Pubblicato da: remo | 16 novembre 2017

Incipit lampo dei miei romanzi

Signorina, è un bel mestiere il nostro, è bello perché ci permette di incontrare persone e storie. Ma c’è una storia, quasi mai raccontata: è la storia del giornale stesso, e di chi lo fa”.

Si sono accomodati nelle poltroncine blu. Rileggono gli appunti, sorseggiano il caffè della macchinetta, parlottano, qualcuno sbadiglia. Aspettano o un cenno o una parola del direttore Antonio Sovesci che è seduto davanti a loro. In questo momento, sta cambiando la cartuccia di una penna stilografica verde, di una marca che non esiste più. Gliela regalò sua madre quando ha iniziato a lavorare al giornale, una vita fa; dice che è il suo portafortuna.
(Forse non morirò di giovedì, inedito)

 

L’uomo si alza a fatica dalla poltrona, le gambe malferme sembra- no cedere, invece, trascinando i piedi, muove qualche passo verso la finestra, scosta la tendina, guarda le poche case ancora illuminate, controlla l’orologio. Ha fissato il niente per ore, senza accorgersi che era sopraggiunta la no e. Finalmente. Perché la no e porta il silenzio e il silenzio può portare le voci. Torna a sedersi sulla poltrona color cremisi. Nella stanza semibuia arriva un po’ di luce oca dai lampioni. C’è afa stano e a Torino, eppure la finestra è chiusa. L’uomo – dalle movenze sembra un vecchio, e invece ha poco più di cinquant’anni – sta sudando, ma sembra non curarsi del caldo. Ha i calzoni grigi un po’ spiegazzati, una camicia bianca con le maniche lunghe tutta abbottonata, fin sotto il pomo d’Adamo; i polsini no, almeno quelli sono slacciati. Sta bevendo whisky a garganella, neanche fosse gazzosa, e sta fumando incessantemente; di tanto in tanto tossisce.
(La Notte del Santo, Time Crime Fanucci, 2017)

La pioggia e il vento che fanno sbattere le finestre l’hanno svegliata. Sono le tre passate da quattro minuti. Luca si sarà addormentato davanti al computer. Deve svegliarlo, avrà la schiena a pezzi. Lo chiama. Niente. Il computer è acceso, ma Luca non c’è. E non è in bagno, non è in cucina, né sul balcone a fumare una sigaretta di nascosto (ogni tanto lo fa, come se lei fosse fessa). Purtroppo non può essere nemmeno fuori con Fosca, pensa Andreina, ma è un pensiero da gettare via altrimenti piange, perché Fosca è stata soppressa; inutile quindi andare in balcone a controllare se c’è il guinzaglio. C’è. Quando va a stendere la biancheria non ha il coraggio di guardarlo. Rimarrà lì, croce sso sul muro. “Il guinzaglio dell’unico cane della mia vita”.
(Vegan. Le città di dio, Tlon 2016)

Torino, luglio. La tazza è quella della sua infanzia, era quella del latte, dei biscotti e di «sbrigati Tiziano, sei sempre l’ultimo, guarda che chiudon la scuola». Sta sorseggiando il suo caffè forte e amaro, è in piedi, quando avrà finito di bere porterà la tazza in cucina, la laverà e la asciugherà con cura, quindi si metterà a rincorrere i ricordi, scrivendo fino all’alba. Anche se non è mancino, la tazza è sorretta con la sinistra; la destra, però, è sotto, per precauzione, metti che caschi. Non è un gesto di sempre: è di stasera. Stasera, per la prima volta ha pensato che quella tazza lo ha seguito, sempre. Fa caldo stanotte, a Torino.
(Da “Vicolo del precipizio”, Perdisa Pop 2011).

Sotto i portici, di notte passate le tre, il manichino nudo e senza sesso del negozio d’abbigliamento non si vergogna, come succede di giorno, se qualcuno, per caso, si ferma e lo guarda. È notte, notte di marzo stanotte, piove forte. In questo momento, Paolo Limara, fissando la vetrina del manichino nudo, ha appena incrociato i suoi occhi; non l’ha fatto apposta, non avrebbe voluto, eppure è successo.
(Da “Bastardo posto”, Perdisa Pop 2010).

Si parlava poco di lei. Quando se ne parlava i vecchi dicevano, ma solo in certe occasioni, banchetti funebri, domeniche nebbiose trascorse tra amici e parenti a mangiar castagne, dicevano, questi vecchi, che era «come una santa». Santa Nunzia del bosco. O dei castagni. Aveva poco più di vent’anni quando lasciò il Palazzone per andare a vivere come in clausura nel cascinale in fondo alla valle, costruito in una sola estate dai muratori venuti da lontano con muli e cavalli da tiro, in fretta, e un capomastro che urlava, e gente armata su cavalli e mule, a controllare. E di lei per anni e anni si disse, ma si seppe poco. Si seppe, ma si disse poco del suo peccato.
(Da “La donna che parlava con i morti”, Newton Compton, 2007).

L’origine di tutto si perdeva lontano. Scommetto che da qui alla scuola riesco a correre senza respirare. Scommetto che se la mamma me le dà col battipanni io non piango. Scommetto che se il maestro mi guarda cattivo io non abbasso gli occhi. Scommetto che se me lo tocco, poi, quando mi piace tanto tanto, riesco a fermarmi. Scommetto che nessuno ci riesce a fare questo. Scommetto che se ho sete resisto senza bere. Scommetto che se ho mal di pancia non lo dico a nessuno. Scommetto che gli altri non sono così bravi.
(Da “Lo scommettitore”, Fernandel, 2006).

Credo di aver premuto talmente tanto i tasti del telecomando da aver rischiato di romperlo. Di sicuro mi sono fatto male alle dita, e alla mano tutta. Da due ore ero davanti alla televisione. Due di notte. Carla mi aveva dato il bacio della buonanotte verso le undici, le bambine un’ora prima.
(Da “Dicono di Clelia”, Mursia, 2006, Milano).

 

Sa di antico il mio piccolo bar: è sotto i vecchi portici, nel cuore di questo paese, proprio vicino alla grande piazza dove si svolgono i comizi, si va al mercato oppure in Municipio, dove gli operai salgono sull’autobus che li porta nella zona industriale e dove la domenica la gente prima va a sentir messa nella maestosa chiesa di Santa Flavia e poi va a comperare i dolci della pasticceria Delrosso. Qui agli inizi del 900 c’era la bottega di un falegname.
(Da “Il quaderno delle voci rubate”, La Sesia, 2002).

 

 

 

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Pubblicato da: remo | 14 novembre 2017

Vecchia intervista

E’ il 2008. Dirigo il giornale La Sesia, ho appena pubblicato Lo scommettitore (Fernandel) e La donna che parlava con i morti (Newton Compton).
Mi propongono un’intervista.
Eccola la vecchia intervista del 2008.

Cosa risponderei oggi?

E comunque. Cè mia madre nella vecchia intervista.

Poi. Sul mio profilo facebook ho scritto questo, ho scritto:
Sono stato tante volte Ventura, tante volte “Italia eliminata dalla Svezia”, tante battaglie perse, insomma. Eppure ho lottato sempre per vincere. e qualche volta ho pure vinto. Ma sono imperfetto, a volte forte ma troppo spesso fragile, non me ne vanto, ma è così. E qui mi fermo, ma non mi piacciono i cori.

Pubblicato da: remo | 8 novembre 2017

Il vucumprà

C’è un vucumprà nella mia città, uno di quelli che vive qui da anni. Va sempre in alcuni posti ben precisi. Se ne sta in disparte, aspettando che qualcuno gli comperi un accendino, dei fazzolettini di carta. Non si avvicina mai alle persone, non chiede, non cerca di incrociare altri sguardi. Sembra chiedere scusa, il suo sguardo che guarda il vuoto, nascosto dagli occhiali.

Pubblicato da: remo | 7 novembre 2017

La mia amica Alessandra

 

Estate del 2003, la calda estate del 2003. Avevo scritto un libro, pubblicato dal giornale in cui lavoravo, quindi non valeva. Ne avevo scritto un secondo. “Dicono di Clelia”. Spedii a una quindicina di editori.
Volevo uscire da Vercelli.
In quell’anno cominciai a perdere le ore sui blog, su quello di Giulio Mozzi in particolare. Ma non solo. Quell’estate lessi un paio di libri di una scrittrice lanciata da Tondelli che pubblicava per Fernandel. Le scrissi, mi rispose, cominciammo a scambiarci più mail. Un giorno le chiesi se voleva leggere “Dicono dio Clelia”, e lei mi rispose: Certo ma sarò spietata. Mi fece l’editing. Non solo. Propose lei stessa il mio libro ad alcuni editor, scrittori, editori. A settembre del 2003 mi scrive Mursia: sono interessati a “Dicono di Clelia”. Avviso Alessandra. Era felicissima. Non dimenticherò mai la sua generosità.

Se su Il Fatto quotdiano curo la rubrica “4 mezze cartelle” il merito è tutto suo, di Alessandra Buschi.
Che oggi scrive poesie e fa la libraia.

Questo è l’incipit di un suo libro. “Se Fossi Vera”. Fernandel.
Mi sarei dovuta chiamare Vera. Se mi fossi chiamata Vera, allora forse sarei stata mora, avrei portato gli occhiali, avrei avuto la pelle chiara. Avrei avuto una bella risata di gola, di quelle contagiose, e quando avrei chiamato al telefono mi avrebbero subito riconosciuto perché avrei avuto una voce inconfondibile, dal tono basso, un po’ nasale, ma molto molto sensuale.

Fu importante l’editing che mi fece Alessandra, certo che lo fu. Ma sentirmi stimato da una scrittrice mi rese più sicuro. Più sicuro nella scrittura, intendo. Prima ancora che Mursia pubblicasse “Dicono di Clelia” mi misi a scrivere uno dei miei libri migliori, “Lo scommettitore”.

Pubblicato da: remo | 4 novembre 2017

Inizia così

Vegan, le città di dio”, inizia così.
La vera protagonista è Anna Antichi, la commessa di libreria anarchica che, ne “La donna che parlava con i morti“, diventa un’investigatrice. Vegan, le città di dio non è tanto un attacco al pensiero comune che si affida alla medicina ufficiale: è un invito a riflettere. Ma è anche e soprattutto un giallo.

La pioggia e il vento che fanno sbattere le finestre l’hanno svegliata. Sono le tre passate da quattro minuti. Luca si sarà addormentato davanti al computer. Deve svegliarlo, avrà la schiena a pezzi. Lo chiama. Niente.

Il computer è acceso, ma Luca non c’è. E non è in bagno, non è in cucina, né sul balcone a fumare una sigaretta di nascosto (ogni tanto lo fa, come se lei fosse fessa). Purtroppo non può essere nemmeno fuori con Fosca, pensa Andreina, ma è un pensiero da gettare via altrimenti piange, perché Fosca è stata soppressa; inutile quindi andare in balcone a controllare se c’è il guinzaglio. C’è. Quando va a stendere la biancheria non ha il coraggio di guardarlo. Rimarrà lì, crocefisso sul muro. “Il guinzaglio dell’unico cane della mia vita”.

E comunque. Non è da Luca uscire a quest’ora, senza un biglietto. Per essere uscito è uscito: mancano i jeans e le scarpe nere di cuoio, che alterna con quelle da ginnastica. Ha preso l’ombrello verde; diluvia, adesso. Prima pioggia di settembre.

Non sa che fare Andreina. Da tre, quattro mesi, Luca non è più Luca. Si è messo a rincorrere il fantasma del padre, che fino a qualche mese prima era un ricordo da due soldi.

Un giorno mio padre mi disse che la voce di dio si sente solo quando la notte è fonda: è l’acqua del fiume che scorre.

Una scrollata di spalle, una smorfia come a dire: che cazzo di padre mi è capitato; e poi parlava d’altro. Ora invece è un padre-chiodo-fisso.

[…]

Ha pochi ricordi, lei, del suo defunto suocero. Era una ragazzina quando lo trovarono morto per un infarto, incagliato come una vecchia nave tra le pietre del ume. Faceva caldo, forse voleva rinfrescarsi. O lavarsi, chissà.

L’è mort ‘l fol… È morto il pazzo del fiume… È morto il guaritore… Sono passati dodici anni, e dodici anni non è un’eternità: eppure la città non parla o parla poco di lui. È un ricordo tossico nocivo. Da incenerire.

Adriano Bronzelli era andato a vivere al fiume. Affari suoi e tanta comprensione per la signora Noemi, persona squisita, e per il piccolo Luca, scolaretto alle elementari: «Perché tuo papà non viene mai a prenderti?».

L’è gnì fol, dissero di lui e della sua fuga. Ben presto si sparse la voce che dava indicazioni su come curarsi da tutte le malattie. Tutte o quasi. La città avvolse quel piccolo peccato tra le sue nebbie generose; in fondo, di gente a cui si fulmina il cervello ce n’è sempre di più, uno più uno meno.

Quanti clienti, quanti malati andarono dal fol? Saperlo.

E comunque. Al fol fu permesso di partecipare a dibattiti, tavole rotonde, convegni medici nell’Aula Magna dell’ospedale. Sembrava quasi che, da un regista occulto, arrivassero precise direttive sul comportamento da tenere con lui. Non cacciarlo, anzi, dar da mangiare ai barboni e ai fol come lui durante i coffee break, concedergli perché no, “sia gentile… non più di cinque minuti”, la facoltà di parola. Ma controllarlo, anche. Con attenzione.

[…]

Durante un convegno sul cancro alla mammella, proprio un giovane collaboratore di “Nel segno”, uno di quelli pagati pochi euro al pezzo, nel resoconto scrisse alcune righe che sfuggirono alla censura del direttore.

Poche le domande del poco pubblico presente. Solo un signore di mezza età, trasandato, ha chiesto: «Ma perché nessuno parla dei grandi risultati che furono ottenuti negli anni Cinquanta dal dottor Ettore Guidetti, dell’università di Torino, che con altri medici, in tutto il mondo, sostennero e sostengono che alcune sostanze contenute nei semi di albicocca sono un chemioterapico naturale? Perché nessuno parla della Fondazione Pantellini e dell’ascorbato di potassio che è stato somministrato ai bambini dopo la catastrofe di Chernobyl? Perché nessuno dice che una corretta alimentazione, senza carni rosse, cibi lavorati e latticini, rappresenta la vera strada per prevenire e, spesso, per curare il cancro?» Domande, queste, a cui nessun relatore ha dato risposta.

Pur relegato all’interno del giornale, in taglio basso, l’articolo non sfuggì all’ira di medici e farmacisti.

«Quando si dà spazio a qualcuno, si deve veri care che sia una voce autorevole. Tu invece hai fatto parlare un emerito coglione», sentenziò il direttore, dando il benservito al suo inesperto cronista. Cacciandolo, e facendo sapere che lo aveva cacciato, ipotecava futuri introiti pubblicitari per convegni organizzati dall’ordine dei medici.

La voce di Adriano Bronzelli, insomma, andava tappata.

Sette mesi prima di morire – mica stupido ‘l fol aprì un blog: La voce di dio.

Sembrò strano, perché no ad allora aveva ri utato il computer. «Né computer, né telefonino, né macchina: si vive meglio senza», aveva sempre detto. Chiaro: qualcuno gli aveva spiegato l’importanza della rete. Firmandosi “vegAn”, nel primo post scrisse:

Internet non deve sottrarre il tempo che possiamo vivere all’aria aperta. Ma la rete è libertà, è anarchia, è un campo di battaglia di una guerra senza fine. Le banche e le multinazionali, insomma i padroni del mondo controllano la rete con lo scopo di confondere, annebbiare le menti. La loro voce è potentissima.
La nostra piccola voce è la voce della verità, della libertà. Dobbiamo combattere, senza paura, su internet e sulle strade. Qualcuno ci ascolterà.

Ad ascoltarlo, tra boschi e sabbie umide, melmose, vicino alla capanna, andava sempre qualcuno, adepto, malato o curioso che fosse. Proprio lì, una domenica, davanti a una trentina di persone, compresi due infiltrati, un brigadiere e un ispettore di polizia, Bronzelli disse queste precise parole: «Non andate a curarvi negli ospedali, state alla larga dalle medicine, perché sono veleni, e dai bisturi, che diffondono le cellule malate. E imparate a curarvi da soli con la respirazione, il silenzio, e poi con il cibo sano, le erbe, lunghe camminate dove l’aria è meno corrotta. Mangiate solo frutta, verdura, legumi, e dite addio al latte industriale, alla carne e allo zucchero ra nato, e se potete fuggite dalle vostre case, e portate i vostri gli dove non ci sono fumi, pesticidi, cibi in scatola, conservanti, veleni…»

Nella relazione dell’ispettore di polizia, risultava che Bronzelli avesse detto: «Il progresso ci sta uccidendo, fermiamolo a tutti i costi».

 

 

Pubblicato da: remo | 2 novembre 2017

Novembre, che non ho dimenticato

Gémmea l’aria, il sole così chiaro
Che tu ricerchi gli albicocchi in fiore,
e del prunalbo l’odorino amaro
senti nel cuore.

Inverno del 1982 e del 1983. Sono sul treno, linea Torino-Milano. Sto tornando a Vercelli, mi attendono 8 ore di fabbrica. Mangerò un boccone, prenderò l’autobus, lavorarerò. Porterò con me Mirycae. Se avrò qualche minuto lo sfoglierò. A Torino, a Palazzo Nuovo, sto seguendo le lezioni di Stefano Jacomuzzi, su Pascoli appunto. E senza nemmeno accorgermene, Novembre l’ho imparata a memoria.

Ma secco è il pruno, e le stecchite piante
di nere trame segnano il sereno,
e vuoto il cielo, e cavo al piè sonante
sembra il terreno.

Silenzio, intorno: solo, alle ventate,
odi lontano da giardini ed orti,
di foglie un cader fragile. E’ l’estate,
fredda, dei morti.

La fabbrica ogni pomeriggio, cinque giorni siu sette. Facoltà di Lettere sei giorni su sette, prendendo il treno all’alba.
Studiare, ripassare quello che sentivo al mattino era diventata un’ossessione. Ogni momento era buono. Il treno. Il bagno. Cinque qualsiasi minuti.
Mi servirà questo allenamento, anni dopo, nello scrivere…
Non l’ho dimenticata, Novembre. La fredda estate dei morti, insomma.

Pubblicato da: remo | 27 ottobre 2017

Susanna Parigi: Faccio quello in cui credo

Poeta, cantante, musicista. Insegnante al conservatorio.
Tanti che conoscono Susanna Parigi, tanti che l’hanno ascoltata ed applaudita nei suoi concerti si domandano: perché non ha il successo che merita?
La domanda io ho fatto che porla a lei, direttamente. In una mail.
Mi ha risposto:” Non ho le grosse platee. Ho le platee di un jazzista o di un musicista classico e va benissimo. Faccio quello in cui credo”.

Sul suo profilo facebook, il 17 agosto ha scritto: E ringrazio il mio diploma in pianoforte che mi ha permesso negli anni di avere un bellissimo lavoro nei conservatori a fianco della mia carriera da solista. Mi ha permesso di non essere ostaggio totale dei meccanismi della televisione, delle case discografiche (ormai residuali), delle radio e di tutto l’apparato circense che gira intorno alla musica. Senza alcuno snobismo credo che dipendere totalmente da questo è come svendere la sacralità della vita a un illusionista esperto in vestiti di pillettes. E’ vero che il danaro dà la possibilità di essere liberi, ma è anche vero che spesso tale libertà non è reale ma vincolata a compromessi pesanti. Credo negli anni di aver difeso e curato come meglio potevo questa possibilità: di poter dire, fare e scrivere quello in cui davvero credo.

E infine. Come l’ho conosciuta? Grazie a internet. Tutto inizia quando ascolto una sua interpretazione (su youtube) di una delle canzoni che più amo: La canzone dei vecchi amanti di Jacques Brel.

 

 

 

 

 

Pubblicato da: remo | 25 ottobre 2017

Ladri strani

Carabinieri di Cortona, un giorno di luglio. Io e Francesca abbiamo detto quel che dovevamo, ora chiede la parola mio figlio Libero.
A me hanno rubato il libro dei Pokémon, dice; e dice com’è la copertina, dice che era nella borsa con il computer, dice senza piangere, ché ha già pianto a dirotto prima. (Perché hanno ribato il mio libro dei Pokémon? Perché?). Lui dice, ma vede che il suo dire serve a niente: il carabiniere ha già scritto il verbale. Ci resta male, il piccolo.
Tre, quattro ore prima. E’ una bella giornata. Siamo all’Abbazia di San Galgano.  Tappa intermedia, prima di raggiungere Cortona. Facciamo vedere a Libero (detto Cico) l’abbazia di cui gli abbiamo detto tante volte, mostrandogli le foto. Ci siamo venuti quando non eri ancora nato…
Scattiamo altre foto, mangiamo un boccone. Andiamo a vedere la spada nella roccia. Ma appena arrivati a Cortona ci accorgiamo che dalla macchina manca qualcosa. Il mio pc. Il mac di Francesca (con il libro sui Pokémon). Il mio zaino. E son cavoli. Dentro lo zaino c’erano due paia di occhiali da vista, due pipe e del tabacco. E degli oggetti ricordo a cui sono affezionato.
I carabinieri di Chiusdino ci dicono che non siamo stati gli unici. Sono passati dei ladri che hanno aspettato il momento giusto per forzare serrature o vetri delle auto in sosta di turisti in visita a San Galgano.
Due giorni dopo.  Ci telefonano i carabinieri. Hanno trovato il mio zaino, abbandonato dai ladri.
Andiamo a prenderlo. Nello zaino i ladri (bontà loro) hanno lasciato gli occhiali, una pipa (la più vecchia), una scatola di tabacco (che avevo già aperto). Accanto allo zaino, il libro dei Pokémon.
Stupisce che non abbiano rubato lo zaino, nuovo e di marca (era un regalo, altrimentio a me van bene quelli del mercato).
Ladri che ci hanno rovinato le vacanze, ladri strani.
Facciamo un giro per Chiusdino, a dieci minuti di macchina da San Galgano, insomma. Notiamo che la gente quando esce di casa lascia le chiavi nella toppa della serratura, perché portarle in tasca?, mica ci sono i ladri da quelle parti.
Pubblicato da: remo | 24 ottobre 2017

L’ispettore Tavoletti (Figli, come mi mancate…)

Appena in strada, l’ispettore si fiondò dentro un bar, fece pipì, bevve un caffè, comprò una Moretti grande, ghiacciata, quindi raggiunse la sua Punto amaranto.
Comunicare subito per telefono i tre nomi a Bartotti, oppure avvisarlo che stava arrivando con quella che si poteva definire la svolta delle indagini?
Bartotti, tu e quel rottinculo di questore stasera potrete farvi belli davanti alle telecamere, esclamò incurante dei passanti. Certo che potete, ma guai a voi se non dite che è stato il qui presente ispe ore Tavoletti a togliervi le castagne dal fuoco

E tu, piccola Sara, almeno una volta sarai orgogliosa di me e potrai vantarti di tuo padre.

Adesso doveva pensare a lavorare, ma il giorno dopo, come tanti altri giorni, Tavoletti sarebbe passato davanti alla facoltà di lettere, nella speranza di vedere sua glia.
Doveva partire sparato verso la questura, ma ormai in mente aveva solo lei. Il suo cruccio, la sua ossessione.

Figli, come mi mancate sporca estate

Quel brano di Piero Ciampi si era impossessato di lui.
Accidenti a Dallavita, che guida sempre ascoltando canzoni del cazzo, pensò l’ispettore Tavoletti partendo con una sgommata.
(da La Notte del santo, Timecrime)

 

Pubblicato da: remo | 22 ottobre 2017

Sfogliare libri. E Gianni Farinetti

Stanotte alle 4, nonostante tosse e qualche linea di febbre, ho finito di leggere Prima di morire, di Gianni Farinetti (Piccola Biblioteca Oscar Mondadori, 2004. Euro 8,40).
E, stamattina, in libreria ho comprato altri due libri di Farinetti, pubblicati da Marsilio.
Lampi nella nebbia.
Un delitto fatto in casa.

Prima di morire, dunque. E’ scritto con un’eleganza comunque sobria. Nessun effetto speciale. Le immagini su colori e fiori e alberi delle Langhe sono nitide, i personaggi ben delineati. Soprattutto Emanuele. Omosessuale, fedele ai suoi amori di gioventù. Di una sensibilità eccessiva.
E testimone e protagonista della storia di una famiglia e di una villa, fra Belbo e Bormida, nell’alta Langa. Una storia complessa, di tasselli e microtasselli.
Mancano i vini e i piatti della Langhe, ecco.
Ho comprato gli altri due libri di Farinetti per avere una conferma (o meno): dalla lettura di Prima di morire mi è parso che questo autore sia una spanna sopra tanti altri giallisti, magari più celebrati.

L’ho comprato per caso, in libreria. L’ho sfogliato e poi l’ho preso.
Meglio andare in libreria con qualche idea.
Da tempo, ho tre blog di riferimento io. Danno buoni consigli (anche se, a me, piace tantissimo sfogliare e poi comprare libri e autori di cui nulla so).

Serena Gobbo, con il blog Librini.

Stefania Mola, con il blog Squilibri

Marina Taffetani, con il blog Sonnenbarke

 

 

Pubblicato da: remo | 20 ottobre 2017

Una volta era prete

Prendiamo questa settimana. Lunedì abbiamo ascoltato il segreto di un ex prete. Che si spretò vent’ anni fa, per sposarsi e avere due figli. E che adesso vorrebbe tornare al sacerdozio. Ha capito che era (che è) quella la sua vocazione vera. Ogni tanto lo fa. Che cosa? Prende un treno e va in un’ altra città. Qui si traveste da sacerdote, e va in giro fingendo di esserlo.

Così Beniamino Placido, nella sua rubrica su La Repubblica. Era il 1988 (il riferimento era a una trasmissione condotta da Enza Sampò. Condotta con garbo, comunque: chi si raccontava era nascosto da un vetro e la voce che si sentiva era sapientemente e volutamente storpiata):

Placido si domandava: Il mondo è pieno di storie fantastiche, perché i nostri narratori non le raccontano?

A me servì tanto (o forse anche più di tanto) leggere queste riflessioni di Placido.

Pubblicato da: remo | 19 ottobre 2017

Libri miei

Come scritto alcuni giorni fa, sto rivedendo il blog (e, anche, leggendo altri blog, come ero solito fare prima dell’avvento di facebook).
Ho rivisto un po’ di link, ieri ho comincoiato a ri-sistemare la pagina Libri miei.
Sotto la copertina devo ancora inserire gli incipit e due righe.
Non ho dubbi, sui libri che ho scritto: quello che rileggerei più volentieri è Bastardo posto.

L’incipit è in questo video.

Pubblicato da: remo | 18 ottobre 2017

Irina

Diceva d’essere stata una ballerina brava e ben pagata. Ometteva di dire che aveva lavorato nei night. Su Irina, comunque, si dicevano tante cose, oltre agli apprezzamenti. Che era stata una prostituta, però tosta, dal momento che, stufa di essere pestata, aveva denunciato il suo protettore.

Aveva deciso di cambiare vita, mica facile per una dal suo passato. Era felice di essere stata assunta in fabbrica e di aver superato il periodo di prova, ed era contenta perché le altre donne l’avevano accettata; ma che c’era un capo che fin dal primo giorno le aveva messo gli occhi addosso.

“Aspetta che non ci sia nessuno per farmi proposte” raccontò lei a uno del consiglio di fabbrica.

“La riprende perché quella ha voglia di fare un cazzo, ha solo la lingua lunga” dicevano di lei alcuni operai, però.
Con riflessioni aggiuntive sui lavoretti della lingua di Irina.

Sta di fatto che era tosta, tosta davvero.

Un mattino arriva in fabbrica il capo. È nero come quelli che fanno il carbone.
Al primo che lo saputa risponde bestemmiando.
Irina, invece, è sorridente. Alcune donne del suo reparto hanno lo sguardo malizioso, di chi conosce i segreti dei peccati altrui.

La sera prima lei aveva ceduto: e lo aveva invitato a casa sua .
Lui aveva suonato, e quando Irina aveva aperto la porta le aveva allungato un mazzo di rose. Sorridente.
Voglio scoparti ma non sono mica una bestia, voleva dire quel sorriso.
Ma le rose gli caddero di mano. Mentre le porgeva a Irina si era reso conto che Irina non era sola. C’erano anche le altre del reparto.

Sembra che lo applaudirono, quando lui girò le spalle, dandosela a gambe come un ladro. Ma forse non è vero, forse non arrivarono a tanto, quelle donne.

Pubblicato da: remo | 16 ottobre 2017

Perché scrivo: risposta in tre minuti

Scrivo perché la scrittura mi ha regalato delle notti indimenticabili ma, come un’amante maledetta, anche notti insonni e incubi.
Scrivo perché da ragazzo un giorno vidi un film che aveva per protagonista uno scrittore. Io lo guardavo in poltrona e mia madre lo guardava stirando. Avrò avuto dodici anni.
Mi rimase e mi è rimasta impressa una scena. Lo scrittore si sveglia e subito va a vedere la posta: niente, nessun editore ha letto i suoi manoscritti. Lui comunque ha vissuto il momento dell’attesa. E continuerà a scrivere.
Pensai: voglio aspettare anche io… e in effetti tutta le mattine appena mi alzo controllo la posta elettronica.
Probabilmente scrivo perché quando ero piccolo eravamo talmente poveri che non ci potevamo permettere una televisione. Di giorno la mamma mi cantava le canzoni dei cantastorie, la sera col babbo, rigorosamente al buio ascoltavamo una di quelle grosse radio che gracchiavano rigorosamente. Se non c’erano radiodrammi o canzoni le storie me le raccontava lui, a patto che non dicessi nulla alla mamma. Mi raccontava di briganti toscani che non aveva mai visto e di battaglie che non aveva mai combattuto, e io lo ascoltavo a bocca aperta.
E poi scrivo o forse soprattutto scrivo – come ho fatto con Bastardo posto –  per denunciare il marcio, affiinché urlino tutte le ingiustizie del mondo*.
Scrivo per vivere altre vite. E a volte scrivo per non impazzire, per guadagnare qualche spicciolo, per fuggire lontano e per cento altri motivi.

Grazie a Giuditta Russo che mi ha fatto venire in mente queste cose scritte di getto in tre minuti, se ci sono refusi pazienza. Adesso vado a vedere un allenamento della Pro Vercelli (ho ricominciato a fare il giornalista) Poi vado a prendere il piccolo, poi verrà la sera ma io, fin da adesso, aspetto la notte. Magari scriverò, chissà

* Da una poesia di Ho Chi Minh

Pubblicato da: remo | 14 ottobre 2017

Monete perse

Questo è una sorta di post-confessione, che mi garba poco scrivere ma ho deciso di scrivere lo stesso.
Perché si scrive. Perché dentro arriva qualcosa di forte, che o ti sconquassa oppure lo domini scrivendo.
La donna che parlava con i morti, casa editrice Newton Compton, 4000 copie la prima edizione, poi una ristampa di 1500. E giudizi contrastanti: Anna Antichi, la protagonista, a tanti non piace (e da allora ho capito che i libri piacciono di più se hanno protagonisti che ammiccano. Gli imperfetti non vanno di moda).
Comunque.
La storia della donna che parlava con i morti ha due punti fermi e veri.
La donna che parla con i morti esiste davvero.
Ed esiste una moneta…

Io la storia ce l’avevo in mente prima di aver conosciuto la donna che parlava coi morti.
Prima che arrivasse la storia della moneta.
Allora, io sono superstizioso. Tanto. Evito i gatti neri, e se c’è un carro funebre mi tocco.
Avevo un rituale. Se vedevo una momentina la dovevo raccogliere: ché mi avrebbe portato fortuna.

Nell’agosto del 2005 muore mio fratello. Cade giù, dal quarto piano eccetera. Mi sentii responsabile eccetera.
Era successa una cosa quella sera, prima che lui morisse. Avevo visto una monetina e non l’avevo raccolta. A che mi serviva? Ero stato nominato direttore del giornale La Sesia, presto sarebbero usciti due miei libri (due in un anno solo).

La faccio breve. La donna che parlava con i morti (non mi faccio nessuna pubblicità, è fuori catalogo) è un giallo con un assassino: il senso di colpa.
Anna Antichi è la protagonista. Non ha nulla di me. Non le cucio addosso il mio senso di colpa. Ne invento un altro. Si sente in colpa perché quando suo padre muore lei sta festeggiando con gli amici il buon esisto di un esame. E lei a suo padre, che era malato di cuore, era legatissima…

Chi ha studiato psicologia lo sa. Le persone aggressive hanno problemi con se stessi. Anna, infatti, è aggressiva. E dice parolacce. E questo a parecchi non è piaciuto, ma se non l’avessi “disegnata” così non mi sarebbe parsa vera.
Poi c’è la moneta, che è al centro del giallo, e poi c’è la donna che parlava e parla coi morti.
Anna Antichi è anche la protagonista di Vegan, le città di dio (questa invece è pubblicità, il libro si trova ancora), ma, torno a dire, la molla che mi fece scrivere La donna che parla con i morti fu il senso di colpa. L’avrei scritto lo stesso quel libro: ma senza la moneta, senza le fitte atroci che prova un altro protagonista del libro, lui lacerato, distrutto dai sensi di colpa.

Adesso comunque ho di nuovo un borsellino. Dal 2005 a oggi ho circa 5 euro. Tre monete da un euro, una da 50 centesimi, 5 da 10, e tante, annerite, sporche, da 2 o 1 centesimo. Le monete ripudiate.

 

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