Le porte del mondo non sanno
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l’alba di questo giorno non sorgerà più
La bambina è contenta di restare in casa, anche se è un sabato pomeriggio di primavera. E’ nella sua stanzetta nuova nuova della nuova casa. Sotto, c’è il suo cane. Nella sua stanzetta, la gatta con cui è cresciuta.
Dormono insieme lei e la gatta, sempre.
La bambina guarda un vaso di fiori, oltre la finestra. Non si è accorta che suo padre è entrato nella sua stanzetta.
Ciao, sto per uscire, le dice lui.
Lei si volta, si scambiano un sorriso.
La bambina guarda il padre con uno sguardo diverso, e poi gli dice: Sai, ho nostalgia del presente.
Mi è venuto in mente di scrivere questa cosa qua dopo aver letto questo, sul profilo facebook di Laura Mattei:
Pensa, che l’alba di questo giorno non sorgerà più (Dante)
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Io, il calcio, Delio Rossi
Da quando sono bambino mi interesso di calcio. E sono un tifoso (che se va alla stadio, però, non va aldilà degli applausi) della Fiorentina.
Quando avevo dodici tredici anni scrissi alla Fiorentina: Mi mandate la foto della squadra? Mi mandarono la foto di allora (con Superchi, Chiarugi, Amaridlo, De Sisti…) e le foto di due giocatori. Ho ancora tutto nel cassetto dei ricordi.
Il calcio di serie A di oggi è un calcio malato.
Niente da spartire per esempio con i giocatori del Grande Toro (mi commuovo sempre quando rivedo il filmato con i funerali dei giocatori del Torino morti a Superga).
I giocatori, oggi, non hanno nessun attaccamento per la maglia. Sono strapagati, non sanno nulla della vita vera. e poco gli interessa. C’è solo qualche eccezione, ogni tanto.
Dal passato al presente, faccio alcuni nomi.Quello del poeta-portiere del Torino, Terraneo. E quello di Gianluca Pessotto, che ha vestito la maglia che calcisticamente odio di più, quella della Juve. Ne faccio un altro: Damiano Tommasi. Un altro ancora: Agostino Di Bartolomei.
Un grande calciatore, un grande uomo stritolato dalla vita e morto suicida.
(Altri giocatori me li ha suggeriti la mia amica-calcisticamente-nemica Elena, nel commento: Gaetano Scirea, Xavier Zanetti, Alessandro Del Piero. Tra quelli che giocano a me stanno simpatici Gastaldello, Palombo, Borja Valero).
Leggo di un calciatore straniero arrestato per stupro.
Non è il primo caso.
Ogni tanto si legge di qualche calciatore che si droga, che vende le partite, che ammazza qualcuno in auto.
Poi però, se giocano bene diventano idoli, e tutto viene dimenticato.
Sono tifoso della Fiorentina, dicevo.
E l’anno scorso a Firenze arrivò l’allenatore Delio Rossi. Un uomo di cui ho stima.
A mio avviso, diede un gioco nuovo, brillante alla squadra. Che aveva grossi problemi di organico. Era quasi priva di attaccanti, per esempio…
Delio Rossi, però, si porterà dietro (non so ancora per quanti anni) l’immagine del violento. L’anno scorso infatti – è storia trita e ritrita -, mentre si stava giocando Fiorentina-Novara, Delio Rossi sostituì il calciatore Ljajic, che non gradì e, uscendo, gli disse qualcosa. Cosa disse Ljajic a Delio Rossi non si è mai saputo (Te l’ha detto tua moglie di sostituirmi?… è una delle opzioni più gettonate nel web), sta di fatto che Delio Rossi perse le staffe, aggredì il giocatore, e perse anche il posto di tecnico della Fiorentina.
Certo che sì, Delio Rossi ha sbagliato.
L’avesse aggredito Ljajic lontano dalle telecamere avrebbe comunque sbagliato di meno: chi stupra, uccide, va a mignotte o si fa di coca o ammazza qualcuno perché va ai duecento all’ora lo fa comunque lontano dalle telecamere e viene poi perdonato da pubblico e giornalisti.
Mi spiego meglio: Delio Rossi torna ad allenare, e tutti a ricordare l’aggressione a Ljajic. Delio Rossi con la sua Sampdoria affronta la Fiorentina e il tormentane ritorna.
Avete mai visto un giornalista chiedere a un calciatore: e come sta andando il processo per omicidio colposo?
Semmai il contrario: a volte c’è del buonismo nei confronti di chi magari è stato squalificato per il calcio sommesse: “Poveraccio…”.
Io di Delio Rossi e Ljajic ho un altro ricordo. Ljajic che sbaglia un rigore e Delio Rossi che, a fine partita, gli dà una manata amichevole, da padre insomma, sulle spalle.
Io l’ho interpretata così: Delio Rossi, che è sanguigno, certo ha sbagliato, ma si è sentito un po’ come il padre tradito dal figlio.
E così da quest’anno son diventato anche un po’ tifoso della Sampdoria. E se ho preso in simpatia la Sampdoria di Garrone non è solo per Delio Rossi o perché Genova è una città che amo; ho apprezzato questa società di calcio che spesso interviene a favore del Gaslini, ho apprezzato che l’incasso di Sampdoria-Catania sia andato alle vittime dell’incidente al porto, ho apprezzato che i giocatori non la volessero giocare quella partita che, in effetti, doveva essere rinviata.
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ubuntu
Mise un cesto di frutta vicino ad un albero e disse ai bambini che chi sarebbe arrivato prima avrebbe vinto tutta la frutta.
Quando gli fu dato il segnale per partire, tutti i bambini si presero per mano e si misero a correre insieme, dopodiche, una volta preso il cesto, si sedettero e si godettero insieme il premio.
Quando fu chiesto ai bambini perché abbiano voluto correre insieme, visto che uno solo avrebbe potuto prendersi tutta la frutta, risposero “UBUNTU”, come potrebbe uno essere felice se tutti gli altri sono tristi?”
UBUNTU nella cultura africana sub-sahariana vuol dire: “Io sono ciò che sono per merito di ciò che siamo tutti”.
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Siamo strani di fronte alla morte (ciao Enrico)
Oggi è morto il mio medico. Si chiamava Enrico Aramini, siamo cresciuti insieme.
Abbiamo fatto anche a botte, da piccoli, una volta; lui che era più grosso e più forte, mi prese la testa con un braccio a mo’ di tenaglia e mi abbassò, stringendomi forte e facendomi male; io feci di peggio: mi liberai morsicandogli la pancia.
Poi è diventato il mio medico, ma soprattutto è rimasto l’amico di sempre (che regalò a mia figlia, studentessa di medicina, il manuale di Anatomia).
L’ultima volta che mi ha visto mi ha salutato come faceva spesso, dandomi un bacio in fronte: mi voleva bene, ma voleva bene a tutti i suoi pazienti, anche a quelli disperati, che puzzano o fanno gli spacconi… Anche a quelli che lo prendevano in giro: era superiore, lui, mi diceva, Poveracci…
(I preti nelle loro omelie sparano cazzate e sono insopportabili; oggi il prete, no, l’ha detta giusta: gli eroi sono così, come Enrico).
Siamo strani di fronte alla morte.
Quando morì mio fratello accarezzai la bara.
Oggi, quando ho visto la bara con dentro Enrico ho guardato per un attimo e basta: mi faceva male guardarla.
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è solo idea d’amor
Buon primo maggio a tutti
e buon primo maggio a mia figlia Sonia che oggi fa gli anni
(come fa gli anni il gatto Miou-miou),
buono primo maggio dicevo
con questa ballata bella e triste
(soprattutto bella)
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poesia stu-penda
Amo i solitari, i diversi,
quelli che non incontri mai.
Quelli persi, andati, spiritati, fottuti.
Quelli con l’anima in fiamme.
Charles Bukowski
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epilessia (e una data da ricordare)
Ho sofferto di epilessia. Una tara ereditaria, pare.
Lo fu un fratello del babbo, han sofferto di epilessia due miei cugini. Anche mio fratello Moreno.
La prima crisi, il 23 settembre 1975, giorno del mio diciannovesimo compleanno.
Ultima crisi: agosto del 1991.
Ma c’è un’altra data da ricordare.
Allora, prima crisi, ho 19 anni. Ne arriva un’altra l’anno successivo, settembre 1976. Lavoravo in fabbrica.
Da allora, una crisi ogni due mesi, a volte anche una al mese.
Va a sapere tu: tutte al mattino, soprattutto di sabato o domenica. Ma qualche volta succedeva anche in fabbrica.
1980, primo maggio: nasce mia figlia Sonia.
15 di maggio, ho una crisi.
Ed è questa la data da ricordare
Ho una crisi e dico: non ne voglio più avere, non voglio avere PAURA di tenere questa bimba in braccio.
va a sapere, ma da allora niente più crisi fino al 1991.
I medici, prima di quel 15 maggio 1980, mi dicevano: cerca di fare una vita tranquilla.
Di dormire. di nutrirti senza eccessi.
Dal 1982 ula mia vita cambia: e non è per niente tranquilla.
Fabbrica, palazzo nuovo ogni giorno (quindi Vercelli- Torino andata e ritorno).
4 ore di sonno, a volte anche meno.insomma, da quel 15 maggio 1980 in poi sono stato operaio-studente, ho recitato a teatro, lavorato di notte in un albergo, giocato a bowling a livello agonistico, scritto libri, letto libri: quasi sempre di notte.
Bevendo caffè e fumando o il toscano o la pipa.
Io credo sia stato importante, per me, aver messo da parte la paura.
Nel 1983 mi iscrivo a Lettere e leggo I demoni di Dostoevskij.
Nei demoni, si dice che Maometto era epilettico perché dormiva poco.
All’epilessia di Dostoevskij, alla mia epilessia e all’epilessia di tutti gli epilettici, ancora oggi guardati di traverso e spesso con disprezzo, dedicai una poesia.
Non so scrivere poesie, io.
Ma questa mi piace:
A Dostoevskij
Epilessia,
malefica dea che insegni
ai tuoi figli bastardi
a sottrarre
secondi alla notte:
la pena di morte
è
a ogni passo.
Ad ogni passo
il viso può schiantare
nel selciato
dove
calpestati e rinnegati
crescon fiori il cui nome
nessuno conosce.
Domenica è la giornata nazionale per la lotta contro l’epilessia.
Andrò a Torino, io.
http://www.apice.torino.it/appuntamenti.htm
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Incipit lampo
Sa di antico il mio piccolo bar: è sotto i vecchi portici, nel cuore di questo paese, proprio vicino alla grande piazza dove si svolgono i comizi, si va al mercato oppure in Municipio, dove gli operai salgono sull’autobus che li porta nella zona industriale e dove la domenica la gente prima va a sentir messa nella maestosa chiesa di Santa Flavia e poi va a comperare i dolci della pasticceria Delrosso. Qui agli inizi del 900 c’era la bottega di un falegname.
(Da “Il quaderno delle voci rubate”, La Sesia, 2002, Vercelli).
Credo di aver premuto talmente tanto i tasti del telecomando da aver rischiato di romperlo. Di sicuro mi sono fatto male alle dita, e alla mano tutta. Da due ore ero davanti alla televisione. Due di notte. Carla mi aveva dato il bacio della buonanotte verso le undici, le bambine un’ora prima.
(Da “Dicono di Clelia”, Mursia, 2006, Milano).
L’origine di tutto si perdeva lontano. Scommetto che da qui alla scuola riesco a correre senza respirare. Scommetto che se la mamma me le dà col battipanni io non piango. Scommetto che se il maestro mi guarda cattivo io non abbasso gli occhi. Scommetto che se me lo tocco, poi, quando mi piace tanto tanto, riesco a fermarmi. Scommetto che nessuno ci riesce a fare questo. Scommetto che se ho sete resisto senza bere. Scommetto che se ho mal di pancia non lo dico a nessuno. Scommetto che gli altri non sono così bravi.
(Da “Lo scommettitore”, Fernandel, 2006, Ravenna).
Si parlava poco di lei. Quando se ne parlava i vecchi dicevano, ma solo in certe occasioni, banchetti funebri, domeniche nebbiose trascorse tra amici e parenti a mangiar castagne, dicevano, questi vecchi, che era «come una santa». Santa Nunzia del bosco. O dei castagni. Aveva poco più di vent’anni quando lasciò il Palazzone per andare a vivere come in clausura nel cascinale in fondo alla valle, costruito in una sola estate dai muratori venuti da lontano con muli e cavalli da tiro, in fretta, e un capomastro che urlava, e gente armata su cavalli e mule, a controllare. E di lei per anni e anni si disse, ma si seppe poco. Si seppe, ma si disse poco del suo peccato.
(Da “La donna che parlava con i morti”, Newton Compton, 2007, Roma).
Sotto i portici, di notte passate le tre, il manichino nudo e senza sesso del negozio d’abbigliamento non si vergogna, come succede di giorno, se qualcuno, per caso, si ferma e lo guarda. È notte, notte di marzo stanotte, piove forte. In questo momento, Paolo Limara, fissando la vetrina del manichino nudo, ha appena incrociato i suoi occhi; non l’ha fatto apposta, non avrebbe voluto, eppure è successo.
(Da “Bastardo posto”, Perdisa Pop 2010).
Torino, luglio. La tazza è quella della sua infanzia, era quella del latte, dei biscotti e di «sbrigati Tiziano, sei sempre l’ultimo, guarda che chiudon la scuola». Sta sorseggiando il suo caffè forte e amaro, è in piedi, quando avrà finito di bere porterà la tazza in cucina, la laverà e la asciugherà con cura, quindi si metterà a rincorrere i ricordi, scrivendo fino all’alba. Anche se non è mancino, la tazza è sorretta con la sinistra; la destra, però, è sotto, per precauzione, metti che caschi. Non è un gesto di sempre: è di stasera. Stasera, per la prima volta ha pensato che quella tazza lo ha seguito, sempre. Fa caldo stanotte, a Torino.
(Da “Vicolo del precipizio”, Perdisa Pop 2011).
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bignami del momento politico
Il Governo delle larghe intese, o dell’inciucio, è quindi cosa fatta.
Ma torniamo indietro all’ipotesi di Rodotà, presidente della Repubblica
C’erano tre opzioni.
IPOTESI 1 – Governo Bersani-Sel con l’appoggio del Movimento5stelle.
Sgradito al mondo bancario e a chi vuole la Tav a tutti i costi.
Sgradito al potere centrale europeo.
IPOTESI 2 – Elezione del nuovo capo dello stato e nuova consultazione elettorale.
Do poco gradimento, immagino io, a chi è stato appena eletto, grillini compresi.
Impercorribile.
Restava la terza strada, dell’inciucio che, diacomolo, è quella che fa più schifo, ma tant’è.
(La politica non è per gli idealisti e i sognatori).
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Buon 25
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Libri interrotti: “E la gente lo sa che sai suonare”
Anni fa (e per tanti anni) scrivevo e distruggevo, strappando carta.
E l’abitudine è rimasta anche con il computer.
Elimina.
E l’idea di una storia sfuma: per sempre.
Qualcosa, da un po’ di tempo, però rimane. Libri che non vanno avanti, preferiscono così, loro, i libri interrotti.
Un esempio.
Le mie mani non sono né belle né grandi: ma diventano magiche sui tasti del pianoforte. Sui tasti del pianoforte – è però importante che la mia mente senta solo la musica, e pensi a cose belle oppure tristi, ma non deve, la mia mente, pensare a quello che stanno facendo le mia mani, deve lasciare che corrano, come figli ribelli che si allontanano da casa -, sui tasti del pianoforte, dicevo, le mia mani riescono a incantarti, e se sono bravo, se azzecco la musica giusta, le mie mani riusciranno a farti piangere bella bambina dagli occhi che non ho ancora visto, ma che so bellissimi.
E’ la prima volta che sei qui, in questa trattoria tra queste colline. Ho intravisto solo come sei vestita, sei elegante come un fiore di campo, non come un fiore di serra, ho intravisto solo i tuoi capelli biondi e ricci; ora, che sto suonando, è come se ti vedessi, perché sei alle mie spalle, dove c’è il camino, state mangiando ma tu e i tuoi amici, mi sembrano belle persone anche loro, non fate chiasso, e quindi, se non fate chiasso, vuol dire questo vuol dire: che stato ascoltando me (e non vedete, anche perché c’è un po’ di penombra, che suono con quattro dita, io, indice e medio della mano destra, indice e medio della mano sinistra).
Sto suonando per te, io, ora.
Magari ti rapirò, poi, cantandoti una canzone.
Piccola, sapessi cosa facevano le mia mani due o forse tre ore fa: piangevano. Piangevano davvero.
Che schifo piccola (sto cambiando musica, ora, Lascia ch’io pianga di Hendel è quello che ci vuole): ero sulla tazza del cesso, cercavo di masturbarmi pensando a Ines, però non ci riuscivo, riesco a suonare il pianoforte, senza pensare, ma non riesco a suonare me stesso, così piangevo, e le mia mani, piccole, tozze, quasi da nano, erano bagnate: di lacrime anziché di sperma.
Ines, chissà con chi è e dov’è stasera. Son certo che non è né a casa né dai parenti, ché Ines il sabato esce sempre e torna a casa più tardi che può, una volta andammo fino a Parigi, dormimmo in macchina, prima di dormire lei, sfacciata, si spogliò, mi venne in braccio, le dissi, No dai mettiti almeno la maglietta, mi disse, Luca che paura hai?, feci in tempo a vedere il suo seno, qualcuno stasera ti leccherà i capezzoli Ines?, e delle luci di una torcia, anche: la polizia, era la polizia.
Mi sentii perso, e non mi piacque come finì, non mi piacque: Ines che scherza coi poliziotti, io che sono lì, come uno scemo, che ascolto mentre loro parlano, prima con animosità, poi i toni si fanno amichevoli. Io che non so una parola di Francese, Ines che invece lo parla, bene, e incanta quei poliziotti con le sue parole, i suoi occhi, il suo modo di fare.
C’è casino di là, all’ingresso: Anna sta alzando la voce. Ci risiamo, i soliti ubriachi del sabato. La colpa è di Anna, di quando offrì da bere a tutti, qualche mese fa. Vogliono, pretendono di bere gratis, quei bastardi figli di papà, così risparmiano i soldi per la cocaina. Anna e Giuseppe non riescono a spaventarli, devo smettere di suonare, così se smetto ti passerò davanti, piccola, e guarderò i tuoi occhi, oh sì che li guarderà e ti sorriderò perché tu sei bella come Ines, la mia prima moglie, però forse non farò in tempo, perché Anna, che vorrebbe diventare la mia seconda moglie, sta urlando ora: c’è bisogno delle mie mani piccole ma forti, devo alzarmi insomma, anche se non ne ho voglia.
Per vent’anni queste mani hanno caricato e scaricato merce.
Eppure in questo locale si fanno delle illusioni su di me, Davvero non ha fatto il conservatorio? Allora ha imparato a suonare con qualche mostro sacro del jazz, e a me piace che la gente s’immagini che io sia un musicista.
Ma devo andare, mi è sembrato di sentire uno schiaffo.
Appena vedranno le mie spalle da scaricatore di porto si cheteranno.
(Come piacevano a Ines le mie spalle quando la prendevo in braccio, e mentre le baciano i seni lei scendeva e saliva dentro la mia anima).
Ines che mi dice, Stai con me, vero Luca?
Eravamo piccoli, facevamo le medie. Quanti anni avremo avuto io e Ines? Ricordo alla perfezione, mi pare di risentirla la voce di Ines bambina che pronuncia quella frase, è primavera, siamo sul parco che c’è davanti allo stabile in cui viviamo, in cui siamo cresciuti.
Io sono il figlio di Caino, a volte sono il figlio di Giuda: mio padre fa la guardia, in fabbrica, gli altri ragazzi mi prendono in giro, sono il figlio di uno spione iscritto al sindacato fascista, sono il figlio di uno che fa licenziare i suoi compagni di lavoro. Mio padre, ogni tanto, becca botte. Un paio di volte finisce anche all’ospedale. Non serve. E’ più spia, più cattivo di prima. E mia madre, quella cretina di mia madre, è orgogliosa di lui.
La mamma, invece, fa la portinaia, viviamo al piano terra.
Ines, invece, sta in cima, ottavo e ultimo piano, piano attico, naturalmente, con grande terrazzo ornato da limone nani, rose, edera, biancopsino.
Il padre di Ines è un magistrato, la mamma di Ines, invece, non fa niente: era una modella, fa la signora, ora. Non fa nemmeno la spesa: ci va mia madre, per lei.
Sì, questo è un ricordo nitido (abbastanza nitido): c’è Ines, facevamo le elementari credo, che vuole venire con noi, al supermercato, ed è contenta, anche mia madre lo è, sono il figlio di due servi, io: si inchinano davanti al padre e alla madre di Ines.
Non lo sopportavo, io, quella bambina, ricordi Ines che cercavi di darmi la mano e io non volevo?
A sedici anni io e a quindici anni lei succede che le nostre mani si cerchino, in cantina. Accarezziamo i nostri corpi, io entro dentro di lei.
Siamo cresciuti insieme, insieme proviamo schifo e rabbia verso le nostre famiglie.
Ma quella frase, Stai con me, vero, Luca?, Ines quando la pronunciò, prima di quel pomeriggio di dicembre in cantina o dopo?
Faccio fatica, stasera, a prendere sonno.
Sono già tre volte che Anna mi raggiunge in sala: è tesa, dopo quello che è successo. Ho mollato un pugno a uno di quei ragazzi, sembrava tutto a posto. Invece poi è arrivata una pattuglia di carabinieri, mi hanno portato in caserma, c’è una denuncia, ora, contro di me. Quel cocainomane che ho steso è figlio, ti pareva?, di un magistrato, l’ha sussurrato un carabiniere ad Anna.
Non so se è più preoccupata dalla possibile chiusura del locale o dal fatto che io non la raggiunga: mi vuole accanto, mi vuole, io però faccio finta di leggere e lei non osa interrompermi. Sospetta che io mi senta umiliato. No, mi sentii umiliato quella notte, con Ines e i poliziotti francesi che ridevano. Si prendono mica gioco di me?, avevo pensato.
No Anna, mi frega niente di subire un processo. Vorrei scappare da te, Anna, che sei una gran brava donna, poco donna però. Vorrei scappare, mi basterebbe una notte, con la bambina dai capelli biondi, che non ho fatto in tempo a vedere. Di che colore saranno i suoi occhi, blu, come quelli di Ines, oppure neri?
Ho voglio di uscire di qui, qualche volta l’ho fatto, ma non posso. Poi Anna mi domanda, Sei stufo di me, vero?, e piange. L’ultima volta, vedendo che non rispondevo, mi ha slacciato i pantaloni, e si è abbassata.
Ho fatto male, io, ad aprire gli occhi, dopo qualche secondo: ho visto i suoi capelli, tinti male, ho visto i capelli grigi che diventano rossi ma grigi sono, e mi sono sentito vecchio, eppure a quarantacinque anni non si è vecchi, eppure Ines è più vecchia di Anna, ma io con questa donna muoio, devo scappare da lei.
Voglio un angelo biondo, dagli occhi blu oppure neri, non importa. Voglio morire con un angelo biondo, io, senza pensare a Ines.
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i politici (ne Lo scommettitore)
Era pulita, lei, sensibile. Ma era comunque un politico e lui, i politici, li conosceva bene.
Non li stimava. Tutti ridicoli, bugiardi, ambiziosi, assetati di potere e attorniati da servi, tanti servi, inchini, salamelecchi.
Le rare eccezioni, i puri di spirito, li considerava il peggio del peggio.
Se vogliono salvare il mondo facciano i missionari e non fingano di essere vergini, visto che stanno al fianco dei pescecani.
Carmen apparteneva a questa sottospecie; Carmen, quindi, non era il suo cliente ideale.
e poi
C’erano mille altre cose, più importanti di uno slogan, casereccio e trito e ritrito, da valutare e da affrontare, una per una.
Parlando secco, veloce, disse: Punto primo, lei dovrà vestirsi come dico io e i discorsi elettorali non li dovrà improvvisare, nel modo più assoluto. Lei li mette giù, o li fa mettere giù da un addetto stampa, ma poi li rivedo io. E alla fine di ogni discorso lei deve ripetere il suo slogan, Con la gente; deve imparare a dirlo come se fosse un’unica parola, Conlagente, ha fatto teatro no? A volte dovrà quasi sussurrarlo, magari quando c’è silenzio, in certi ambienti intimi, ma il più delle volte dovrà quasi urlarlo, perché deve entrare nella testa di tutti. Specie nei quartieri periferici, dove vivono i disgraziati, quelli che se va bene leggono i titoli di Sorrisi e canzoni: lì, lei dovrà presentarsi come una regina, una Giovanna d’Arco, un’Evita Peron. Slogan e strette di mano; e caramelle ai bambini e bagnoschiuma alle mamme, ma questo sarà di competenza dei suoi collaboratori. Lei deve solo sorridere, muovere le mani quel tanto che basta: il suo saluto dovrà somigliare a una benedizione papale.
un estratto più ampio de Lo scommettitore lo si trova qui, sulla rivista on line Sagarana.
Lo scommettitore è edito da Fernandel.
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Un grande fotografo dal grande cuore
E’ morta una persona che mi era cara. Si chiamavo Pino Barale.
Un uomo semplice, buono.
Un grande fotografo.
Ho un’agenda con dentro le foto che mi ha regalato.
Un bimbo che guarda una bolla di sapone, viale Garibaldi con la neve…
E’ il 1986, e il giorno del mio trentesimo compleanno varco la soglia di quello che diventerà “il mio giornale”, La Sesia.
Allora era piccolo: due giornalisti, operati tipografici, una segretaria, pochi collaboratori.
Mi presero per correggere le bozze e per scrivere: di cultura e sport.
C’erano due fotografi. Uno, ormai vecchio, era celebre: Luciano Giachetti detto Baita aveva fotografato la Resistenza durante. Tanti altri fotografi l’avevano fotografata dopo.
E Luciano Giachetti detto Baita, che era malato, aveva detto: Pino Barale è il mio erede alla Sesia.
Ciao Pino, ricordo ancora quando salivo nella tua macchina. Mi chiedevi di farti “annusare” e “gustare” un po’ di fumo del mio toscano, ché tu avevi smesso di fumare.
Sei morto troppo presto, ma hai lasciato in chi ti ha conosciuto il ricordo di un uomo buono, semplice, di poche parole.
Che tu sia stato un grande fotografo è inutile che lo dica: il grande Baita, prima e meglio di me, lo aveva detto.
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la coincidenza di giovedì
Allora, torno a giovedì. Al post di giovedì: un estratto del mio libro Dicono di Clelia.
Dove l’ho preso? Dal mio vecchio blog, che però non c’è più. Oscurato, scomparso.
Nella rete, però, qualcosa è possibile recuperare.
E qui ci sono un po’ di post del mio vecchio blog, appunto.
http://web.archive.org/web/20060511003329/http://www.remobassini.it/blog/index.php?paged=3
Sempre giovedì. Sul blog di Massimo Maugeri, c’è una recensione di Ivo Tiberio Ginevra a Dicono di Clelia.
Eccola qua.
Giuro: non lo sapevo. Ed è una coincidenza, no?, parlare di un libro uscito nel 2006.
E’, Dicono di Clelia, il romanzo di cui io…. dico di meno.
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