Pubblicato da: remo | 9 agosto 2014

Intervista

Non lo avevo segnalato, perché impegnato in campagna elettorale, ma questo è il link

http://www.libreriamo.it/a/6973/remo-bassini-una-passione-per-la-scrittura-divisa-tra-giornalismo-letteratura-e-politica.aspx

dell’intervista che, a fine marzo, mi ha fatto Rosalia Messina nel suo bel blog,

Pubblicato da: remo | 13 maggio 2014

1906: bandiere rosse che sembravano fiori

Questo racconto è stato pubblicato nell’antologia intiolata Ribelli (Robin edizioni), due anni fa.
Un brano fu letto e interpretato, nel corso di una serata organizzata dalla Cgil ad Alessandria. Ci fu anche un canto delle mondine, mi dissero. Non c’ero io quella sera, perché avevo la chiusura del giornale.
Per scrivere questo racconto ho utilizzato la raccolta del giornale La Sesia del 1906 e i racconti che mi ha fatto Mimma Bonardo.

Attesero e poi salirono insieme sul treno. Maestra Angelina Rossi di anni ventinove e don Gualtiero Scorsi, cinquantenne. Lei si sedette subito, in una carrozza affollata. Per bagaglio aveva solo un borsone nero da viaggio, di medie dimensioni. Don Gualtiero invece, trascinando la sua grossa valigia, cercò e si accomodò in un vagone senz’anime, in fondo al treno. Quella mattina alla stazione di Vercelli, erano stati in sei a salire sul treno. Don Gualtiero, osservando gli altri cinque, quattro uomini e una giovane donna, pensò che non ne conosceva alcuno, e si sentì bene, ché non aveva voglia alcuna di parlare o, peggio, d’essere oggetto di attenzioni; la maestra Rossi, invece, non guardò nessuno in faccia. La testa bassa, il volto pallido, fissava mesta la pavimentazione. Fu l’unica a non girarsi verso sinistra quando arrivò il treno da Torino. Fu anche l’ultima a salire, parve avere un ripensamento; tant’è che don Gualtiero, dietro di lei di un paio di metri, per non inciampare dovette schivare la borsa nera di lei. Non ci fece caso, il sacerdote, che tra i manici del borsone c’era, piegata, una copia del giornale sovversivo “La risaia”. L’avesse vista, mosso dalla curiosità, forse avrebbe cercato di parlare con la maestra Rossi. Si fossero intrattenuti a conversare, avrebbero così scoperto di essere due esiliati. Avrebbero anche detto, l’uno dell’altra: Dunque lei è… di cui tanto ho sentito parlare.

Madre adorata,
ora che il giornale mi ha licenziato ho tanto tempo a disposizione e quindi vengo a rispondere alle domande dell’ultima vostra lettera, di un mese fa; domande a cui io, sopraffatto dagli avvenimenti, colpevolmente non ho risposto. Provvedo senz’altro adesso. Prima voglio che sappiate questo cara mamma: quando mi sveglio al mattino sono fiero di me, non pensate adunque ch’io soffra. Certo, s’è infranto il mio sogno di fare il giornalista, ma non è detta che io non riprenda la mia amata professione. Ho fatto domanda all’Avanti, il che, lo so cara mamma, non farà di certo piacere al babbo. Se mi pigliassero, pensate voi a chetarlo, magari a organizzare una bella festicciola.
Nell’ultima vostra mi chiedevate informazioni di don Gualtiero, un curato certo strano, che vi incuriosiva. Ricorderete che quando giunsi a Vercelli ero disperato. I sindacalisti più importanti, Cugnolio e Somaglino, ma non solo loro, gentilmente, declinavano l’invito a farsi intervistare da un giovane giornalista. Col senno di poi, dò loro ragione: facevano bene a sospettare del mio giornale. Rammentate cara mamma che cercai di parlare, e il suggerimento fu vostro, con alcune mondariso? Voi avevate visto un’immagine loro pubblicata in qualche rivista. Avevate letto che cantavano, gioiose.
Cara mamma, gettatela via quella fotografia, ché la mondine con le camicette bianche e il cappellino in testa non sono mondine vere. Le mondine, cara mamma, vestono di stracci, o sono secche secche, per via della malnutrizione, o sono gonfie, perché mangiano solo patate e polenta. Mamma vedete, le vere mondine non sono quelle che arrivano nel vercellese dall’Emilia. Le vere mondine sono quelle locali, vivono di stenti, fanno la fame, muoiono di malaria. Molte di loro, a trent’anni, sembrano avere la vostra età, e sono cagionevoli di salute.
Ricorderete che mi fu difficile parlare con loro: comprendevano le mie domande ma mi rispondevano in dialetto vercellese, che somiglia al francese, ma la parlata è veloce e io facevo fatica a seguirle. Poi vi confesso una cosa cara mamma: io, che sono cresciuto nella bambagia, avevo in uggia di entrare in quelle case che puzzano di umido e, se ci sono anziani o bimbi piccoli, anche di urina. Il marito di una mondina, un pomeriggio, mi offrì da bere, ma io cortesemente rifiutai, dicendogli di non aver sete. In verità ne avevo, ma avevo altresì visto che quello era l’unico bicchiere che possedevano e che conservavano, con una tazza, un tegame e una pentola di rame, in un recipiente ai piedi del letto.
Ora vengo a don Gualtiero e a come lo conobbi. Un collega del giornale locale di Vercelli, La Sesia, una sera, cenando, mi parlò di lui. Mi disse che di sicuro era un bravo prete, ma che essendo di idee socialiste l’indomani sarebbe stato richiamato, e severamente, dall’Arcivescovo. Il giorno dopo, incuriosito, mi svegliai alla buon’ora e mi appostai davanti al palazzo Arcivescovile. Lo vidi arrivare in ora tarda. Non più giovane, con la barba lunga, aveva lo sguardo di un moccioso. Questa mia impressione si rivelò azzeccata. Uscì dopo un’ora e mezzo. Mi presentai, e per cercare di stargli simpatico gli dissi che sapevo, sapevo che era lì per essere redarguito dai suoi superiori in quanto socialista. Mi sorrise, ma non proferì parola. Poi, da una sacca estrasse un Vangelo e, mostrandomelo. mi domandò: Secondo lei il Vangelo è socialista? Penso proprio di no, dissi io, stoltamente. Mi guardò, mi sorrise e mi disse che era in ritardo e che doveva scappare. Io, incoraggiato dal suo sorriso lo seguii, e gli posi mille quesiti mentre, a passo sostenuto, ci recavamo verso il centro della città; gli chiesi della frazione dove viveva lui, si diceva a Vercelli che fosse la più scalmanata in fatto di rivendicazioni, gli domandai cosa pensasse degli scioperi per le otto ore, dei socialisti, dei giovani facinorosi di cui si diceva un gran male, gli domandai se conosceva Cugnolio, l’avvocato di buona famiglia che stava dalla parte delle mondine e dei contadini. Spazientito, davanti al ristorante “I tre re” si fermò e, sbuffando, mi invitò a prendere nota di alcuni nomi. Me ne dettò almeno trenta. Gli domandai: Chi sono? Invece di rispondere soggiunse: E aggiunga la maestra Rossi, che non conosco e della quale non conosco il nome di battesimo. Dopo aver annotato “Maestra Rossi” domandai: Di grazia, chi sono queste persone? Brave e rette persone di mondo che possono fare al caso suo, lei vada da loro e domandi, domandi degli agrari, delle malattie, dei bimbi di dieci anni che mondano il riso, vedrà che ne scoprirà di cose, io sono solo un curato di campagna un po’ matto, disse, per poi soggiungere: Le avranno detto dei canti delle mondine? Risposi: Son belli, li ho sentito con le mie orecchie. Severo mi rimbrottò: Allora non ha sentito bene, sembrano canti di gioia, ma sono nenie funebri. Quelle donne muoiono prima delle altre, perché la risaia uccide. Gli dissi che sì, sapevo della malaria. Buio in volto mi disse: La fame, la mancanza di medicine, di latte per i bambini, la sporcizia, lo sa che le loro case non hanno pavimenti? Stavo per dirgli che ne avevo vista una ma che, sinceramente, non ci avevo fatto caso, del resto la giovane coppia di contadini che mi aveva offerto da bere viveva in una stanza buia, illuminata solo da una fessura sulla parete, solo che non ebbi modo di proferire altro. Don Gualtiero entrò infatti nel grande e bel ristorante lasciandomi in istrada, a grondare sudore. Pensai male di lui, allontanandomi. Parlava di fame e intanto andava a ingozzarsi di cose buone in un posto che io, essendo in economia, non potevo permettermi.
M’era venuta fame, così andai in una bettola proprio di fronte e ordinai un piatto di pasta e ceci e un buon bicchiere di barbera. Mentre attendevo sentii degli strepiti in istrada. Era don Gualtiero che inveiva. Lo vidi allontanarsi pieno di rabbia, rosso in volto. Fui fortunato: ché nella stessa osteria dove stavo assaporando frutta di stagione sopraggiunse un cameriere del “Tre re” a raccontare l’accaduto. Don Gualtiero, approfittando della bontà d’animo del proprietario del “Tre re”, era andato a ritirare il pane raffermo avanzato, come usava fare ogni giorno, per poi poterlo dare ai contadini più poveri. Mentre stava uscendo con il suo sacco di pane duro in spalla aveva incontrato due alti prelati che stavano entrando insieme ad altrettanti proprietari terrieri. Forse, ma questa è una mia supposizione, gli stessi che poc’anzi lo avevano redarguito. C’era una tavola imbandita, tutta per loro. Don Gualtiero, lì per lì, aveva finto di non vedere, ma poi era tornato indietro e, indicando i cibi già serviti in tavola, aveva urlato ai quattro se sapevano cosa significasse la parola fame.
Cara mamma, tutti hanno in grande considerazione i sindacalisti e i socialisti che sono a capo della piccola rivoluzione a Vercelli. Ne ho anche io di considerazione per loro. Ma il coraggio di quel prete, la sua rabbia, non li dimenticherò mai.

Caro cugino,
mi hanno espulso dalla scuola. Ho stracciato il documento del Ministero dove c’è scritto che io ho sobillato i fanciulli e arrecato danno alla comunità vercellese. Sì sono colpevole. Ho portato i bambini al fiume un giorno di marzo. Ho chiesto loro di fare un gioco. Li ho portati in una “lama”, che è una sacca d’acqua calda, dimenticata dal fiume, e ho detto loro di entrare, poi di piegarsi, come le mondine, e di stare così, per qualche minuto, sotto il sole. In classe ho poi chiesto loro di immaginare e di raccontare per iscritto quanto faticoso sia lavorare per ore e ore sotto il sole, tra zanzare e bisce. Lo so ho esagerato, sono tutti di buona famiglia, ed è scoppiato il putiferio. Una maestra anziana mi ha aggredito… sdegnati, i genitori delle famiglie più facoltose si sono rivolti al prefetto e al sindaco. Essendo io la figlia di un generale, prefetto, sindaco ed alte autorità scolastiche, sebbene io abbia dato scandalo, hanno temporeggiato, comunque no, caro cugino, l’origine vera della mia espulsione è stata un’altra.
A gennaio ho partecipato ad alcune manifestazioni organizzate dalla Lega delle mondine. Sì, hai sentito bene, mi son mescolata a loro, come una di loro. Le frequento da mesi, quando posso partecipo anche alle riunioni di quelle donne che invocano otto ore di lavoro e un aumento di 25 centesimi. Lavorano come bestie, quaranta, a volte cinquanta giorni l’anno, lavorano per comperare farina, medicine, la lana per fare calze, coperte per i bambini.
Ora cugino ti farà male leggere quel che sto per scriverti, ma debbo farlo affinché tu capisca e poi siamo cresciuti insieme, ci vogliamo bene. Ho bisogno di confidarmi almeno con una persona che sappia comprendere.
Quella notte di gennaio, era il giorno ventitré, rientrando da una riunione, io e una lavandaia, moglie di un muratore socialista, siamo state assalite da cinque animali. Ci hanno schiaffeggiate, poi hanno abusato di noi. Io lo so chi sono: squadre di crumiri assoldati dai terrieri. I gendarmi che ci interrogarono, fummo infatti soccorse da una ronda di soldati, invece erano di altro avviso: dissero che si trattava di alcuni estremisti, che dovevano essere puniti severamente. Le mie indicazioni affinché i veri colpevoli fossero condannati furono evase bellamente. Ci fu poi una complicanza di non poco conto: la lavandaia, che è anche madre di tre bimbi, implorò ai gendarmi di non dire nulla sull’accaduto, ché avrebbe preferito non far soffrire suo marito… Fu accontenta.
Caro cugino, il ricordo di quella notte è terribile. Per me si tratta del primo ricordo, ora velenoso. Il primo uomo a cui mi son concessa è dunque un essere immondo e malvagio. Anzi son due… Si può sopravvivere a un ricordo così brutale? Caro cugino, non è tutto. A gennaio scoprii d’essere gravida. Tu non ci crederai, ma quella notizia non mi recò sconforto, anzi, allontanai le mie tristezze e aspettai con ansia la primavera. Per quella creatura sarei stata il padre e la madre. Per quella creatura avrei rinunciato all’insegnamento, a tutto. A testa alta avrei portato avanti quella maternità svergognata agli occhi del mondo. Presi una decisione. Avrei portato a compimento l’anno scolastico, sarebbe stato l’ultimo, la mia creatura, che cresceva piano piano, non avrebbe dato nell’occhio… Fosse nato maschio l’avrei chiamato Modesto, come l’avvocato che difende le mondine in lotta. Fosse nata femmina l’avrei chiamata Teresa, come una mondina di vent’anni che è morta di malaria alla vigilia delle nozze: ho visto quando han chiuso la bara, l’hanno sepolta col vestito da sposa.
Forse ho sbagliato a sognare di chiamare Teresa la mia creatura, forse quel nome, Teresa, era una maledizione, o un presagio di morte.
Ora ti racconto le mie pene, caro cugino, tu cullale se puoi.
Due mesi fa centinaia di mondine si son recate di corsa alla stazione. Era arrivata la notizia che stava per arrivare a Vercelli un treno carico di crumire venete e romagnole, i padroni rispondevano così agli scioperi. Bisognava impedire che quel treno arrivasse. Alla stazione, nonostante i carabinieri a cavallo che minacciavano di caricare, le mondine, con coraggio, si sono stese sui binari, cantando: quel treno, se proprio doveva arrivare, doveva calpestarle, farle a fette. C’ero anche io, ma in disparte, ché temevo per la mia creatura. E fui felice quando il treno di crumire indietreggiò. Ne gioii, abbracciando le altre donne temerarie. Quel giorno fu vinta una gran battaglia. Caro cugino, devi sapere che le mondariso quando vengono attaccate dalla cavalleria si difendono con il “pucio”. Si tratta della spilla che viene usata per tenere i capelli durante la monda. Durante i cortei serve per far imbizzarrire i cavalli. Alla stazione non ce n’era stato bisogno. Quando pòarve tutto finito successe che in un vicolo, io e altre mondariso, incontrammo dei carabinieri in sella ai loro cavalli. Ci riconobbero e ci sfotterono, nulla più. Una sciagurata, però, senza motivo alcuno punse un cavallo, che si imbizzarrì e mi travolse. Caddi, cercando di proteggere il ventre con le mani, ma non feci a tempo…
Quando mi sono svegliata all’ospedale ho pianto e non ho chiesto niente a nessuno. Sapevo di aver perso la mia creatura.
All’ospedale venni anche interrogata dai gendarmi e intanto si sparse la voce: oltre a essere una socialista ero anche una donnaccia.
E’ questo il vero motivo per cui sono stato espulsa.
Riparerò in Svizzera, ho venduto la casa. Presto mio fratello, che è all’oscuro di tutto, riceverà la sua parte. So che disapprova il mio modo di pensare e anche il mio agire. Tu, che sai tenergli testa, raccontagli tutto, ti prego. Io penso di essermi comportata rettamente.
Ti abbraccio caro cugino,
tua Angelina.

Cara madre,
la pagina più bella della rivoluzione vercellese è avvenuta il primo giorno di giugno. Quando ci rivedremo vi farò leggere l’articolo che telegrafai a Milano e che è all’origine del mio allontanamento. Al posto del mio ne han pubblicato un altro, pieno di fandonie. Hanno scritto che a Vercelli c’è stata una manifestazione di tremila contadini. Gran falsità. Pensi madre che i sindacati hanno controllato e annotato tutti i gruppi provenienti dal circondario, contando quasi undicimila presenze. Alle mondine e ai mondariso maschi si sono uniti i metallurgici, i muratori, i garzoni dei forni dei panifici, anche i commercianti della città hanno abbassato le serrande e si sono messi a manifestare. Le mondariso cantavano le loro canzoni, oppure urlavano “otto ore, otto ore”, e le strade e le piazze erano più belle, sembrava che le bandiere rosse fossero fiori. L’avvocato Cugnolio ha poi incantato la piazza con un discorso che ha rapito i cuori: i più hanno applaudito, con forza, ma tante donne han pianto per la grande emozione.
Il momento più bello è stato quando dal balcone del municipio sono uscite due mondine che hanno annunciato la gran vittoria: e cioè la firma sul contratto per le otto ore di lavoro in risaia. Seguì un boato di gioia grande come il cielo. Ora non lavoreranno più dall’alba all’imbrunire come schiave piegate, mentre una capa, da dietro, le controlla, o mentre il padrone, a cavallo, ordina loro di fare più in fretta. Hanno alzato la testa, quelle disgraziate. Madre, io sono convinto che il mondo da oggi sia migliore.

Signorina, signorina, il biglietto per favore. Sta bene?

Pubblicato da: remo | 17 marzo 2014

elezioni 4 (su facebook)

Nella sua bacheca, Alessandro Sampietro scrive:

Allora… immagino che questo post attirerà una quantità industriale di commenti malevoli e velenosi. Benissimo, così saprò chi cancellare il prossimo repulisti… be’, no. Non mi fregherà niente… ma, non perdiamoci ulteriormente in inutile chiacchiericcio… dunque, sono Alessandro Sampietro, scrivo narrativa “se posso e quando posso”, La mia posizione lavorativa ufficiale è di pensionato, per via di un’orribile forma primariamente progressiva di sclerosi multipla.
Però la S.M. (sclerosi multipla o Sfiga Maledetta, fate voi)
non mi impedisce di pensare. Pensare e scegliere, per esempio quale candidato votare, in qual Sindaco alle ormai prossime elezioni che verranno tenute a Vercelli, e che vedranno contrapposti la pur meritevole Maura Forte, il De Maria, l’onnipresente Mazzeri e Remo Bassini, l’ex direttore de “la Sesia”, il foglio delle notizie cittadine (e non solo). Per chi schierarsi, sempre ammesso che vorrò ritenere opportuno esercitare il mio sacrosanto diritto/dovere. Bene, immagino che la mia scelta non possa ricadere su altri che BASSINI.
Innanzitutto lo conosco bene e lo stimo moltissimo, conosco la sua invidiabile storia professionale e quella di uomo, poi ho letto i suoi libri, cosa che mi ha aiutato moltissimo a comprendere la grandezza di quest’uomo. Insomma l’amore che provo per la mia città mi fa sperare in Bassini e mi fa credere che Vercelli lo meriti.

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banner Bassini Sindaco

Qualcuno ha commentato: Tanto non vince.

Io ho risposto così.

Che parole posso usare – sono bloccato da alcuni minuti a leggere rileggere – per commentare un ringraziarti? Ti faccio una promessa amico: che io arrivi primo oppure ultimo vedrei, non ti deluederò. Un abbraccio caro Alessandro.

Pubblicato da: remo | 3 marzo 2014

Vicolo del precipizio a Radio onda d’urto

Intervista su Vicolo del precipizio, che è uscito per Perdisa Pop nel 2101, a Radio Onda d’urto

 

 

Pubblicato da: remo | 27 febbraio 2014

Elezioni 3 (noi abbiamo un sogno)

Prima riunione dei componenti le due liste che sosterranno la mia candidatura (una lista si chiamerà Vercelli Libera e nasce dall’esperienza della Lista Civica Voce Libera, la seconda lista non è stata ancora battezzata). Accanto alle personeche gravitano alla Lista Civica Voce Libera e accanto alle persone che gravitano attorno a Sel se ne sono aggiunte altre. Qualcuno si è definito di centrosinistra (e anche anticomunista) ma altri,i più, provengono da esperienze di sinistra progressista: Rifondazione, Sel, Pd e movimenti vari. Insomma, una sorta di partito laburista in miniatura, senza simboli di partiti. E’ stato ampiamente discusso il problema delle primarie di coalizione con il Pd. Un paio di interventi hanno rimarcato che non facendole si perde un’importante opportunità. Ma tutti gli altri hanno votato contro le primarie con il Pd. Al ballottaggio (perché al ballottaggio o il Pd o noi arriviamo, dal momento che è inimmaginabile che il centrodestra stravinca al primo turno dopo gli sconquassi che ha fatto) faremo il possibile e l’impossibile affinché la città cambi governo. A livello strettamente personale aggiungo questo. Ho contattato (affinché si mettessero in lista) delle persone che conosco da anni e che sono deluse dalla sinistra in genere e ancor più dal Pd, soprattutto dall’ultimo Pd. Se l’assemblea avesse votato per il sì alle primarie di coalizione queste persone se ne sarebbero andate. E per me non avrebbe più avuto senso candidarmi. Noi lottiamo per un sogno, noi lottiamo per cambiare la città. Non è vero che il centrosinsitra si presenta spaccato. Si presenta con due volti, precisi. Avessimo fatto le primarie e poi ci fossimo presentati con un unico candidato sindaco avremmo dato l’impressione di essere uniti, ma sarebbe stato una grande finzione. Già siamo stati definiti dei perdenti, va bene così. Qualcuno mi ha detto: Ma scusa, potevi diventare o vicesindaco o sindaco… I have a dream. Noi abbiamo un sogno.
Pubblicato da: remo | 24 febbraio 2014

Elezioni 2

Prima dell’incontro con i possibili candidati della lista civica, do un paio di anticipazioni su temi che vorrei fossero inseriti nel programma.
Vercelli città del riso significa anche Vercelli città di un riso con utilizzo di pesticidi. Vercelli capoluogo di provincia deve, in primo luogo, salvaguardare la salute di tutti. Vercelli capoluogo può e deve incontrare altre amministraziono comunali della provincia, perché il problema dei pesticidi (ma non solo) è un problema sentito.
Poi. Viviamo nell’emergenza. Mancano fondi per tante e tante cose (una mensa popolare vera, per esempio).
Allora, io credo che la prossima amministrazione debba fare uno sforzo: garantire la propria presenza in Comune con non più di 5 o 6 assessori e percepire un rimborso, all’incirca di 1000 euro per componente della giunta, sindaco compreso; così da creare un tesoretto per la risposta, immediata, alle situazioni di bisogno. Chi avrà l’incarico deve sapere fin da subito che non si campa sulla politica.

 

proprio oggi ho incontrato un uomo che ha perso il lavoro e che sta meditando di candidarsi con noi. Gli ho detto che non sarebbe serio da parte mia (nostra) fare promesse. Ma due cose le posso pre-annunciare. I tagli allo stipendio di sindaco e giunta di cui ho parlato potrebbero servire (stiamo studiando il modo) a creare qualcosa di concreto. E così pure stiamo ragionando sulla lavorazione dei rifiuti, affinché possa essere fatta a Vercelli. Una persona (della giunta o fuori non importa) dovrà dedicarsi al lavoro, perché, appunto,lal mancanza di lavoro è un cancro. Sono stato disoccupato, so cosa vuol dire.

 

Sbaglia, chi pensa che un giornalista, anche conosciuto, sia un candidato ideale, appunto perché noto. Se fai il giornalista, e lo fai per bene, hai anche tanti nemici. E c’è poi il discorso della cronaca nera. I giornali vivono di cronaca nera, siamo parenti stretti dei becchini, ho sempre detto parlando della mia professione, e sebbene io non abbia mai enfatizzato (né amato) la cronaca nera, sta di fatto che, come direttore, ci ho messo la faccia. Se penso a me, al mio propormi, penso a me come giornalista, come persona cresciuta a Vercelli, come studente lavoratore, come ex operaio ed ex sindacalista. Sono contento di avere mantenuto, negli anni, buoni rapporti con tanti operai della yoshida, fabbrica in cui ho lavorato per sette anni. E penso alle persone con cui condivido passioni culturali, a cominciare dalla passione per la narrativa (il grande amore della mia vita). E comunque, confermo. Ho chiesto ancora del tempo per valutare la possibile coesistenza tra l’impegno politico e futuri progetti lavorativi.

 

 

Pubblicato da: remo | 23 febbraio 2014

elezioni

A maggio, in tante città italiane e a Vercelli si vota per il nuovo sindaco e la nuova giunta.
Tra i candidati ci sono anche io.
Sarò il candidato a sindaco di una, o, più probabile, liste civiche (nate comunque dall’esperienza di Sel e della lista civica Voce Libera).

Su facebook ho fatto questa preciszione.

Quando un giornalista si candida è buona norma che chieda l’aspettativa. Io ho interrotto il mio rapporto con La Sesia ma non ho interrotto altre collaborazioni. E ho dei progetti in ballo. Vedrò cosa fare dopo le elezioni.

Tra i progetti che ho in mente c’è anche un romanzo storico.

Pubblicato da: remo | 14 febbraio 2014

Il giorno dell’addio

Oggi, venerdì 14 febbraio 2014, sulla Sesia, il giornale che ho diretto per nove anni (dopo una lunga gavetta) c’è il mio pezzo d’addio ai lettori. Poi si volta pagina.

Dopo 27 anni di lavoro, qui alla Sesia, comprendendo anche gli ultimi 9 anni di direzione, eccomi giunto – è una separazione consensuale, questa, ma la scelta è mia – al giorno dell’addio.
Di tempo ne è passato da quel 23 settembre del 1986, quando mi presentai e, timidamente, dissi: Voglio scrivere, cronaca, sport, politica, va bene tutto.
Tutto iniziò da questa frase.
Dopo una settimana ricevetti il primo rimprovero. Della segreteria. Se vuoi restare qui, devi imparare a essere ordinato. Non ho imparato, chi ha visto la mia scrivania in questi 27 anni lo sa.
Era ancora, il giornalismo degli anni Ottanta, un bel giornalismo. In redazione c’erano solo macchine da scrivere e telefoni. E un fax, avaro di notizie. Se le volevi avere, le notizie, dovevi alzare il sedere più volte al giorno. Era, per la verità, anche un giornalismo senza tanti scrupoli.
Alcuni giornali sbattevano il mostro in prima pagina, alcuni piccoli imitavano.
Facendo danni.
E’ un errore esasperare la nera in provincia. Se scrivi il nome e il cognome di un diciottenne che ha fatto una sciocchezza, un piccolo furto, del fumo proibito, in provincia lo rovini, perché il passaparola, poi, è implacabile. Un piccolo vanto della mia direzione di questi nove anni: nessun nome di ragazzo autore di qualche sciocchezza, nessuna enfasi a certi suicidi dettati della depressione, magari di anziani. Di errori, comunque, ne ho commessi anche io. Spero pochi.
Ho dato voce a tutti, ma questo non è motivo di vanto: questa è la caratteristica principale della Sesia. E ho dato voce a chi non ne ha. Nemmeno questo è motivo di vanto: è il ruolo che ha il buon giornalista. Chi dà voce ai potenti è un servo, punto.
Come direttore, ho cercato di realizzare un giornale per i lettori. Non ho mai pensato di fare un giornale che piacesse a me, o alla proprietà o alla pubblicità.
La mia regola è stata: il lettore davanti a ogni cosa, e così ho fatto o cercato di fare.
Un esempio. La raccolta di firme che promossi nel 2008 per un ospedale Sant’Andrea migliore. Ne raccolsi 5mila in poco tempo. La gente o spediva, con numero telefonico o fotocopia di documento, o consegnava alla Sesia. Molti mi scrissero, anche, per complimentarsi di un’iniziativa politica scollegata da tutti: Sta dimostrando di essere indipendente sia dalla politica che dai ceto alto borghesi che pensano solo ai propri interessi…
Un’altra battaglia che mi è stata sempre a cuore, ma che non son riuscito a condurre come avrei voluto, è quella sull’ambiente. Sono cresciuto andando a fare i bagni al Sesia, io. Forse l’acqua era già inquinata allora. Di sicuro lo è oggi. Sono cresciuto respirando l’aria di Vercelli, come tutti. Un’aria che è sempre più malata.
Sembra (lo sostengono alcuni medici) che ci siano troppi tumori. Più che altrove. Per la prima volta (grazie al direttore dell’Asl Gallo, alla Fondazione e al Fondo Tempia) si farà un registro. Ma è poco. Poche sere fa, tra le 18 e le 19 camminavo in via Dante: ci vorrebbe almeno una mascherina per difendersi dai gas di scarico del traffico imbottigliato. Non va bene.
Io vorrei che questa città fosse per davvero vivibile. Con i piccoli negozi. Con i bagni pubblici. Con un tetto da offrire per le emergenze, con una mensa popolare. Con feste. E musica. E cinema.
E vorrei una città senza privilegi, senza gente di seria A, di serie B, e di serie C.
Fortuna che conosco qualcuno, fortuna che sono amico di questo o di quello sono frasi che dovrebbero sparire se vogliamo essere, per davvero, una città.
Torno a me. In questi nove anni, ma non ho mai dimenticato che prima del giornalismo, dei libri pubblicati, della laurea io sono stato un operaio, un disoccupato anche. Me lo sono sempre ricordato in questi nove anni di direzione. Ho sempre fatto la coda come era giusto che fosse. Pagato i ticket.
Non ho mai fatto richiesta del pass per la ztl. Ce ne sono già troppi.
Sì, me ne vado, ma a testa alta.
E comunque. Ancora pochi minuti e diventerò un corpo estraneo a questo giornale: mi fa effetto dirlo. Mi fa effetto perché, già lo so, mi mancheranno le chiusure, la sera tardi, o il primo caffè, appena arrivavo in redazione. Mi mancheranno anche le notti trascorse in redazione a lavorare. Una volta mi addormentai. Mi risvegliò la luce del sole, era estate. Corsi a casa. E incontrai per la strada i volti assonnati dei pendolari.
Senza pendolari e senza l’azienda più grande che abbiamo, cioè l’Asl, Vercelli sarebbe morta e sepolta, questa è l’amara verità. Ho detto anche cose scomode in questi anni, e quindi qualcuno brinderà. Va bene così.
Lascio La Sesia, ma sono e sarò ancora un giornalista e uno scrittore.
Insomma, scriverò ancora, e magari organizzerò dei corsi di scrittura per insegnare quello che so, e, inoltre, cercherò di aggiornarmi. Sono tempi di profondi cambiamenti, questi.
Saluto tutti ora, il consiglio di amministrazione de La Sesia, i colleghi giornalisti (compagni d’avventura di questi nove anni), le grafiche e la segretaria (che lavorano con professionalità e tanto ma tanto attaccamento al giornale), il personale dei servizi pubblicitari, gli stampatori, e Patrizia della Seal, che sentivo tutte le settimane per la tiratura, i sindacalisti della Subalpina.
E infine saluto e ringrazio i collaboratori – che per un giornale locale sono come il sangue che circola nel corpo umano, e lavorano più per passione che per altro – e saluto e ringrazio i lettori, che mi hanno dato davvero tanto: scrivendomi, venendomi a trovare, mandandomi al diavolo qualche volta, stringendomi la mano. Non dimenticherò mai una telefonata: «Direttore, io prendo poco di pensione, ma per quella brutta querela io sono pronta a darle quello che posso».
Grandi momenti insomma: da incorniciare.
Scusate se mi sono dilungato, ma questo è un addio senza lacrime o rimpianti.
E buona primavera a tutti.

Pubblicato da: remo | 10 febbraio 2014

ricordati chi sei

Questo blog si chiama Altri appunti. Il vecchio blog si chiamava Appunti. Non c’è più, ma ho conservato “cose”. Uno dei primi post scritti nel 2005 (appena nominato direttore de La Sesia) fu questo.

Una volta entravi in quel bar col giubbettino da operaio e i jeans rattoppati, comprati al mercato. o alla upim, scontati. Un pacchetto di emmeesse grazie, e un caffè, dicevi alla cassa. Ti guardavano di traverso, oppure non ti guardavano: come si usa con gli zingari, quando gli si vuol fare intendere che non verranno cagati.  E c’erano quelli che ti passavano davanti, perché avevano fretta, loro. Il diritto ad avere più fretta di te. Un po’ te ne fregavi, era il bar più vicino a casa tua, lì vicino sarebbe passato l’autobus che ti avrebbe portato alla fabbrica. ma un po’ ti rodeva, anche.
Ora invece ti allungano sigari e sorriso compreso nel prezzo, ti chiamano dottore, sono gentili. Nessuno ti passa davanti. sei dei loro, ormai, sei fottuto, forse. e quel ragazzo, poco più che ventenne e triste – perché la fabbrica è triste anche quando si ride -, a volte si ribella, e ti rimprovera. Che ci fai, tu, lì?
E non ci riesci, tu, a convincerlo
Guarda che non mi vesto come loro, né mi pettino o mi taglio la barba usando il righello. e non passo mai davanti a nessuno io.
Non mi convinci, dice lui, non mi convinci.
Ma non sei contento, ribatto, che ora quasi si tolgono il cappello quando entriamo?
Quando entri tu, dice lui…

Pubblicato da: remo | 30 gennaio 2014

appunti di giornale (2006)

Ad aprile, saranno nove anni di direzione de La Sesia, giornale di Vercelli fondato nel 1871.
Aprile del 2006. Ero direttore da un anno. Scrissi questo nel vecchio blog (Appunti) che ora non c’è più.

 

Allora, domani, primo maggio, uscita anticipata del giornale.
Pochi minuti fa la riunione di redazione.
Un po’ di politica, un po’ di cronaca nera, i risultati sportivi, e una notizia: la morte di una donna di 40 anni, un’insegnante che dava una mano al padre, commerciante. Uccisa dal cancro, proprio come sua madre, pochi mesi fa.

Questa città, 50 mila abitanti e un comprensorio di altrettanti.
Questo giornale, dove la notizia non è solo qualcosa che diventa un articolo: è anche uno stato d’animo che ci accompagnerà fino a stasera, alle 22, quando chiuderemo il giornale. (Due colleghi quella donna la conoscevano).
Succede spesso, qui: che volete, è un giornale di provincia.
Si scrive di vita e di morte. E poco più.
(Devo lavorare, ora).

Pubblicato da: remo | 26 gennaio 2014

La donna che parlava con i morti – 2

Sempre La donna che parlava con i morti, prime pagine. Continua, insomma, il post precedente

Sono tristi le risaie d’inverno, ma resterò sempre qua, tra queste nebbie che avvolgono i miei ricordi. Sono in treno, ora. Ho le cuffie, così nessuno prova ad attaccar bottone e non sento il casino degli studenti. Sto ascoltando La ballata di Sacco e Vanzetti cantata da Joan Baez.
… resterai sempre un po’ anarchica, vero Anna?
Comunque. Finalmente faccio quello che volevo fare anche se, quello che faccio, non è bello come ti fanno credere certi libri o film.
C’è sempre troppa nebbia attorno alla nostra vita. Troppo dolore.
Ho appena risolto un caso e oggi è una giornataccia.
Uno schifo di caso: una giovane madre che, dopo aver scoperto ed essersi data al sesso estremo con il vicino di casa pervertito, ha deciso di gettarsi giù dal sesto piano, vorrei non pensarci ma devo vedere suo padre, il cliente insomma, ho appuntamento alle undici, merda. Devo dirgli la verità – per questo è una giornataccia – altrimenti quello continua a sospettare che sia il genero la causa della morte della figlia, e anche se il genero è un senzapalle che non sa da che parte è girato e che vive per andare allo stadio la domenica, è giusto che la bambina resti a lui.
Mi sto specializzando nelle morti misteriose e nella ricerca di persone scomparse.
La sveglia da anteguerra, ora, mi butta giù dal letto alle sette di mattina. Da due anni. Vado in stazione, prendo un caffè e poi, aspettando il treno che, in un quarto d’ora, venti minuti, mi porterà a lavorare fumo la seconda sigaretta della giornata.
Risaie e ricordi, risaie e ricordi, risaie e ricordi, arrivo, frenata, si scende, caffè al bar della stazione, poi terza sigaretta e via a piedi e in fretta in ufficio.
Ho preferito diventare una pendolare che trasferirmi. Sono troppo attaccata alla mia città. Alla casa che mi ha lasciato mio padre.
La titolare dell’agenzia, mi trovo bene con lei, ha cinquantadue anni ben portati, è specializzata, lei, in corna e spionaggi industriali, mi ha proposto di diventare sua socia; accetterò.
Mi lascia poco tempo libero questo lavoro. E un po’ mi ha cambiata. Sono meno sboccata, ad alcuni clienti dava fastidio; e quando sono distratta non devo gettare per terra i pacchetti di sigarette vuoti e poi cerco di vestirmi in modo decente. Mi arrangio al mercato, comunque, sono mica una figalessa da boutique, io.
A volte, quando mi sento sporca (e vado in crisi) perché lavoro per clienti senza scrupoli, o mi intrometto nella vita degli altri, nei loro tradimenti (in caso di necessità pure io mi occupo di corna) e nelle loro debolezze, rimpiango il lavoro in libreria.
Oggi lo preferirei: perché quando dirò a quel vecchio chi era sua figlia, lo so, mi odierà, mi maledirà; poi mi pagherà; poi, quando me ne sarò andata, bestemmierà, immaginerà la sua bambina che si fa legare a un letto, nuda, che si fa frustare; e poi piangerà, si ricorderà di lei quand’era piccola mentre io passerò il resto della giornata a pensare che sarebbe stato meglio essere in libreria piuttosto che ferire, in modo così atroce, un uomo.
Spero mi creda, spero proprio non mi costringa a mostrargli le foto che mi son fatta dare dal vicino di casa pervertito (l’ho costretto, altrimenti lo denunciavo).
No, no, non devo rimpiangere il mio passato. Vado, racconto, incasso. Ma ricorderò sempre chi ero.
…. due anni fa, giorni che non potrai dimenticare mai, vero Anna?

 Alla riapertura della libreria mancava un giorno. A settembre mancavano invece dieci minuti. Esatti. Guardando l’ora, Anna ipotizzò un brindisi di mezzanotte, come si usa a capodanno. Ci ripensò: era un’idea cogliona.
… di una stupida, inutile commessa di libreria, pensasti. Ti sentivi così. Si è sempre quel che ci si sente. Ma dentro dentro, nelle viscere.
Si alzò dallo sdraio, sistemato al confine tra balcone e camera da letto, spense la radio che trasmetteva un concerto jazz, ma non era serata, quella, per chiudere gli occhi e rilassarsi, ripose in una mensola un vecchio giallo di Georges Simenon, da due ore imprigionato tra la sua mano ed il ventre. E con una birra per salutare l’arrivo del nuovo mese, «sono una stupida commessa, ma di fantasia», disse stappandola (da un po’ di tempo parlava da sola), trascinando lo sdraio uscì sul balcone. A lasciarsi avvolgere dalla noia e dal fumo. Una sigaretta dopo l’altra, scacciando zanzare e bevendo birra, con gli occhi distratti sulla strada: sui fari delle macchine; su due gatti che si rincorrevano; su uomini e donne che rincasavano.
Settembre, senza brindisi e senza farsene accorgere, era arrivato; e, con lui, la notte che si confonde al mattino: con altri uomini e donne assonnati che, dopo il primo caffè, uscendo di casa, per poco non s’incrociavano coi tiratardi.
L’ultima cicca di sigaretta finì sulla strada. Era brava, Anna, a far leva tra pollice e indice e lanciare il mozzicone, che diveniva un piccolo razzo luminoso.
Non restava che coricarsi, aspettare l’arrivo del sonno, svogliatamente, con l’abat jour e il vecchio computer accesi, tanto chissenefrega.
Un’altra notte senza guardare se in cielo ci fossero luna e stelle. Un’altra notte a maledirsi e maledire Fabrizio, la sua fuga.
Non poteva sapere, lei, che la maledizione veniva da lontano, da molto lontano.

Pubblicato da: remo | 25 gennaio 2014

La donna che parlava con i morti – 1

La donna che parlava con i morti, Newton Compton 2007. E’ fuori catalogo, defunto. Spero che prima o poi qualche editore lo faccia resuscitare. Ecco le prime pagine.

Si parlava poco di lei. Quando se ne parlava i vecchi dicevano, ma solo in certe occasioni, banchetti funebri, domeniche nebbiose trascorse tra amici e parenti a mangiar castagne, dicevano, questi vecchi, che era «come una santa». Santa Nunzia del bosco. O dei castagni.
Aveva poco più di vent’anni quando lasciò il Palazzone per andare a vivere come in clausura nel cascinale in fondo alla valle, costruito in una sola estate dai muratori venuti da lontano con muli e cavalli da tiro, in fretta, e un capomastro che urlava, e gente armata su cavalli e mule, a controllare.
E di lei per anni e anni si disse, ma si seppe poco. Si seppe, ma si disse poco del suo peccato: aveva tradito il marito, tre volte più vecchio di lei, per un giovane, bel fattore che poi fu trovato morto, dissero per disgrazia, in un torrente.
La pena per Nunzia la decisero, con la benedizione del marito disonorato, i suoi due cognati; clausura a vita, controllata a vista da due contadine, carceriere spietate in cambio di un piatto di minestra, vino buono, un letto per dormire e per altri piaceri, chissà.
Il vecchio marito si accollò le spese del podere e, si disse, non volle vederla più. Lui e i suoi due fratelli, più giovani, facevano paura. Erano i più ricchi, i più fascisti, i più temuti della zona. Quando Nunzia restò vedova, nessuno osò commentarne l’assenza al solenne corteo funebre che partì dal Palazzone.
Tutti sapevano che viveva in fondo al bosco. E qualche ragazzaccio, temerario, in tempo di guerra, scendendo la mulattiera che porta al casolare dei castagni, da lontano, per rispetto e per paura, l’aveva spiata. Di notte, al lume di luna. Restando incantato da tanta bellezza.
Quando i tedeschi si ritirarono, e i due cognati se la diedero a gambe ché i partigiani li volevano impiccare, Nunzia riapparve. Era tempo di rastrellamenti, scontri, morti vicino al suo casolare. Tanti morti. E vermi sui morti.
L’eterno riposo dona loro o Signore, pregava Nunzia mentre, insieme ad alcuni uomini, posava dei rami di castagno a forma di croce su quei corpi da bruciare col petrolio. Divenne Nunzia dei castagni.
Appena si sparse la voce che era stata ammazzata, tutti diedero la colpa ai cognati. Si sapeva, certo che si sapeva: di notte, ubriachi, per anni erano andati al podere per umiliarla, insieme ad altri camerati. Bevevano, ridevano e viva il Duce. Poi facevano a testa e croce.
Era una moneta a decidere.
Una moneta, poi dimenticata nell’aia d’estate, o nel fienile d’inverno.
Chi perdeva, doveva accontentarsi di schiaffarlo in culo alle contadine carceriere, chi vinceva, vinceva lei. Nunzia.
Ma non erano stati loro ad ammazzarla.
Erano stati i tedeschi. Erano andati da Nunzia senza sapere che nascondesse partigiani, poi testimoni del fatto. Erano andati da lei perché volevano un maiale. Li aveva lasciati fare, Nunzia, ma quando aveva visto che stavano scegliendo una scrofa che doveva figliare, gridò che potevano prendere gli altri, ma non quella. E la mitragliarono.
Dopo la guerra, uno dei cognati tornò nel podere con la figlia; le disse: «Questo è un posto maledetto». E le raccontò di Nunzia «da non dire a nessuno». La ragazza, che di lì a poco prese i voti, se ne andò in convento col ricordo di quel nome.

Pubblicato da: remo | 21 gennaio 2014

Dalla pancia del blog/6: invidie e sogni di una volta

Questa cosa qui la scrissi nel 2008. A un certo punto c’è scritto: Sto per pubblicare. Il riferimento era a Bastardo posto che, infatti, doveva uscire per la Newton Compton. Il giorno in cui il libro doveva andare in stampa mi scrissero: Purtroppo ci sono solo 900 copie prenotate, riproveremo più in là. Non riprovarono, mi rivolsi a Luigi Bernardi e Bastardo Posto uscì con Perdisa. Per la verità si dichiarò disposta a pubblicarlo anche un’altra casa editrice. Una bella casa editrice. Feci l’errore della mia vita, a dirgli No grazie. libri

 

 

 

 

 

 

 

 

No, giuro che non li invidio quelli che vendono più libri di me; spero di raggiungerli, magari di superarli, ma non li invidio. Ho un po’ di invia per quelli che possono mangiare e bere tanto da scoppiare “tanto non ingrasso”, dicono. Giuro che non invidio quelli che son ricchi e hanno soldi. Ho un po’ di invidia per chi vive in un posto di mare. Giuro che non invidio quelli che son più giovani di me; non avrebbero conosciuto le ragazze della mia età; non avrebbero i miei ricordi. Ho un po’ di invidia per chi ha più tempo di me; io, avessi più tempo, lo utilizzerei per leggere, passeggiare in riva al fiume (mancando, dove vivo io, il mare), rimettermi a studiare l’inglese, non parlandolo e non leggendolo ho dimenticato quasi tutto. (Per scrivere mi sta bene il poco tempo che ho,di notte: ho sempre scritto in fretta, o di notte, oppure dovunque). Non ho nessuna invidia per chi vive serenamente; non posso invidiare, in questo, caso, ché i casini, io, me li vado a cercare e certe volte dubito che vivrei benesenza. Ma ora mi fermo, sto diventando noioso. Quel che invece mi premeva dire, fin dalla prima riga che ho scritto, è questo: ho una profonda invidia per chi riesce a vivere senza far piangere altri, senza far danni, senza ricevere sguardi pieni d’odio, a volte, quando cammina per strada. So che qualcuno prova dell’invidia nei miei confronti. Dirigo un prestigioso giornale, dal 1871 a oggi non è uscito solo alcuni mesi, nel 44. Ho pubblicato e sto per pubblicar libri. Provo un po’ di invidia per quel ragazzo che studiava, di notte, lavorando in un albergo. Non conosceva Pessoa allora, ma aveva in sè tutti i sogni del mondo.

Pubblicato da: remo | 16 gennaio 2014

Dalla pancia del blog/5: perdere tempo

Questa, pure lei tratta dalla pancia del blog, è del 19 aprile 2013, è recente quindi. Pioveva quel giorno.

Dal mio vecchio blog:
La morte è un brutto pensiero. O forse no. Pensandoci, almeno qualche volta, ci si accorge che il tempo, grosso modo, può essere diviso in due categorie: quello perso, e quello no.

Chiaro,
si capisce sempre troppo tardi cos’è il tempo perso.
Metti che uno passi il suo tempo nel tentativo di diventare famoso.
Sapesse, quest’uno, che ce l’ha contato, il tempo, smetterebbe subito, direbbe: Sto perdendo tempo, meglio che vada da, meglio che vada a.
(E se ripenso al mio passato, non so dire se ho perso giorni, non lo so ancora dire; quando si rincorre qualcosa, inevitabilmente, si rischia di perdere qualcos’altro, magari di più importante. E poi vengono i successi, magari, e i sensi di colpa. Stop).
Ma forse, dico forse perché vedo doppio dalla stanchezza e quindi magari penso male, il tempo che più sprecato non si può è quello che dedichiamo a vomitar veleno sugli altri.
Martin Luther King (mi pare fosse lui) diceva (spero) che il sentimeto peggiore è l’odio: perché tu regali le tue energie a colui, appunto, che odi.

Il problema vero mica è la morte. E’ scegliere.
Buona giornata.
E speriamo smetta di piovere.

Pubblicato da: remo | 10 gennaio 2014

dalla pancia del blog/4: il pc sempre dietro

Dalla “pancia” del blog. Bozza del 19 giugno 2008.

Ce l’ho sempre appresso il computer. Vado via un giorno?, e lui mi segue.
Abbiamo deciso così, ché altrimenti sentiamo la lontananza, sentiamo.
Il pc dove scrivo, leggo mail, siti vari, blog, google.

Da tg.com.
Un cittadino francese residente negli Usa e accusato dell’omicidio della moglie e della figlia ha usato Google per cercare il modo migliore per togliere la vita alle due parenti. Durante le indagini sul duplice omicidio si è infatti scoperto che l’uomo, soltanto sei giorni prima del ritrovamento dei cadaveri, aveva cercato sul popolare motore di ricerca “come uccidere con un coltello”. Lo ha detto un perito informatico durante il processo all’uomo. (tgcom.it)

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