Pubblicato da: remo | 20 aprile 2013

la coincidenza di giovedì

Allora, torno a giovedì. Al post di giovedì: un estratto del mio libro Dicono di Clelia.
Dove l’ho preso? Dal mio vecchio blog, che però non c’è più. Oscurato, scomparso.
Nella rete, però, qualcosa è possibile recuperare.
E qui ci sono un po’ di post del mio vecchio blog, appunto.

http://web.archive.org/web/20060511003329/http://www.remobassini.it/blog/index.php?paged=3

Sempre giovedì. Sul blog di Massimo Maugeri, c’è una recensione di Ivo Tiberio Ginevra a Dicono di Clelia.
Eccola qua.

Giuro: non lo sapevo. Ed è una coincidenza, no?, parlare di un libro uscito nel 2006.
E’, Dicono di Clelia, il romanzo di cui io…. dico di meno.

 

Pubblicato da: remo | 18 aprile 2013

Aldina (tratto da Dicono di Clelia)

 

 

 

 

 

Fra due ore ho appuntamento con l’avvocato. Posso stare ancora un po’ qui, in macchina, a guardare l’acqua del fiume che scorre ascoltando la radio. Ci vengo spesso qui. A quest’ora i pescatori e quelli che portano i cani a correre sono andati a casa a mangiare mentre per le coppiette c’è ancora troppa luce.
Ci sto bene qui: questi alberi, che ogni tanto il fiume inghiotte, mi ricordano chi sono.
A sedici anni, il sabato sera ci venivo con quella che, ora, è la crema di questa città. Un bel gruppo, gente che ha fatto strada: medici, architetti, avvocati, un prete anche. Io ero bella, povera e soprattutto scema: sono andata con tutti, tutti poi mi hanno scaricata. Ora qualcuno di loro mi cerca, vuole qualche mia ragazza. Si fottano quei bastardi, sopporto solo Gianni, che è diventato un povero alcolizzato dopo quella notte che, ubriaco, ha investito e ammazzato una ragazzina in motorino. Pure lui mi ha scopata, però almeno adesso si vergogna del suo passato.
Bastardi, avevano dieci anni più di me, avevano tutti le fidanzate, però si era sparsa la voce che Aldina era disponibile. “Aldina scopatina” ero stata soprannominata, ma questo l’ho saputo solo anni dopo, da Gianni. Allora ero disposta a tutto pur di trovare marito perché non volevo restare con i miei genitori e i miei tre fratelli, in una casa umida dove la sera mio padre, appena finito di mangiare, si metteva davanti alla televisione con un bottiglione di vino, poi beveva, ruttava, si ubriacava e la mamma lì, a stirare, a cucire, a togliergli le scarpe quando lo sentiva russare. Ero stufa della puzza dei calzini di mio padre e delle sue sberle ed ero certa che non sarei diventata una donna delle pulizie come mia madre. Ho cominciato a vivere quando sono scappata di casa per fare la puttana. Quelli ricchi mi avevano presa in giro, quelli poveri come i miei fratelli non li volevo: ero terrorizzata di fare la fine di mia madre che a 40 anni, grassa e sfatta, sembrava già da ricovero.
Sono brava io a far l’amore. Ho cinquantadue anni ma credo che continuerò a essere appetibile per altri dieci. Sono brava a far l’amore e piaccio: certo, col passare del tempo sono stata costretta ad andare due volte dal chirurgo, che però mi ha solo tolto un po’ di doppiomento una volta, e ritoccato il naso, tre mesi fa. Sono brava con gli uomini. La mia pelle è ancora giovane, liscia, forse perché faccio attenzione a cosa mangio, forse perché fumo solo cinque sigarette al giorno, forse perché dormo tanto e bevo acqua in continuazione. Ho imparato a farli impazzire gli uomini, anche perché produco tanto liquido: loro, quando fanno l’amore con me, pensano di essere bravi dal momento che io mi bagno così tanto. Stronzata: mi è sempre successo così, anche andando con qualche cesso.
Con quel ciccione dell’avvocato per esempio: è venuto da me diversi anni fa, perché non sapeva dove sbattere la testa. Sposato da anni, aveva perso la testa per la sua segretaria, poi però, dopo settimane e settimane di tentativi, non era mica riuscito a far l’amore con lei. Sono fragili gli uomini, fragili e stronzi. Anche Mario lo è: licenziò la segretaria e tornò dalla moglie: meglio fottere senza troppo entusiasmo che non fottere per nulla. Solo che il problema gli è rimasto e, allora, disperato si è rivolto a me. Quando ci siamo incontrati la prima volta mi ha raccontato tutto, ma tutto tutto: ero l’ultima spiaggia. Ero anche il suo confessore. Aveva già provato con l’ipnosi, con la respirazione yoga, con vari specialisti. Per non parlare dei soldi che aveva dilapidato nei night, anche in Svizzera. Non gli era servito a niente: l’ansia da prestazione, la paura di non riuscire a fare l’amore li paralizza gli uomini. Sudano freddo, sono disposti a tutto pur di tornare normali. Io con Mario ci sono riuscita. E’ facile. Le prime volte c’è bisogno di tanto tempo. Loro sono lì, incapaci di avere un’erezione solo perché inchiodati dalla paura. Occorre essere brave con le mani: meglio accarezzarli sulle spalle, sulla schiena, sulla testa; guai a toccarli lì, dove loro, stupidamente, sono concentrati. Quello che non funziona è la loro testa: perché è imprigionata nelle loro mutande. Per sbloccarli bisogna parlare, dire cose che possano eccitarli, ma la maggior parte delle volte è meglio parlare di un argomento qualsiasi mentre li si bacia e li si accarezza ripetutamente, con calma, magari ai piedi oppure nel sedere; poi succede che, improvvisamente, dimenticano di essere paralizzati dalla paura e tornano a correre, tornano stronzi appena vedono che il coso funziona ancora. Prima almeno, quando hanno il terrore negli occhi, capisci che stanno toccando con mano cosa vuol dire stare male, maledettamente male.
No avvocato, questa sera non ti racconterò nulla di Clelia. Dì un po’ avvocato, la tua segretaria perché l’hai licenziata? Perché sei come loro, come quelli che trentacinque anni fa se la sono spassata con me, là dietro quegli alberi. Di Clelia meno si sa e meglio è.

 

Dicono di CleliaRemo BassiniMursia 2006

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Pubblicato da: remo | 16 aprile 2013

Le fasi del mio essere scrittore

Come scrittore sto vivendo la fase C.
Ma andiamo con ordine. Tornando indietro di diciassette anni.

Fase A.

Ho meno di quarant’anni. Ho perso tempo: nel senso che ho lavorato facendo di tutto, ho studiato, ho recitato, mi son messo anche a giocare a bowling a livello agonistico, “ma hai perso tempo” mi dico quasi ogni sera. Almeno un libro avresti dovuto tentare di scriverlo. Dicevi a tutti che saresti diventato uno scrittore, no?
Allora, a me piace scommettere. La scommessa fu: Finirò di scrivere il mio primo libro prima di compiere 40 anni.
E così fu. Nel 1996 avevo terminato Il quaderno delle voci rubate.
Non c’era internet e quindi cercai i nomi degli editori dovunque: riviste, pagine bianche gialle blu. Giornali.
Per anni collezionai solo risposte negative. Ci furono però due agenzie letterarie che mi chiesero di apportare modifiche: non le ascoltai).
Prima della fase B successe questo (è cosa nota, ma non a tutti). Inviai il manoscritto a Laura Bosio che dopo alcuni mesi mi telefonò. Il libro le era piaciuto, mi disse che dovevo aggiungere un capitolo. Le diedi ascolto. Il libro fu pubblicato dal giornale in cui lavoravo e lavoro, La Sesia. Fu regalato agli abbonati (che erano 1600 e che avevano facoltà di scelta: o il mio libro o un euroconvertitore con agenda; la metà scelse il mio libro),
Era il 2002. Avevo impiegato sei anni a vedere il mio manoscritto diventare libro.

Ma non potevo certo sentirmi uno scrittore. Avevo pubblicato… in famiglia.E Il quaderno delle voci rubate non era stato distribuito alle librerie.  Certo, potevo andare orgoglioso, perché Laura Bosio mi aveva detto di scrivere ancora.

FASE B
E’ l’autunno del 2003. Mando in lettura il primo capitolo e la sinossi di Dicono di Clelia a Mursia e Mursia, dopo nemmeno un mese, mi telefona.
Casa editrice Mursia, cerchiamo il signor Bassini.
Io penso: vorranno vendermi qualcosa. No, volevano leggere tutto il libro. Alcuni mesi dopo il verdetto, che è positivo.
Mentre attendo che Mursia stampi il libro scrivo Lo scommettitore e lo mando in lettura a Fernandel. Mi telefona Giorgio Pozzi, il libro gli è piaciuto. Lo pubblicherà.
Primi mesi del 2006. Escono, a distanza di pochi mesi l’uno dall’latro, Dicono di Clelia e Lo scommettitore.
Lo scommettitore diventa libro del mese e poi dell’anno di Fahrenheit.
A fine 2006 mi contatta la Newton Compton. Mi chiedono se ho un romanzo nel cassetto.
Ne sto scrivendo uno, rispondo.
Mi fanno il contratto ancor prima che io finisca di scrivere il libro che ho in testa, La Donna che parlava con i morti (che avrà una prima tiratura di 4mila copie e una seconda di 1500).
Poi scrivo e pubblico Tamarri (raccolta di racconti che mi viene chiesta da Historica), poi scrivo Bastardo posto. La Newton ne annuncia l’uscita nel suo catalogo del quarantannale (vedi sotto, fotografia della pagina del catalogo inglese), ma arriva la crisi, la Newton blocca o rallenta le pubblicazioni, compreso Bastardo posto. Io aspetto, poi nel 2010 rescindo con la Newton, e propongo Bastardo posto ad alcuni editori.
Il primo che mi risponde “Ti pubblico” è Luigi Bernardi, allora direttore di Perdisa.
Accetto subito perché Bernardi mi piace, e poi mi piace scommettere su Perdisa.
Ma forse faccio l’errore della mia vita: un’altra casa editrice, ben più importante di Perdisa, mi avrebbe pubblicato…
Forse l’errore è imperdonabile: considero infatti Bastardo posto il mio miglior libro.
Comunque. L’espereinza con Perdisa – a parte il mio errore – la ritengo valida.
Tant’è che nel 2011 (oltre al racconto lungo Il monastero della risaia che esce per SenzaPatria) sempre con l’editore Perdisa (editor è Antonio Paolacci) pubblico Vicolo del precipizio, metalibro su Cortona e i ricordi.
A questo punto però, si affaccia la Fase C

Fase C

Ho nel cassetto quattro racconti neri, intitolati Nel buio assoluto di un bagagliaio.
Ho nel cassetto il mio primo libro, Il quaderno delle voci rubate. In pratica è un libro fantasma (che tanti, penso per esempio a Luisito Bianchi o alla “donna che parla con i morti”, lo considerano il mio miglior libro).
Ho nel cassetto un giallo ambientato a Torino dal titolo Il caso Lingua Macabra.
La fase C, già. Che mi ricorda tanto la Fase A.
Sono nel cassetto ma anche in giro, che cercano un editore.
Ma va bene così. Non mi sento una vittima del sistema.
E quando dico a me stesso che posso anche smettere di scrivere so che sto dicendo una bugia.
Creperò povero (perché ho le tasche bucate), creperò scrivendo.
Certo, quando la crisi d’astinenza da scrittura si protrae come si sta protraendo adesso un po’ comincio a preoccuparmi. Solo un po’:

(Mamma mia quanto ho scritto)

libri

Pubblicato da: remo | 14 aprile 2013

la regia bancaria unica: della Germania

Chi l’ha detto che per avere un’Europa unita dobbiamo avere una regia bancaria unica da parte della Germania?

Lo dice un giornalista greco. Coraggioso.

Qui.

Pubblicato da: remo | 10 aprile 2013

una grande storia d’amore: che fa male, però

A proposito di storie vere. Alcuni di voi questa storia l’avranno già letta. La postai sul blog che ho nell’on line de Il Fatto.
Aitan lesse e commentò così:
Se non fosse vera, sarebbe proprio una bella storia, edificante, di quello che nonostante tutto ti fanno sorridere di ottimismo.
Purtroppo è vera.
Sebbene – soprattutto a chi l’ha vissuta – sebbene faccia male, dicevo, è una grande storia, perché c’è tanto amore dentro.

Anche se era primavera, fu un giorno bruttissimo per Cetty. Il peggiore che lei ricordi. Perché Salvatore, Salvo per lei e per gli amici, tornando a casa, aveva parole e occhi di pianto, il peggiore pianto: quello che non vuole trattenere le lacrime, anzi.

La gemelline, Sara e Martina, giocavano di là, nell’altra stanza, nel box. Camminavano già, ma non bene.

Salvo e Cetty, siciliani, vivevano al nord da circa un anno. Da quando, cioè, lui aveva trovato lavoro all’ospedale di Vercelli come medico ematologo. Il suo primario gli aveva detto: organizzami l’ambulatorio. E lui l’aveva fatto nel migliore dei modi. Con scrupolo. E soprattutto con tanta umanità, perché chi ha la leucemia, si sa, ha più possibilità di farcela se ha un medico che lo segue come un fratello, se ha un medico che lo prende sottobraccio e gli dice: guarda che ce la farai, ce la faremo.

Lottava con i propri malati, insomma Salvo. E il primario, i colleghi, Fabio soprattutto, stravedevano per lui. Così bravo, così giovane, così umano. Farà strada, dicevano. Così fortunato: due belle bimbe e Cetty, la donna della sua vita, dopo il lavoro.

Ma ecco che arriva il giorno buio. Il nero. Sono malato, gravemente, dice Salvo a Cetty, un brutto giorno di primavera. Si abbracciano, piangono insieme, per ore. Poi parlano piangendo. E decidono che tutto deve continuare come prima, che nessuno, insomma, deve sapere (perché Salvo, gli accertamenti, li ha fatti fare da una persona amica, che starà zitta).

Così, la vita continua, in casa, con le gemelle che crescono e hanno voglia di giocare, e in ospedale, dove Salvo continua, in ambulatorio, a fare forza ai propri pazienti. Tutti i giorni. Ce la farai, ce la faremo.

Finché ha avuto forza così ha fatto. Vivendo da eroe gli ultimi mesi della sua vita. Cetty, dopo averlo assistito fino alla fine, è tornata a Siracusa. Insegna ora. E cresce le due bimbe. E non pensava che sarebbe tornata a Vercelli, città che a lei fa male, quando ci pensa, eppure l’ha fatto, è tornata giorni fa, un anno dopo la morte di Salvo, portandosi appresso le gemelline. Che sgambettano sicure, ora.

Doveva prenderle in braccio e mostrare loro qualcosa, Cetty. Con orgoglio.
La targa dove si legge Dottor Salvatore Berretta, ambulatorio e Ematologia. La direzione dell’ospedale ha organizzato la giornata, ma la targa l’hanno voluta (e pagata) i malati.

Ce la farai…

(Questa storia, purtroppo, è vera. Questo post è dedicato a Cetty, alle due gemelline, Sara e Martina e ai genitori del dottor Salvatore Berretta).

Pubblicato da: remo | 9 aprile 2013

perduto amore

E’ un pomeriggio d’estate. In una casa di riposo del vercellese vedono arrivare una signora in taxi. E’ una donna ricca, è vedova, arriva dal nord est.
Avrà ottantantacinque anni, portati benissimo.
E’ arrivata lì per rivedere il suo perduto amore che di anni ne ha novanta ma è come se ne avesse duecento, o forse più.

Sono giovani. Vent’anni lui, nemmeno sedici lei. Lui è di buona famiglia, lei è figlia di gente che lavora i campi. Del loro amore le rispettive famiglie nemmeno lo sanno.
Lui è a rischio-cartolina, e in effetti arriva la chiamata dell’esercito italiano.
L’addio – come migliaia di altri addii – è tra lacrime e promesse d’amore eterno.
Per un po’ l’attesa della ragazza è l’attesa di una lettera: che arriva, puntuale, per essere baciata, letta e riletta, conservata con cura sotto il cuscino.
Finché ne arriva una, dolce come le altra ma destinata ad essere diversa: è l’ultima lettera.
La ragazza pazienta, prega, timidamente chiede.
Nessuno sa dirle nulla.
Finché un giorno un amico della famiglia l’avvicina e le dice che il suo amore è disperso, come tanti.
Ricomincia l’attesa, paziente e testarda. Ma poi finisce la guerra e di lui non resta che quell’ultima lettera che non doveva essere l’ultima.
La ragazza si rassegna, lascia il paese, va nel nord est, conosce un uomo facoltoso, si sposano.
E quando, ormai ottantenne, rimane vedova, ripensa al suo perduto amore di quando aveva sedici, diciassette anni.
Ha soldi, e quindi può permettersi di cercarlo. Si affida a un avvocato, l’avvocato si affida a un investigatore privato.
Dopo qualche ricerca, alla signora arriva l’esito della ricerca, che è… positivo: il suo perduto amore è ancora vivo.
Da militare non si era comportato da uomo: lo avevano infatti congedato come un inetto, una femminuccia che ha paura di morire e della guerra. E, tornato a casa, i familiari si erano talmente vergognati di lui che lo avevano rinchiuso.

Si sono rivisti, due anni fa. Gli occhi lucidi della donna e quelli spenti di lui, forse per un attimo, si sono incontrati.

(Questa è una storia vera al novanta per cento. L’inizio e la fine son veri; in mezzo mi son preso delle libertà).

Pubblicato da: remo | 6 aprile 2013

frammenti della mia vita

Ho passato la Pasqua a Cortona. Leggendo libri e rileggendo alcune cose del blog, che sto risistemando.
A cominciare dal “segmento” ricordi.
C’è tanto della mia vita, qui: http://remobassini.wordpress.com/ricordi/

Penso che aggiungerò altri frammenti.

Pubblicato da: remo | 26 marzo 2013

Ricordi da ricordare

Non ha senso chiederci quanti anni abbiamo.
Ha senso chiederci quanti giorni abbiamo: con un ricordo almeno da ricordare.
Quanti giorni ho, io?
(Quanti ne avrò?)

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Pubblicato da: remo | 15 marzo 2013

Facevamo sempre troppo tardi

Restano solo i ricordi, ho scritto in Vicolo del precipizio.

Ne ho di nuovi.
Piove, e ai giardini siamo rimasti solo io e Federico Libero detto Cico. (Se qualcuno gli chiede come si chiama, risponde: Federicoliberodettocico).
Mamme, nonni e bambini sono andati via, tutti; io metto Cico sull’altalena e lo riparo con con l’ombrello rosso.
Sempre ai giardini, stavolta è una bella giornata di sole, arriva un tipo su un calesse trainato da un pony; le mamme lo guardano e magari pensano, questo è pazzo; io invece mi avvicino, prendo Cico in braccio, salgo sul calesse; il tipo fa trottare il pony veloce veloce sull’asfalto del campo di basket, dove non c’è nessuno. Un po’ mi pento, sta andando troppo forte, magari questo è un pazzo penso anche io. Cico però dice, Ancora ancora. Dopo qualche minuto rallenta (e io sospiro) e si ferma. Gli allungo due euro, gli chiedo, Bastano? Mi fa, anche troppo. Cico, mentre scendiamo, dice, Ancora ancora (per la verità dice: ancoa, ancoa).
Ne ho di vecchi.
Parigi, 1989.
Tutte le mattine al risveglio, in un bar dopo un indecente caffè francese, gioco a flipper con una bambina, Sonia; ha nove anni, è mia figlia, è abituata ad avere un babbo bambino. Giochiamo in silenzio. Io col pulsante sinistro, lei con quello destro del flipper. Eravamo bravini.
Al mattino, nei mesi in cui devo portarla a scuola, Sonia sa che le farò fare tardi perché ho fatto le ore piccole (a studiare, o leggere; o anche solo ad ascoltar la radio…). Ha imparato a farmi il caffè, a prepararsi da sola. Mi porta il caffè, poi mi dice, Babbo dormi ancora cinque minuti ma poi andiamo, sennò facciamo tardi. Intanto si carica la cartella sulle spalle.
Babbo, ancora cinque minuti e poi andiamo…
Facevamo sempre tardi.

Pubblicato da: remo | 8 marzo 2013

primavera, cani, laureati, insonnia (voluta)

Stanotte non ho acceso la stufetta qui, accanto alla mia scrivania. Eppure piove e caldo non fa. Ma solo ora mi sono accorto di non averla accesa, insomma sta arrivando la primavera anche se non senbra.
Tra poche ore porto il mio vecchio cane dal veterinario, poi andrò a lavorare e poi andrò a riprenderlo. Sarà senza testicoli, domani sera il mio cane che soffre di prostata (e a volte urla, di notte, così io devo vestrmi in fretta e portarlo in giro).
E poco fa ho visto su facebook un grillino che vantava l’alta percentuale dei laureati nel movimento5stelle.
Io sono laureato (lavorando in fabbrica prima e in un albergo, poi, e al giornale, infine), ma non me ne vanto. Tanti amici miei, figli di operai (come me), non hanno potuto laurearsi. Io volevo, e poi soffro di insonnia voluta. Invece di dormire mi dico, Stai sveglio e sto sveglio, come ora, che andrò in cunina a farmi un tè nero e leggere, mezz’ora un’ora, fumando la pipa.
Ci son quelli che si dicono Stai calmo e s’incazzano ancora di più, no, se io mi dico qualcosa a volte, specie di notte, mi obbedisco.
Poi quando scrivo mi obbedisco ancor di più.
E buona giornata (o notte)

Pubblicato da: remo | 5 marzo 2013

ma il lupo Rodolfo è su youtube?

A mio figlio Cico, tre anni e un mese, ho raccontato, inventandola ( e senza pensarci troppo), la storia del lupo Rodolfo.
Il lupo Rodolfo era un lupo molto buono, ma dal momento che era un lupo tutti scappavano via.
(E Cico, quando dico, lupo Rodolfo, dice: No, no, no).
Si avvicinava alle persone e diceva: Ma io sono un lupo buono, uffa, e ululava.
(Qui Cico tace, e ascolta).
Però nessuno, nessuno voleva giocare con lui, e lui diceva: Ma uffa, io sono un lupo buono.
(Cico si convince: Rodolfo è un lupo buono).
Un giorno, però, arriva il gatto Bergamino. Che non ha paura del lupo. E gli dice: dai, giochiamo insieme.
(Cico applaude):
E giocano a nascondino.
I gatto Bergamino conta, uno, due, tre, quattro… fino a dieci, e il lupo Rodolfo si nasconde dietro a della legna.
Intanto si è fatta notte. IL gatto Bergamino cerca il lupo dietro a una panchina, dietro all’altalena, ma non lo trova. Poi vede la legna e prova a vedere se il lupo Rodolfo, per caso, è lì.
Quando però il gatto Bergamino vede il lupo nascosto tra la legna, si spaventa, e scappa via pure lui.
Noooo, noooo, non scappare anche tu, dice il lupo Rodolfo.
(A Cico, qui, viene da piangere).
Guardando la luna e le stelle, alla fine il lupo Rodolfo si addormenta. E mentre dorme piange, perché sogna di vagare solo per le strade, con le persone che fuggono quando lo vedono.
A un tratto però, una carezza sveglia il lupo Rodolfo.
Si tratta di Clarissa, la padrona del gatto Bergamino, che dice al lupo: Il gatto Bergamino mi ha detto di te, mi ha detto che sei un lupo buono, vuoi venire a vivere con noi?
Ma certo, dice il lupo Rodolfo, che la segue felice. Arrivano a casa e prima si mette a giocare col gatto Bergamino, e poi mangia una scodella di latte insieme al suo amico gatto. Clarissa, che invece mangia un piatto di pasta al pomodoro, li osserva e sorride.
(E poi? Mi domanda Federico Libero detto Cico. E poi basta, dico io. E lui: senti, andiamo a vedere il lupo Rodolfo su youtube?).

Pubblicato da: remo | 2 marzo 2013

quando una recensione

cosa ci spinge a leggere un libro? il passaparola (risposta scontata), il profumo della carta (risposta romantica), il titolo e la copertina (risposta dei più), le prime pagine (risposta esatta), frasi lette a caso (risposta rischiosa).

e le recensioni?
raro che mi convincano (anni fa, però, mi fidavo di Beniamino Placido)
questa recensione, però, mi ha convinto e domani cercherò questo libro (e se non lo troverò lo prenderò su ibs, mi ci sto abituando a ibs: questo perché, nella mia città, non ho più una mia libreria).
la recensione, dicevo
http://www.claudiapriano.com/2013/02/libredine-leggete-stoner-john-williams.html

penso, dopo aver letto la recensione, che potrebbe piacermi come lettore e che potrebbe insegnare qualcosa alla mia scrittura.
la scrittura ha sempre sete, ed è sempre sempre nel deserto, con la gola arida

Pubblicato da: remo | 27 febbraio 2013

di Grillo (e d’altro)

A Bersani vorrei domandare: come la mettiamo con l’alta velocità? Ai grillini invece voglio chiedere: ma se e come allearsi col Pd lo decide uno solo?

Ho scritto questa cosa qua, tanto su facebook quanto su twitter.
Che il Movimento5stelle potesse andare bene l’avevo scritto due giorni prima del voto, sul mio giornale.
http://www.lasesia.vercelli.it/stories/Cronaca/3194_grillo_far_il_botto_comunque_sia_c_sfiducia/

Sul fenomeno Grillo sarà il futuro a dirci di più.
Ora è tutto un gran parlare e sparlare.
Penso che gli stessi grillini si stiano interrogando…

Parlando d’altro.
Sto leggendo “Lo stato delle cose” di Richard Ford. Lettura che non decolla. Lo trovo lento, macchinoso, sebbene ben scritto.
E sto scrivendo un nuovo romanzo, o forse no: non decolla nemmeno quello.

Buone cose a tutti quelli che passano di qui (prima di fecebook erano tanti, dai 400 ai 500 al giorno; ora, quando ci sono 100 visitatori è festa; 150 è natale o pasqua, a scelta)

Pubblicato da: remo | 25 febbraio 2013

Vecchi

C’è un post drammatico, oggi, su il fattoquotidiano.it. (firmato da Marina Sozzi)
La storia di un ottantenne di San Mauro che prima uccide la moglie malata e poi se stesso.
Ecco il post.
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/02/25/ottantenni-suicidi-e-problema-del-fine-vita/511597/
Tanti commenti.
Tra i commenti c’è un certo querty che scrive.
ricordo che i vecchi hanno già vissuto. I giovani devono ancora vivere. I vecchi hanno già avuto la loro parte, hanno avuto tutto, lavoro e famiglia, magari senza neanche uno straccio di laurea. Basta. Non devono rubare dal piatto degli altri.
A quelli che osano lamentarsi che prenderanno la pensione “solo” a 70 anni, ricordo che i giovani non la prenderanno mai.
L’eutanasia? Io non ho mai parlato di eutanasia. Chi ha già vissuto dovrebbe proprio capire di togliersi di mezzo da solo, non scaricare perfino questa responsabilità sugli altri.

internet fa pensare.

Pubblicato da: remo | 20 febbraio 2013

Perla

Per quasi tutte le mie storie ho avuto bisogno di documentarmi per mentire meglio, per mentire con consapevolezza, non per raggiungere la verità storica.

Mario Vargas Llosa

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