno sepolto Lino, e io non c’ero. Proprio ma proprio non potevo.
Ciao Lino e grazie, avrei voluto dirgli, come gli han detto, lo so, in cento.
Andrò a Sermide presto. Zena ci accompagnerà alla sua tomba.

Grazie a Librini
grazie perché – lei con non lo conosceva – ha trovato le parole giuste.

Un uomo che pianta un albero per un bambino non può che essere un grande uomo.

Pubblicato da: remo | 18 ottobre 2015

Giorno di dolore

Ci sono morti che ti fanno cadere le braccia, sconsolate, e poi non ti vien voglia di rialzarle, pensi non sia giusto.

Oggi è un giorno di grande dolore, il mo amico Lino non c’è più. Nel suo sangue scorreva bontà.

Un abbraccio a Zena, il suo grande amore. Hanno vissuto felici, Zena ha giorni e giorni da ricordare e raccontare.

Ti siamo vicini cara Zena, io Francesca e tutti quelli che vi volevano bene e che non ho sentito.

Sermide e gli amici piangono Lino.

Lino nel 2010: e la quercia che piantò per mio figlio Liberolino e cico

Pubblicato da: remo | 9 settembre 2015

Il grande cuore della fabbrica

Scritto il 18 aprile 2006 (e postato sul mio vecchio blog, ora su “archive”, appunti)

Il grande cuore della fabbrica

18 Aprile 2006

Non lo potrai mai dimenticare quel gesto collettivo, di, come lo chiamiamo, coraggio? Correttezza? Solidarietà? o che altro?
E’ il 1976. Tu, neodiplomato, sbarbatello di neanche 20 anni in una fabbrica, multinazionale giapponese.
Ad aprile la prima busta paga, come operaio di terza categoria: 79mila 500 lire.
Quattro, cinque mesi dopo avevi due ambizioni: imparare a fare il meccanico, forse per dimostrare a tuo padre e a te stesso che anche tu nelle “cose pratiche” sapevi cavartela, e bene; batterti, come delegato sindacale per gli altri, specie per quelle operaie che, quando ti eri proposto nel consiglio di fabbrica, ti avevano votato, perché “ha studiato”, “sa parlare”, “è un bravo ragazzo”.
Ti votarono in massa: mai nessuno aveva preso così tanti voti (echisseneimporta se tu era della cils di Carniti e loro quasi tutte della Cgil di Lama…).
Ma i tuoi due scopi, imparare a fare il meccanico a delle macchine che cuciono il nylon a un nastro di cotone così da sputare fuori cerniere lampo, il primo, condurre le tue battaglie sindacali in fabbrica (orari umani per le ragazze madri; carta igienica su appositi contenitori anziché per terra; 10mila lire di aumento per tutti, senza distinzioni di inquadramento), il secondo, erano aspetti incompatibili tra loro secondo la grande multinazionale giapponese.
Nessuno te l’aveva detto, perché avresti dovuto capirlo da solo: vuoi fare il meccanico e, quindi, guadagnare di più? Bene, lascia perdere le tue battaglie del cavolo, ché tanto il mondo non lo cambi, tu.
E un bel giorno arriva il giapponese, responsabile del reparto. Tu pensavi: magari ora mi nomina meccanico, ho imparato, l’altro meccanico ha insegnato a me e tutti gli altri operai del reparto sono d’accordo.
Il giapponese, invece, va dagli altri. E a tutti chiede: Vuoi fare il meccanico?
E’ un colpo basso, tu e i tuoi idealismi delle balle.
E invece tutti, meno uno, al giapponese dicono di no, che non gli interessa.
Come, non interessa guadagnare di più? Domanda lui.
Non ci può credere.
Uno degli operai arriva al punto di dire al giapponese che deve nominare te.
Certo, resta una soluzione, quel tizio, uno solo su dodici, che si è detto disposto a farti le scarpe, ma il giapponese non se la sente. Non se l’immaginava lui una solidarietà così.
Non gli resta che prendere il carrello con gli attrezzi, portartelo, e dirti, guardando un punto indefinito: Tu da domani meccanico.
Il grande cuore della fabbrica.
Che fa da contraltare, a volte, a grandi cattiverie che la fabbrica nasconde, come tutti i posti di lavoro, del resto.
Ma il grande cuore della fabbrica, degli operai, di gente semplice che legge solo la Gazzetta dello Sport e parla di gnocche e automobili, tu comunque, un giorno l’hai provato.
Ed è cosa che ti piace raccontare.

Pubblicato da: remo | 7 settembre 2015

Nel buio assoluto: recensione

Su La poesia e lo spirito, Guido Michelone ha scritto del mio ultimo libro pubblicato, Nel buio assoluto

https://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2015/09/04/nel-buio-assoluto-di-remo-bassini/

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